venerdì 29 dicembre 2017

Il bilancio di fine anno


Quest'anno non vi ho fatto, qui sul blog, gli auguri di Natale, perciò ora vi sorbirete quelli di felice anno. Lo so, ci tenevate così tanto e un po' siete rimasti delusi dal non vedere pubblicato un mio post, qualche giorno prima del 25. Mi spiace avervi lasciato con l'amaro in bocca. Bè, a dirla tutta, qualcosa vi ho regalato. Anche se diretta ad una parte dei miei accaniti lettori, quelli della mia terra d'origine, certi sentimenti che ho espresso credo siano universali.

Che anno è stato il 2017? Uguale agli altri, state pensando? Non vi sbagliate di certo. Se proprio c'è stata una variazione in molti l'hanno vissuta col segno meno. Però, 'sti matematici, si sono limitati solo a 4 segni per le operazioni: diamine, un po' di fantasia! E, posto che la moltiplicazione (di pani e di pesci) la fece quel "tizio" 2000 anni fa e non gli portò bene, dato inoltre che sulle divisioni noi uomini siamo già maestri (a separarci e ad allontanarci, voglio dire), di segni ne restano due, ma stranamente il più latita. Si diverte a farsi vedere raramente, come un signore di alto borgo che si concede alla plebe in rarissime uscite. Perciò, il meno è sempre in cima alla top four. Con molti effetti indesiderati.

Accipicchia, mi sono lasciato prendere la mano dall'aritmetica. Sempre meglio di un'aritmia, è lapalissiano. Ma va da sé che a fine anno si facciano i bilanci. Stavo pensando, quelli d'esercizio devono sempre essere integri e corretti. Per chi ci riesce, direte voi. Certo, per gli altri sono sufficienti i maghi della finanza: quando poi sopraggiunge la Finanza, quella vera, apriti cielo! Dicevo, i bilanci di fine anno andrebbero istituiti anche per le persone, per le nostre coscienze. Cosa hai fatto per te stesso, per la tua famiglia, per gli amici, per il prossimo? In cambio pensi di aver ricevuto abbastanza? O magari ti hanno dato (del tempo, un sorriso, un abbraccio, un pensiero o una parola di conforto) e tu ti sei scordato di loro? Avanti, lo so che mentalmente state facendo la conta di quelli che non vi hanno considerato, per nulla o abbastanza, coloro i quali avrebbero dovuto farsi sentire, o almeno ve lo aspettavate, e invece niente. Quindi, se tanto mi dà tanto, se cioè tutti stanno pensando in tal guisa, c'è qualcosa che non torna.

E' inutile tirar fuori del buonismo a poco prezzo solo in un intorno del Natale, intorno con intervallo molto stretto (chi mastica la matematica mi capirà). Tendiamo sistematicamente a pensare di essere in credito con gli altri, per un qualsivoglia motivo, perciò secondo questa "teoria dei minimi sistemi" tutti sono in credito: ma verso chi? Abbiamo smarrito quell'usanza di una volta prima della confessione (mi scuseranno gli amici atei e gli agnostici ai quali mi vado sempre più avvicinando): farsi l'esame di coscienza. Che in questo caso è e deve essere una coscienza laica, umana, un semplice ed obiettivo ragionamento con sé stessi. E già, ragionamento obiettivo: provate a farlo voi, se ci riuscite. Siamo sempre più in un budello dell'anima, dove, mancando gli specchi, abbiamo occhi solo per le nefandezze altrui. Le nostre sono sempre perdonabili. Anche grazie alla melassa dell'ego che ci avviluppa, in un'ipocrita certezza.

Ok, ho rasentato banalità e qualunquismo in un colpo solo, lo ammetto. Abbiate pietà di me. Ero partito con le migliori intenzioni ironiche ma sono decisamente uscito fuori traccia. Che poi, sono discorsi da fare a poche ore da La grande abbuffata - parte II ? Non c'è neanche tempo di organizzarsi su cosa preparare, sulle pietanze più prelibate, sui calici da riempire, vogliamo stare a pensare ad un tale genere di tristezze?

Possiate vivere il 2018 che più vi aggrada, con chi desiderate, ma nel vero rispetto di tutti. Sempre.
Sinceri auguri!



mercoledì 13 dicembre 2017

Migrazioni pre-moderne: una storia da rivedere


Quanto credete nel vostro dio? Non necessariamente quello cattolico, un dio sui generis a cui affidate la vita, o una qualsiasi altra entità che vi aiuta a sperare, fosse anche il vostro spirito? Fermi là, oggi non vi tedierò con argomenti religiosi, né tantomeno filosofico-esistenziali. E’ che il tema che sto proporvi ben si sposa con certe considerazioni, circa l’uguaglianza, la fratellanza, ciò che ogni dio del bene ma anche un uomo che si rispetti dovrebbe avere insito nel suo essere. Vedetelo pure come madre natura, invece che un dio, e la cosa, da quanto leggerete, vi risulterà più chiara.

Gli studi moderni sull’apparizione dei primi proto-ominidi parlano dell’Africa: secondo la genetica l’homo si colloca temporalmente intorno a 200.000 anni fa e attraversa le fasi di homo ergaster, homo erectus e homo neanderthalensis (di quest'ultimo vi avevo raccontato qualcosa qui). Poi, all’incirca 60.000 anni fa, ci fu una massiccia ondata di colonizzazione dell'Eurasia e dell’Oceania, processo ribattezzato Out-of-Africa. Ciò valeva fino a ieri. Di recente, invece, i progressi tecnologici nell'analisi del DNA e altre tecniche di identificazione dei fossili, nonché lo sviluppo della ricerca multidisciplinare, stanno rivedendo tale storia. Alcune scoperte mostrano infatti che gli umani hanno lasciato l'Africa più volte prima di 60.000 anni fa e che si sono incrociati con altri ominidi in molte località dell'Eurasia.

L'analisi condotta da ricercatori del Max Planck Institute for the Science of Human History, di Monaco di Baviera, in collaborazione con la University of Hawai, a Manoa, ha esaminato a fondo le numerosissime scoperte dell'Asia nell'ultimo decennio, mostrando che l'homo sapiens raggiunse parti distanti del continente asiatico e dell'Oceania molto prima rispetto a quello che si pensava. Fatto fondamentale, si è avuta la prova che gli umani moderni si sono incrociati con altri ominidi già presenti in Asia, come il Neanderthal e il recente Homo di Denisova, diversificando la storia evolutiva della nostra specie. Gli autori hanno identificato fossili umani moderni in aree lontane dell'Asia con caratteristiche molto più antiche come, per esempio, resti di Sapiens rinvenuti in Cina meridionale e centrale, datati tra 70.000 e 120.000 anni fa. Ulteriori reperti hanno confermato la nuova ipotesi che tali ominidi abbiano raggiunto il sud-est asiatico e l'Australia in epoca antecedente a 60.000 anni fa.

La ricerca genetica più innovativa ha sciolto il dubbio degli incroci avvenuti tra ceppi diversi, identificando combinazioni tra umani più recenti con i Neanderthal, ma anche con i nostri parenti  scoperti nel 2010, i "Denisovani", nonché con una popolazione attualmente non identificata di ominidi pre-moderni. C'è stata dunque una sovrapposizione temporale e spaziale di diversi categorie di homo, con interazioni anche sociali.  Una tale crescente evidenza fa scaturire riflessioni differenti su come si sia diffusa la cultura materiale nei millenni, con maggiori complicazioni rispetto al passato. Il professor Bae, dell'Università di Manoa, ha spiegato: "Stiamo osservando come le variazioni comportamentali che hanno portato all'uomo moderno si sono verificate non tramite un semplice processo nel tempo da ovest a est, ma dovute ad un insieme di modi di fare, di usi e costumi, mescolati tra loro grazie all'unione di diverse popolazioni di ominidi presenti in Asia, durante il tardo Pleistocene".

L'approccio multidisciplinare alla ricerca, ossia una strategia comune con la quale diversi settori scientifici affrontano un tema o risolvono un problema, è senza dubbio una sinergia vincente. Scoprire con precisione movimenti e comportamenti dell'uomo preistorico ci dà la possibilità di comprendere meglio la storia moderna, colmando le tante lacune ancora esistenti. Ma forse introduce anche altre domande. E' probabile che alla luce di queste nuove scoperte si dovranno  riesaminare i materiali raccolti prima dello sviluppo dei moderni metodi analitici, per estrarne maggiori conoscenze. Certamente, il significato recondito (e forse neanche tanto) che si evince dagli studi fatti è che l'uomo non si è mai negato alle migrazioni per il miglioramento di sé stesso e della propria comunità, non è mai stato stanziale nell'accezione negativa del termine, indifferente al proprio destino. Ispirato dalla propria volontà, dalle proprie paure o da uno o più dei, è andato avanti anche a costo della propria vita.

Per concludere, nell'epoca in cui si riparla di muri e qualcuno ricomincia a costruirli, si scopre che madre natura, o chi per lei, ha sempre "tramato" per continui scambi ed incontri tra uomini provenienti da posti molto lontani. Un insegnamento che dovrebbe farci riflettere.


(fonte https://www.eurekalert.org/pub_releases/2017-12/mpif-rts120117.php; si ringrazia il sito http://www.eurthisnthat.com/ per la gentile concessione della foto)


mercoledì 6 dicembre 2017

Tecnologie "sul campo"


Se siete avvezzi all’uso dei software, ciò che sto per dirvi vi sembrerà banale. La questione riguarda la loro versione, voglio dire quei numeretti, spesso intervallati da un punto, che denotano una certa “uscita” del software e i suoi principali aggiornamenti. Per intenderci, 1.0, 2.1, e così via. Da quando il digitale ha invaso  le nostre vite, si usa abbinare una versione anche ad altri argomenti non informatici. Forse avete sentito parlare di una Industria 4.0, ma anche dell’Agricoltura 4.0. Fino a qualche anno fa associare il settore primario al digitale avrebbe fatto sorridere: oggi non è più così. L’evoluzione tecnologica è destinata ad invadere anche questo campo (gioco di parole …), dove già non è successo.

Il successo commerciale dei droni ha fatto pensare ad un uso dopo l’altro. Tra di essi, quello di avere un occhio speciale dall’alto che valuta lo stato di salute delle piantagioni non è affatto da sottovalutare. Videocamere che registrano nello spettro dell’infrarosso e nel vicino infrarosso (NIR, Near  Infrared Reflectance) permettono di visualizzare la risposta del seminato alla luce e, da questa, alcuni algoritmi estraggono il vigore delle piante stesse. Si interviene pertanto solo dove c'è veramente bisogno, evitando spreco di risorse ed eccesso di fertilizzante, specie se chimico. E’ quella che si chiama agricoltura di precisione. Ma questo dei droni è solo una delle possibilità dell’Agricoltura 4.0.

A Bordeaux, in alcune vigne dove si produce l’omonimo nettare, si sta testando un prototipo di robot da vigneto chiamato TED, per aiutare la coltivazione e il diserbo dei terreni.  Oltre a rendere il lavoro meno faticoso e ad agire con rispetto verso i suoli, si tende a ridurre la dipendenza dalle energie fossili e dai danni causati dalle macchine agricole tradizionali. Un robot che quindi sostituisce l'uomo quando si tratta di raccogliere e selezionare le uve. I proprietari di questi appezzamenti, dai quali nasce la prestigiosa etichetta Chateau Mouton Rothschild, mostrano sensibilità e preoccupazione riguardo al benessere dei lavoratori di campagna. Secondo il direttore generale di queste cantine, monsieur Dhalluin, "TED sarà in grado di liberarli da alcuni dei compiti ripetitivi, ma non sostituirà mai la mano dell'uomo, strumento  essenziale per un raccolto perfetto e di alta qualità".

Qualcosa di analogo sta accadendo in Portogallo, dove il produttore Port Symington Family Estates ha  recentemente sperimentato un robot da vigneto denominato Vine Scout, per monitorare la salute delle viti e allertare i vignaioli su qualsiasi problema, come lo stress idrico, utilizzando un tracciamento GPS per muoversi in autonomia tra i filari. Esso fa parte di un progetto triennale cominciato l'anno scorso e parzialmente finanziato dall'Unione Europea, oltre che da istituzioni private. Ciononostante, alcuni produttori credono che la spinta verso un'alta tecnologizzazione sia legata ad una nuova filosofia: ottenere bassi rendimenti in quantità ma qualità eccelse, oltre che minore dipendenza dalle sostanze chimiche. (NdR: verranno così premiati i pochi eletti che possono permettersi bottiglie dai prezzi esorbitanti).

Rimanendo sul tema “cura dell’ambiente”, spostiamoci in ambito silvicolo e arboricolo. Alla recente Maker Faire di Roma, fiera dell’innovazione e dell’artigianato digitale, è stata presentata l’app Fagus Base, un software di analisi e raccolta dati dedicato ai professionisti della cura degli alberi. Attraverso un sistema integrato si potranno avere facilmente a disposizione tutte le informazioni sugli alberi, gestire le analisi visive e strumentali, indicare note e prescrizioni, fissare gli interventi e le priorità in funzione dello stato di salute delle piante. Di base vi è una necessità imprescindibile: fare vera manutenzione del verde, concetto fino a pochi anni fa piuttosto astratto, perché il rispetto della natura è anche un dovere civico e morale. E poi, non dimentichiamo,  tecnologie come queste possono rilevare anomalie nei movimenti degli alberi e segnalarle prima di gravi cadute su persone e cose. Città più belle e più sicure, dunque. 

Sia nel caso delle vigne che in quello degli alberi, sono le best practices a tracciare la via. Impensabile  parlare di Agricoltura 4.0 o addirittura di versioni superiori, senza un uso efficace ed efficiente degli strumenti digitali. L'innovazione è fondamentale, e fortunatamente non manca. Gli operatori possono stare tranquilli: non si tratta di un settore che si presta ad automatismi spinti, ma far finta di niente può essere controproducente. A loro preme la competitività, a noi importa ottenere il giusto compromesso tra prodotti sani e minimo impatto ambientale. A questo purtroppo ci pensa già il clima.




martedì 28 novembre 2017

Esistono gli accordi della felicità?


Da qualche anno in qua si sentono notizie su macchine in grado di comporre musica autonomamente. Gli amici e parenti che la masticano a fondo sorrideranno. Alcuni scienziati pensano che raccogliendo moltissimi dati si possa programmare un robot per capire ciò che l’udito e quindi la nostra elaborazione ci comunicano. Ad esempio: la Marcia Trionfale dell’Aida ricorda la sensazione del trionfo (appunto), Hello di Adele non può che rimandare a sentimenti (molto) tristi, oppure You can leave your hat on di Joe Cocker (ma non è sua, lo sapevate?) è perfetta per uno spogliarello, prima ancora che la usassero come tema nel noto film con Kim Basinger e Mickey Rourke. Possiamo quindi spiegare il significato emotivo della musica, alla stessa stregua di come comprendiamo i testi?

Sulla rivista Royal Society Open Science è stata di recente pubblicata una ricerca che affronta questo problema, indagando sui legami tra le emozioni dei testi e gli elementi musicali con cui sono impostati. Si è scoperto che un certo tipo di accordo musicale è più abbinato a parole del testo con significato positivo (amore, bellezza, conforto, speranza, ecc). Questa è una grossa semplificazione del modo in cui funziona la musica, sia per chi la "fa" che per chi ne gode dell'ascolto: appare ancora lontana una intelligenza artificiale in grado di comprendere e comporre la musica, come solo una persona (e nemmeno una qualunque) oggi può fare. Gli autori dello studio hanno scaricato testi e sequenze di accordi di circa 90.000 brani popolari da Ultimate Guitar , un sito Web piuttosto datato dove gli utenti caricano le proprie trascrizioni musicali. Poi, per abbinare i testi delle canzoni alle emozioni, i ricercatori hanno preso i dati da labMT, un sito di crowdsourcing che valuta il peso emotivo delle parole (il grado con cui rappresentano sentimenti buoni o cattivi). Infine, i dettagli sulle canzoni sono stati presi da Gracenote, database mondiale del settore.

Correlando la valenza delle parole al tipo di accordo che le accompagnava, gli autori hanno confermato che gli accordi in tonalità Maggiore sono associati di più a parole di senso positivo rispetto a quelli in tonalità Minore. Inaspettatamente, hanno scoperto che l’accordo in settima (per i profani, quelli dove alle 3 note di base se ne aggiunge una quarta ben determinata) aveva un'associazione più ricorrente con parole positive, anche nel caso di accordi in settima dalla tonalità Minore. Studi quantitativi come questo sono in crescita, vista la disponibilità e la “forza” dei big data. Certamente può stupire o, nel peggiore dei casi, far inorridire, che l'arte possa essere spiegata dai numeri, ma contare, classificare, dare un senso ai numeri, è un modo scientificamente provato di fare scoperte in molti ambiti, quindi non dovremmo sorprenderci se fosse così anche nella musica. Ovvio che la conoscenza di teoria musicale costruita nei secoli deve essere tenuta in considerazione, al di là delle capacità di analisi profonda che la scienza dei dati può offrire.

Vanno fatte senz'altro un paio di (personali) considerazioni. La prima: da strimpellatore musicale quale sono posso dire che il risultato della ricerca non è affatto una novità. Sarà un luogo comune, ma ho sempre saputo che gli accordi in Maggiore fossero legati ad un sentimento gioioso e quelli in Minore ad uno triste. Eventualmente, ciò che porta di nuovo lo studio è l'associazione dei primi a diverse parole positive, per allargare l'espressione linguistica dei termini che fanno bene al cuore, attraverso le sette note. E ciò rivela un meccanismo forse inconscio dei vari compositori. La seconda: è indiscutibile il ruolo della soggettività in un'analisi del genere. Come si fa a dire che una musica ispira lo stesso feeling per tutti quelli che la ascoltano? Se non apprezzo (ad esempio) Laura Pausini, come genere o come cantante, difficilmente riuscirò a dire che alcuni suoi brani rimandano decisamente all'allegria, o altri ad un'opposta passione: eventualmente la riterrò indifferente. Questo varrà a prescindere da quali parole o accordi avrà usato nelle sue canzoni.

Per concludere, di certo c'è che non possiamo attribuire solo alle parole il significato di un brano, deducendo che la melodia utilizzata è solo espressione dei sentimenti. Anche perché a volte succede il contrario. La musica ha nella sua definizione sfuggente il proprio fascino, nella difficoltà di racchiudere in schemi e recinti la bellezza di un'arte e di un linguaggio universale. E allora, gli accordi della felicità o della tristezza esistono davvero? Certo che sì, e sono unici per ognuno di noi, per ogni brano. Non sono soggetti a regole: basta avere la sensibilità di comprenderli.




martedì 21 novembre 2017

Nuove speranze per i traumi spinali


Il trauma spinale è causato da un danno al midollo spinale che si traduce in un ematoma o contusione, una lesione parziale o una lesione completa. Poiché, com'è noto, attraverso il midollo spinale confluiscono i segnali nervosi di tutto il corpo, questi danni possono avere gravi conseguenze. Le cause primarie di lesioni del midollo spinale sono incidenti stradali (44% dei casi), la violenza (24%), le cadute (22%), e lo sport (8%). Per patologie non acute il rimedio convenzionale primario è quello di ridurre l'infiammazione con i farmaci. Negli altri casi ci sono state in passato strategie di medicina rigenerativa, quali l'iniezione di cellule con fattori di crescita nel midollo, nella speranza di stimolare un nuovo sviluppo, ma fino a ieri non esistevano riparazioni praticabili né deviazioni che possano ripristinare il flusso del segnale tra encefalo ed arti. Oggi sembra esserci qualche speranza al riguardo.

Al New Jersey Institute of Technology (NJIT), precisamente nel Laboratorio di ingegneria tessutale e applicativa di biomateriali, l'equipe del dott. Arinzeh, sta sperimentando una soluzione: una sorta di "impalcatura", costituita da un polimero conduttore, che dovrebbe aiutare le cellule nervose ad estendere i loro assoni sopra la sezione danneggiata della colonna vertebrale. La strategia di riparazione combina tale impalcatura piezoelettrica con delle cellule neurali per rigenerare il tessuto nervoso del midollo spinale. Il materiale piezoelettrico, che produce una carica elettrica in risposta a una sollecitazione meccanica, è una "vecchia conoscenza" della tecnologia, e per noi ante-millenials l'esempio più banale è quello della puntina del giradischi: sollecitata dal variare del profilo dei microsolchi, presenti sul vinile, genera un segnale trasformato in musica da amplificatore e casse. Il vantaggio di questo materiale è che si auto-carica non richiedendo una sorgente di alimentazione esterna.

Gli assoni, le fibre cellulari che trasmettono i segnali, possono potenzialmente percorrere lunghe distanze se hanno i giusti stimoli per ricrescere. “Sapevamo che una carica elettrica poteva condurre questa crescita", ha detto il dottor Arinzeh, continuando: "Alcuni tessuti del corpo sono naturalmente piezoelettrici, quindi abbiamo dovuto creare un materiale fibroso simile, ma con una carica maggiore per stimolare la crescita". Questa probabile soluzione ha immediatamente interessato il Dipartimento della Difesa statunitense, che cerca rimedi per ferite traumatiche da battaglia, in particolare per quei soldati che rimangono completamente paralizzati per il resto della vita. Un tale interesse ha portato subito i finanziamenti occorrenti affinché la tecnologia del NJIT venisse messa alla prova in studi preclinici al Miami Project to Cure Paralysis, un centro di eccellenza presso la scuola di medicina dell'Università di Miami.

Nel lontano 1839, il biologo tedesco Teodor Schwann diede alla luce la principale teoria cellulare su cui si basano ancora oggi questi studi. In particolare furono battezzate cellule di Schwann quelle che rivestono gli assoni dei neuroni con uno strato di mielina, la quale isola elettricamente gli assoni stessi, permettendo una migliore conducibilità dei segnali all'interno.  La sperimentazione condotta dal team di Arinzeh usa proprio le cellule di Schwann, in combinazione con la speciale struttura piezoelettrica ideata, per tentare di riparare il midollo spinale. Il compito di queste cellule è quello di ripristinare le esistenti stimolandole ad estendere i loro assoni. Attualmente si sta facendo già sperimentazione clinica con esseri umani: i primi risultati promettono bene, dato che vi è una "ricrescita" di qualche millimetro (fino a 5) all'interno del midollo spinale. Un buon risultato, a detta degli scienziati statunitensi.

Nel campo dell'ingegneria biomedica è stata già usata in passato una tipologia di elettrostimolazione per favorire la crescita delle cellule, ma nelle ossa e nei tessuti cartilaginei. Qui vi è una novità importante: provare con un sistema simile, combinato con il polimero avente proprietà piezoelettriche, a determinare la rinascita delle cellule nervose. A questi livelli parlare di ingegneria non è affatto sbagliato: sono state proprio tecniche di questa natura a fornire lo spunto per la creazione dello speciale polimero. Non solo. Le fibre che compongono la nuova struttura sono formate tramite elettrofilatura, una tecnica presa in prestito dall'industria tessile. Solo una sinergia tra diversi settori dello scibile scientifico e tecnologico potrebbe portare risultati così strabilianti. è quello che ci auguriamo.


(fonte https://www.eurekalert.org/pub_releases/2017-11/njio-rsc111617.php; si ringrazia il sito http://www.brainandspinalcord.org per la gentile concessione dell'immagine)



PS Forse ho usato qualche termine o concetto non facilissimo, se volete saperne di più basta digitare le parole desiderate su Google - so che è semplicistico come consiglio, ma non volevo confondervi troppo. Ad esempio, troverete facilmente notizie su assone, Theodor Schwann, mielina, piezoelettrico o elettrofilatura. Buon approfondimento :-)

martedì 14 novembre 2017

Tecnologie empatiche


L’utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA) si sta evolvendo rapidamente. C’è chi pensa si tratti di sistemi destinati a rimanere in laboratorio, oppure ad essere usati solo da grandi aziende. Invece non è affatto così. Parliamo di un business destinato nei prossimi tempi a crescere in modo esponenziale, ma anche a modificare in modo sensibile la vita quotidiana. Ne avevamo già parlato in altre occasioni, ad esempio riguardo alle macchine atte a leggere la comunicazione non-verbale, oppure circa un progetto di messa a punto di una voce sintetica più umana possibile. Già oggi esistono aziende che lavorano con obiettivi precisi per tale scopo; una di esse, non molto conosciuta, è Affectiva che, dal 2009 a Boston, sta provando a digitalizzare le emozioni.

Ho usato apposta quello che si potrebbe definire un ossimoro: da una parte il digitale, fatto di freddi numeri, asettici e ben definiti, dall’altra le emozioni, con le loro mille sfumature, oggettive e soggettive. Ma in Affectiva questa è una grande sfida: riuscire a far capire alle macchine qual è il nostro stato d’animo e farle comportare di conseguenza. Quando dico macchine intendo ogni dispositivo tecnologico con cui interagiamo: lo smartphone, la nostra auto, la casa con le sue propaggini informatiche ed elettroniche, e via discorrendo. Così in questa società sono stati collezionati alcuni milioni di video raccolti in 87 paesi, consentendo di definire un sistema di IA per comprendere le espressioni del viso legate alle emozioni, tenendo conto anche delle differenze di cultura nell'espressività. Utilizzando la computer-vision, l'analisi del linguaggio e il cosiddetto "apprendimento profondo", sono riusciti a classificare espressioni facciali e vocali in base all'emozione del momento.

L'intelligenza artificiale che diventa quindi "intelligenza emotiva artificiale", incentrata su algoritmi di sviluppo che possono identificare non solo le emozioni umane di base come la felicità, la tristezza e la rabbia, ma anche stati cognitivi più complessi come stanchezza, attenzione, interesse, confusione e distrazione. Il CEO di Affectiva, Rana el Kaliouby, ha detto che queste tecnologie di interazione emotiva potrebbero essere disponibili nei prossimi cinque anni: "La maggior parte dei dispositivi risponderà agli stati cognitivi ed emotivi umani, proprio come fanno gli uomini. L'intelligenza emotiva artificiale sarà radicata nelle tecnologie che utilizziamo ogni giorno, rendendo le nostre interazioni più personalizzate, autentiche, molto simili a quelle tra persone".

E' facile per esempio considerare che se un'autovettura "conosce" il conducente può  monitorarne il grado di stanchezza o di distrazione; in alternativa, potrebbe favorire una migliore esperienza per i viaggiatori, cambiando la musica o le impostazioni ergonomiche a seconda di chi sta trasportando. Ma non è il solo settore a poterne beneficiare. Pensate all'apprendimento on-line (e-learning): spesso non è facile capire se uno studente sta seguendo con attenzione. Un sistema dotato di IA emotiva capirebbe il suo stato d'animo e lo aiuterebbe ad approfondire certi argomenti, magari "svegliandolo" anche con una battuta, prima che risponda ai test finali. Ancora, un'altra applicazione prevedibile è legata alla salute: uno smartphone analizza, sia in base ad app già presenti che, soprattutto, al riconoscimento di espressioni facciali particolari, se lo stato mentale dell'utente è buono o se appaiono i primi segni di malattie neurodegenerative, allertando il medico di famiglia.

L'obiettivo di questi studi, e del relativo business di aziende come Affectiva, sarà quindi quello di aggiungere empatia alla tecnologia che ci circonda. Non c'è dubbio che raccogliere dati come stati d'animo o volti soggetti a particolari emozioni è un'operazione che tocca l'annoso problema della privacy. Si tratta infatti di stabilire con scrupolo usi e limiti di tali informazioni sensibili, questione non affatto semplice, visto che si pone già ora per dati più banali. Rana el Kaliouby crede in questa innovazione e sottolinea: "Sappiamo che le generazioni più giovani stanno perdendo la capacità di empatia, dato che crescono con interfacce digitali in cui manca l'emozione, uno dei punti di forza degli uomini. Dare un carattere umano alla tecnologia potrebbe contribuire a riavvicinarci". Capisco, aggiungo io, ma riuscire a farlo senza la tecnologia, o evitandone gli abusi, sarebbe ancora meglio.



lunedì 6 novembre 2017

La crisi delle acque irrigue


La notizia è davvero preoccupante: stiamo diventando un paese con poca, pochissima acqua. Il clima "impazzito" va assetando le terre d'Italia. E' questo il risultato che emerge da un'analisi condotta dall'ANBI, Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue, nel mese di Settembre, considerando tutti gli invasi che tale associazione gestisce. Un dato su tutti: nel 2010 erano presenti in totale 2317 milioni di metri cubi d'acqua, mentre l'ultima rilevazione di quest'anno parla di soli 1066 milioni, ossia il 54% in meno.

I conteggi sono stati fatti a Settembre, ma stante la continua mancanza di piogge significative, la situazione può essere anche peggiorata. Molto negative le cifre degli invasi al nord, che sono già intrinsecamente più basse di quelle al centro-sud: per i soli bacini artificiali lo stato attuale è di 2,5 milioni di metri cubi contro gli 11 di 7 anni fa. Situazione analoga per tutti i principali laghi: il Garda si trova al 27% della sua capienza, ed è quello messo meglio, mentre il lago di Como è addirittura all'11%. Al Sud, si registrano invece difficoltà importanti per le produzioni agricole tardive, bisognose di irrigazione, soprattutto in Calabria e in Sardegna. L'ANBI spinge per una rapida apertura dei lavori sul Piano Irriguo Nazionale, ma anche per attivare investimenti quali il Piano Nazionale degli Invasi e per incrementare il contributo delle acque reflue a fini agricoli.

Eppure il belpaese non dovrebbe avere di questi problemi, visto che potenzialmente la nostra ricchezza idrica, basandosi sul volume medio delle piogge, risulta superiore alla media europea. Cosa accade però? Da un lato la conformazione morfologica ed idrogeologica dello Stivale che, presentando una natura molto irregolare dei deflussi, non permette la piena raccolta; dall'altra le note carenze del sistema infrastrutturale esistente, sia a livello di costruzioni originarie che, soprattutto, di manutenzione. Tali due fattori determinano una sensibile discrepanza tra la capacità teorica e quella pratica di approvvigionamento idrico. E se la situazione è allarmante per le acque irrigue, nemmeno sull'acqua potabile possiamo stare tranquilli. Secondo  Legambiente  andrebbero ristrutturati circa 50.000 chilometri di rete idrica, ormai fatiscenti e inefficienti, ma molto possiamo fare anche noi, evitando sprechi e adottando comportamenti virtuosi.

Dunque, terreni e campagne sempre più soggetti a siccità e scarsità di risorse per l'irrigazione. Per fortuna c'è qualche caso in cui politiche attente e gestioni oculate hanno comportato risultati dignitosi. Un esempio è quello dell'Emilia Romagna, presentata come eccellenza al progetto europeo W.I.R.E. (Water & Irrigated agriculture Resilient Europee): è stato infatti sviluppato Acqua Campus, centro progettuale per le tecnologie innovative nella distribuzione delle acque agricole che, con il suo software Irriframe, arriva a calcolare il bilancio idrico distrettuale, con previsioni fino a 15 giorni. Un altra pratica virtuosa viene dal meridione, la Puglia per la precisione, dove il Consorzio di bonifica di Capitanata è stato premiato per la gestione dell'invaso di Marana Capacciotti, in occasione dell'8a edizione de “La Fabbrica nel Paesaggio“ a Foligno, grazie ai caratteri di sostenibilità e durabilità creati dalla diga, e alla conseguente valorizzazione paesaggistica. 

L'ANBI si prefigge lo scopo di coordinare i vari consorzi di bonifica, tramite i quali interventi pubblici e privati provvedono alla difesa del suolo, alla regolazione delle acque e alla salvaguardia ambientale. Molteplici gli accordi tra ANBI e Dipartimento della Protezione Civile, Unione Province d'Italia, WWF e LIPU. E' comunque inevitabile sottolineare che senza concrete politiche  mondiali, a medio e lungo termine, sforzi degni di nota come questi potrebbero non essere sufficienti a contrastare gli effetti deleteri della estrema variabilità climatica nell'era dell'antropocene. Oggi ha inizio la Climate Change Conference a Bonn. Incrociamo le dita.


(fonte http://www.ambientidiacqua.it/public/anbinforma/ANBI20171027_anno-xix-n-40.html; si ringrazia il sito http://wtnh.com per la gentile concessione della foto)



lunedì 30 ottobre 2017

Possibili legami tra schizofrenia e marijuana


Quando facevo le medie ricordo che giravano dei manifesti pubblicitari contro il fumo. Lo slogan era più o meno questo "Chi fuma non si alza di 1 cm", a voler dire, almeno secondo il mio QI dell'epoca, che la sigaretta non aiutava affatto a sentirsi più grandi. Altri la intesero diversamente: il fumo fa rimanere bassi, andavano affermando. Ora, al di là dell'interpretazione, era una della prime grandi campagne per la lotta al tabagismo, specie in età adolescenziale. Ma oggi non farò il copywriter, tantomeno il denigratore del tabacco, anche perché, come alcuni sanno, mi concedo il vizio di fumare sigari, toscani per la precisione.

Recenti ricerche sulla marijuana (anche detta Pot in America, cosa che ignoravo) stanno affrontando tematiche inerenti il suo uso terapeutico, cosa che di solito avviene solo con lunghi studi clinici, durante lo sviluppo di un farmaco. Negli Stati Uniti l'uso di cannabis tra i ragazzi delle scuole superiori sovrasta quello delle sigarette. Al congresso dell'Associazione Psichiatrica Mondiale a Berlino è stato presentato il risultato di uno studio di 1.200 persone affette da schizofrenia. L'indagine, condotta dall'Istituto Max Planck di Medicina Sperimentale, ha analizzato un'ampia gamma di fattori di rischio, sia genetici che ambientali, in relazione alle modalità di crescita di questa malattia mentale. E' stato mostrato che le persone che avevano consumato cannabis prima della maggiore età hanno sviluppato la schizofrenia circa 10 anni in anticipo rispetto agli altri. Maggiore era la frequenza di utilizzo, minore era l'età di comparsa dei sintomi della schizofrenia. Nel considerare altri fattori, come l'alcool o la predisposizione genetica, il consumo di marijuana restava la causa principale.

L'approvazione della cannabis per il trattamento della nausea, del dolore e di altre condizioni di di salute gravose prosegue con l'intento di legalizzarne anche l'uso "ricreativo". Gli effetti collaterali apparentemente innocui  hanno contribuito a tracciare un percorso verso la creazione di un filone favorevole alla legalizzazione, con tutto un contorno commerciale per distribuire altri prodotti di consumo aventi la stessa derivazione. Lo studio presentato nella capitale teutonica potrebbe esserne un freno. Il problema è però che non trova un'accettazione universale. I dati disponibili su questo argomento non sono definitivi e rigorosamente scientifici, soprattutto nel legame causa-effetto, osservano alla NORML, un'organizzazione statunitense che promuove la legalizzazione della marijuana nel pubblico adulto. Questi signori affermano infatti che in molti casi l'aumento d'uso non è stato proporzionale allo stesso incremento di diagnosi di schizofrenia o psicosi.

Ma al congresso di Berlino sono stati approfonditi anche i meccanismi che potrebbero produrre effetti deleteri nel cervello di un giovane. Il principale composto psicoattivo presente nella marijuana, il THC (tetraidrocannabinolo), interferisce con il normale flusso di segnali tra le cellule cerebrali, che solitamente avviene mediante sostanze chimiche chiamate endocannabinoidi.  Questi composti naturali attivano un recettore che agisce come interruttore,  mantenendo il livello di attività cerebrale, tra segnalazione standard o eccitazione, all'interno di una gamma "normale". Al contrario la THC, sostituendo e sovrapponendosi agli endocannabinoidi, modifica il sistema di autoregolazione, portando questi ultimi a bassi livelli, che causano eccessivi stimoli del sistema nervoso con disturbi d'ansia e impulsività, oppure a livelli molto alti, la cui conseguenza porta alla depressione.

Tornando ai ragazzi, i soggetti più critici da questo punto di vista, il malfunzionamento del segnale endocannabinoide causato dal THC nel cervello adolescente può ostacolarne lo sviluppo neurologico che coinvolge trasmettitori e recettori, compromettendo così la comunicazione cerebrale in modo permanente. Si tratta di un studio piuttosto allarmante, che si aggiunge ad altre ricerche che già in passato avevano tratto conclusioni simili: l'assunzione di Pot nei giovani può elevare il rischio di portare alla schizofrenia in età adulta. E se pensate che l'Italia è il secondo paese in Europa per consumatori di cannabis tra i 15 e i 34 anni, abbiamo un motivo in più per correre ai ripari.



martedì 17 ottobre 2017

Il braccialetto biomedico intelligente


Smart è una parola dai mille significati. Bè, mille forse no, ma negli ultimi anni il termine è stato usato, riusato e svalutato. Con smart oggi si intende un oggetto, una città, una rete, di persone o di dispositivi, un insieme di entità che mostrano una sorta di intelligenza, un sistema non necessariamente chiuso che nello specifico si adegua a situazioni nuove e ne facilita il fluire delle informazioni, per migliorare la vita delle persone. Come dite? Non avete compreso? Smart city, smart community, smart band vi dicono qualcosa? Ah, ho capito, avete in mente solo smartphone, il nostro talismano, la panacea di tutti i mali, per questo le altre locuzioni non vi sono chiare. Vero? Suvvia, sto scherzando.

Ero indeciso se iniziare come sopra o narrarvi la storia del cerotto. Tra un po’ capirete il perché. Ho optato per la prima, se non altro perché era più ad effetto... Ma veniamo al dunque. Cosa sono le smart band? Si tratta di braccialetti di gomma o plastica, con sensori ed elettronica (c’è anche l’orologio ma non lo usa nessuno, strumento ormai obsoleto), per monitorare l’attività fisica. Si chiamano anche fit-band, perché utili al fitness. Non parlo degli smartwatch, quei prolungamenti da polso dei telefonini per i nerd più disperati. Con la semplice struttura di uno smart band, i ricercatori dell'Università del Nebraska-Lincoln, la Harvard Medical School e l'MIT hanno progettato un dispositivo che potrebbe guarire ferite croniche o lesioni che non si rimarginano facilmente usando  fibre speciali "a bordo" della fascetta da polso. Esso potrebbe coadiuvare una guarigione migliore e più veloce, controllando con precisione il farmaco tramite l'abbinamento ad uno smartphone.

Il particolare braccialetto è costituito da fibre elettricamente conduttive, rivestite da uno speciale gel che può essere realizzato ad personam con antibiotici, fattori rigeneranti dei tessuti, antidolorifici o altri farmaci. Un microcontrollore, contenuto all’interno, viene attivato da uno smartphone o da un altro dispositivo wireless, e invia piccole tensioni elettriche attraverso una o più fibre. Quella tensione riscalda la fibra e il gel, rilasciando qualsiasi prodotto in esso contenuto. A detta dei ricercatori, in una sola smart band si potrebbero inserire più farmaci su misura per un tipo specifico di ferita, offrendo la possibilità di controllare accuratamente la dose e il programma temporale di rilascio di tali farmaci. Questa combinazione di personalizzazione e controllo potrebbe accelerare in modo importante il processo di guarigione, ed è il vero plus del dispositivo.

Esistono già in commercio cerotti contenenti farmaci a rilascio prolungato nel tempo, per periodi però solo di qualche ora. La capacità di cedere il principio attivo è pero predeterminata e non tiene conto delle reali esigenze del paziente, magari in funzione dell'ora del giorno, dell'aggravarsi della patologia e di altri fattori che richiederebbero una variabilità nel passaggio dal cerotto al derma e quindi all’organismo stesso. Invece questa nuova tecnologia può essere applicata a molteplici settori di ingegneria biomedica e della medicina in generale. Si prevede che inizialmente verrà usato per trattare le ferite cutanee croniche derivanti dal diabete, quando cioè a causa dell’iperglicemia si verifica un frequente e precoce indebolimento della membrana basale dell’epidermide, che resta fragile e difficilmente curabile anche in seguito a piccoli traumi.

Naturalmente, al di là del brevetto della smart band, la distribuzione in commercio, negli USA come in altri paesi del mondo, verrà sottoposta a severi controlli, sia su animali che su uomini, per quanto  la maggior parte dei componenti del progetto è stato già approvato dalla Food and Drug Administration, l'ente governativo statunitense che regolamenta alimenti e farmaci. Nel frattempo, gli scienziati lavorano già su versioni più evolute, incorporando sensori a filo per misurare la glicemia, il pH ed altri indicatori correlati allo stato dei tessuti cutanei. Il fine sarà quello di ottenere un sistema completo che decide in autonomia come procedere, rilasciando uno o più farmaci con modalità strettamente legate alla salute del paziente, in tempo reale. Più smart di così ....



(fonte https://www.eurekalert.org/pub_releases/2017-10/uon-sbc100517.php; si ringrazia il sito https://www.attn.com per la gentile concessione della foto)

lunedì 2 ottobre 2017

Uno scanner palmare per l'agricoltura del futuro


Come settore primario, l'agricoltura è stata da sempre guidata da previsioni, sapere tramandato e conoscenze empiriche. Ed è così ancora nella maggior parte dei casi. Ma il livello spinto di innovazione tecnologica sta per travolgere (nel senso buono del termine) anche tale settore. Uno dei motivi è quello dei cambiamenti climatici: l'alta imprevedibilità delle condizioni meteorologiche, aggiunta all'aumentata frequenza degli eventi calamitosi, deve far virare le buone pratiche di una volta verso metodi più sistematici e strumentali. Anche perché una ricerca di pochi mesi fa dell'Università di Harvard ha dimostrato che gli eccessivi livelli di CO2 riducono notevolmente la quantità di proteine nelle colture di base, compresi grano e riso, innalzando il rischio di sviluppare maggior carenza di proteine ​​nelle persone.

Da alcuni anni si sente parlare di agricoltura di precisione, come quella strategia gestionale che si avvale di strumentazioni innovative per la esecuzione di interventi agronomici, tenendo conto delle effettive esigenze colturali e delle caratteristiche biochimiche e fisiche del suolo. Detto così sembra un compito improbo, ma deve essere pensato come una cura più puntuale di tutte le fasi che portano al raccolto. Circa gli strumenti, esistono alcuni sensori sul trattore che possono rivelare la condizione dei campi, oppure i droni, molto quotati per lo scopo, per mostrare le aree meno in salute delle parcelle e focalizzare l'intervento proprio su quelle. Ma ora sta uscendo uno strumento in più per i coltivatori, uno scanner palmare per determinare immediatamente i contenuti nutrizionali del raccolto.

Il dispositivo, chiamato GrainSense, dal nome della società finlandese che lo sta sviluppando, analizza grano, avena, segale e orzo scansionando un campione con varie frequenze di luce vicino agli infrarossi. La quantità di ogni tipo di luce assorbita consente di individuare con precisione i livelli di proteine, umidità, olio e carboidrati contenuti nel campione rappresentativo di quel punto dell'appezzamento. Uno strumento che potrebbe rivelarsi fondamentale per mitigare gli effetti del cambiamento climatico sulla qualità del cibo.  Questa tecnica è stata utilizzata per decenni in laboratorio, ma questa è la prima volta che viene reso disponibile immediatamente su un dispositivo palmare. E poi i tempi dei laboratori sono di giorni o addirittura settimane, con analisi su circa mezzo chilo di cereale. Così nel frattempo le condizioni del raccolto stanno già mutando. Al contrario, GrainSense richiede poche decine di chicchi per rivelare la loro composizione in alcuni secondi. Queste informazioni, insieme alle coordinate GPS del punto in cui sono state effettuate le misurazioni, sono collegate ad un'applicazione mobile.

I risultati in tempo reale indicano agli agricoltori se devono aggiungere fertilizzanti o ridurre i livelli di umidità quando i raccolti crescono. Ne beneficia sia il terreno, senza una carica aggiunta eccessiva, ed anche il coltivatore che risparmia tempo e denaro. L'applicazione può quindi essere utilizzata per valutare l'impatto delle condizioni ambientali e la qualità del suolo, in funzione del raccolto, anno per anno. Ma la tecnologia potrebbe essere adattata per valutare il contenuto proteico di qualsiasi materiale organico, compresa la carne. Ciò significa che si apre la porta anche ad altri dispositivi consumer, al fine di scoprire, un giorno, cosa c'è nel cibo che acquistiamo e portiamo sulla nostra tavola. Tant'è vero che qualcuno si sta muovendo per miniaturizzare sensori più piccoli, magari con funzionalità ridotte, da collegare ad uno smartphone.

La ricerca e l'innovazione sono elementi essenziali per l'agricoltura nell'era dello sviluppo sostenibile: preservare gli ecosistemi e produrre cibo sufficiente e sano per tutti. A confronto con altre potenze mondiali tutta l'Europa (Italia compresa) è in ritardo in questo campo, posizionandosi dopo Cina, Usa, Giappone e Corea del Sud. Una situazione che trova origine in un progressivo disallineamento tra i laboratori e i campi, tra la ricerca teorica e le esigenze concrete delle imprese e dei consumatori. Ma la sostenibilità passa anche dai piccoli passi: ben vengano dunque significative tecnologie come quella di GrainSense, per dare strumenti diretti agli operatori della terra, ai quali viene chiesto di accrescere la propria sensibilità sul tema, mettendo talvolta in discussione tradizioni secolari.




lunedì 25 settembre 2017

Le impronte digitali antidroga


Lo scorso maggio è uscita la notizia secondo cui alcuni nostri politici sarebbero cocainomani. Persone de Il Fatto Quotidiano si sono intrufolate nei bagni della Camera dei deputati e hanno raccolto qualche prova. Ora, tralasciando le puerili difese della simpaticissima "presidenta", ve li immaginate gli abitanti di Montecitorio che si sottopongono al drug test? Difficile, tant'è che si sono subito espressi contro. Loro, i timorati di Dio. Qualcuno ha obiettato: i test sono affidabili? quando dovrebbero essere condotti? chi vigila sulla loro esecuzione? Dubbi leciti, naturalmente. E se vi dicessi che, in Parlamento come altrove, basterebbe un'impronta digitale e pochi secondi per conoscere la verità?

Non è facile conoscere con esattezza i numeri mondiali sulla coca. Uno studio pubblicato pochi mesi fa dall'Osservatore europeo delle droghe mostrava la situazione del 2015: più di 8000 morti per overdose nel vecchio continente, in aumento rispetto al 2014; 3/4 delle richieste di trattamento per consumo di cocaina viene da Spagna, Italia e Regno Unito messi insieme, dove il nostro dato è riferito a circa l'8% della popolazione adulta, che ne fatto uso almeno una volta. L'uso di un drug test forse non avrebbe l’effetto deterrente auspicato, ma servirebbe a cautelare certe professioni dal punto di vista della sicurezza, propria e degli altri.

I ricercatori dell'Università di Surrey, contea a sud-ovest di Londra, hanno sviluppato un test che, partendo dalle impronte digitali, conferma in brevissimo tempo se c'è stato uso di cocaina. Utilizza della carta cromatografica per prendere il campione e lo analizza mediante una tecnica nota come spettrometria di massa paper spray. Lo studio ha acquisito impronte digitali da un gruppo di pazienti che avevano richiesto un trattamento di riabilitazione e recupero dagli stupefacenti, insieme a non consumatori. Dopo aver lavato le mani accuratamente, ognuno ha poggiato i polpastrelli sulla carta preparata per il test. Si è passati così ad una sorta di sviluppo dell'impronta digitale, mediante sostanze chimiche, al fine di individuare con precisione le creste dell'impronta e quindi l'identità della persona. Chi ha assunto droga ha generato all'interno del suo organismo due metaboliti (dai nomi difficili, benzoilecgonina e metilecgonina), che si affacciano sulla pelle delle mani, permettendo al test di rilevarli. Niente di più semplice!

Il team leader dello studio, dottoressa Costa, ha affermato che la tecnica è stata efficace al 99% nel rilevare l'uso della cocaina, sottolineando l'importanza di questa tipo di spettrometria piuttosto recente, sia dal punto di vista della sensibilità e dell'accuratezza, che per tempi e costi risparmiati ai laboratori di analisi. Motivo per cui è molto apprezzata nelle analisi forensi. Si aggiunga inoltre che in un tempo medio di attesa inferiore al minuto, con una semplice impronta digitale si riesce a ricavare l'identità del soggetto e l'uso di stupefacenti. Tutto in un solo campione e con nessuna invasività.

I metodi di prova tradizionali hanno alcune limitazioni. Essendo basati su prelievi di urina o sangue, possono esserci rischi biologici e sono necessari metodi di stoccaggio e smaltimento particolari. Invece il test sviluppato nel Surrey è rapido, sicuro e, al di là del costo della macchina utile a refertare la carta appena “digitata”, possiede requisiti di buona portabilità per essere applicata in centri di vigilanza, prigioni, tribunali o anche in comuni aziende, ad esempio di trasporto. Quanto ai politici, meglio stendere un velo pietoso ....


(fonte https://www.eurekalert.org/pub_releases/2017-09/uos-092117.php; si ringrazia il sito https://www.indiamart.com  per la gentile concessione della foto)

lunedì 18 settembre 2017

La pizza? Te la consegna un'auto senza pilota


Quando vivevo a Milano vi erano delle pizzerie gestite da egiziani, molto in voga, che avevano diffuso la voce secondo cui la pizza è stata inventata all'ombra delle piramidi. Al momento non discussi, intento ad assaporare quelle prelibatezze, non avendo nemmeno lo smartphone per controllare, come sto facendo ora. Bè, lo sapete, la storia moderna dice che l'hanno inventata gli amici napoletani. Ma non è questo l'argomento del giorno.

Anni fa era scoppiata la moda dei pizza-boy, ragazzi con un motorino attrezzato al trasporto a domicilio del suddetto pasto, magari con un piccolo supplemento sul prezzo. Oggi se ne vedono meno in giro, ma l'idea continua ad essere valida, almeno nei meridiani statunitensi. Domino's Pizza (la seconda più grande catena americana del settore) e la Ford stanno lanciando una collaborazione per comprendere il ruolo che i veicoli a guida autonoma possono svolgere nella consegna della pizza. Oltre alla indispensabile messa a punto tecnologica, alcuni test verranno condotti per analizzare le reazioni dei clienti, ossia come potrebbero interagire con un tale veicolo fuori dalla porta di casa propria.

La auto a guida autonoma procedono spedite nello sviluppo e nei test. Alcuni modelli sono già in produzione: ad esempio in Svezia entro la fine dell'anno 100 clienti dovrebbero ricevere veicoli Volvo con autopilota, per il primo progetto di guida autonoma su larga scala. Nel caso della pizza però le Ford non trasporteranno persone. Meglio, saranno auto con tutte le caratteristiche per muoversi in autonomia, per esempio con l'autista, ormai solo passeggero che legge il giornale durante la marcia, ma attrezzate con uno speciale contenitore per pizze, denominato Heatwave Compartment e sviluppato dalla Domino sulla base di una esperienza di alcuni anni fa.

Ford, come Volvo e diverse altre case costruttrici, avanzano con i loro progetti di macchine con autopilota, affiancandone un'analisi commerciale per comprendere le opportunità di business, sia per le persone che le merci. La partnership con Domino permetterà però di umanizzare il prodotto: entrambi sono infatti focalizzati sull'esperienza del cliente, perché, a detta dei due CEO, "il futuro percorso dai veicoli intelligenti deve migliorare la qualità della vita delle persone". E' stata scelta la Ford modello Fusion Hybrid, non presente sul nostro mercato, con il quale a breve i primi clienti di Domino, nella cittadina di Ann Arbor, Michigan, avranno l'opportunità di ricevere a casa il loro ordine. Sul veicolo in fase di sperimentazione saranno presenti ingegneri e ricercatori, per i soli fini dello studio. I clienti che accettano di partecipare potranno monitorare la posizione dell'auto tramite GPS, utilizzando una versione aggiornata di Domino's Tracker, un app già esistente per le consegne tradizionali.

Per i pizza aficionados sarà una rivoluzione importante. Il problema è capire cosa si aspettano da un insolito recapito come questo, dove manca il contatto relazionale con la persona che suona al citofono, lascia i cartoni e prende i soldi. Quest'ultima problematica è la meno importante, dato che il pagamento online risolve tutto, ma la Domino intende approfondire il primo degli aspetti, curando i dettagli, tipo dove parcheggiare l'auto "fantasma", in un posto più comodo possibile per l'utente, e come questo si approprierà delle pizze. Al riguardo stanno pensando a messaggi di testo sullo smartphone, con chiare istruzioni ed una password, magari non troppo complicata, per aprire il contenitore nella macchina.

Con Amazon e simili l'automazione, almeno a livello di magazzino e logistica, ha fatto passi da gigante. Per le consegne di pacchi non troppo grandi ogni tanto si sente parlare di droni speciali, con sperimentazioni qua e là nel mondo. Questa dell'auto a guida autonoma può essere una bella novità. Se i test saranno positivi si potranno recapitare anche altri prodotti, nel qual caso corrieri e spedizionieri si vedranno costretti a prendere adeguate contromisure, magari abbassando i prezzi. Ma è presto per prevederne il successo, specie in un paese come l'Italia, così ostico per molte innovazioni. Uber docet. Intanto, se qualche coraggioso vuole provare l'american pizza, questo il link italiano. Buon appetito!




lunedì 11 settembre 2017

Identificare la demenza con i videogiochi


I videogiochi sono un punto di scontro generazionale. Essendo usati dalla maggior parte di bambini ed adolescenti, trovano terreno ostile da parte dei relativi genitori, i quali li vorrebbero impegnati su fronti diversi e non solo su quello digitale. Naturalmente parlo per esperienza diretta, per quanto mio figlio non trascorra intere giornate alla consolle. La verità sta nel mezzo, dato che per molti ragazzini si tratta di un modo di mettersi alla prova, anche se non dovrebbe essere l'unico. A questo si aggiunga che la generazione precedente, quella dei genitori appunto, tende a ragionare con gli schemi di qualche tempo fa: non che questi siano sbagliati, ma vanno sicuramente aggiornati.

Terminato l'incipit sociologico, c'è da dire che esistono videogiochi utili, sia ad imparare che ad aiutare persone con problemi. Nel primo caso, il tema è quello del coding, di cui alcuni di voi avranno sentito parlare. Si tratta di insegnare ai ragazzi, di primaria e media inferiore, i concetti di base della logica computazionale, usata fino ieri solo per la programmazione informatica nei vari  linguaggi, usando giochi molto noti (ad esempio Minecraft). Con questo non si vuole far diventare tutti programmatori i futuri uomini e donne, ma dare un set di strumenti mentali utili ad ogni tipo di ragionamento logico. Invece, quando i videogiochi possono essere un ausilio per alcune patologie?

Nel 2015 c'erano nel mondo quasi 47 milioni di persone affette da una forma di demenza, di cui le tipologie principali sono: il morbo di Alzheimer, la demenza vascolare, la demenza a corpi di Lewy. Le previsioni parlano di raddoppio ogni 20 anni, fino a raggiungere circa 130 milioni nel 2050. I costi globali della demenza sono cresciuti da 604 miliardi di dollari nel 2010 a 818 nel 2015, registrando quindi un aumento del 35%; si prevede che raggiungeranno i 1000 miliardi di dollari entro il 2018. In Italia si parla di 600.000 malati solo di Alzheimer, con 11 miliardi di euro spesi in assistenza.  

Sea Hero Quest VR è un gioco di realtà virtuale (VR) progettato per far divertire tutti, persone in salute e soggetti a rischio demenza. Mette alla prova il nostro senso di direzione, registrandone in modo anonimo i risultati. Si gioca al comando di una nave, cercando di attraversare un labirinto d'acqua. Vengono assegnate delle direzioni da memorizzare, poi la guida procede solo con la nostra memoria; alla fine del percorso viene chiesto di sparare verso il punto di partenza, se si riesce a ricordarlo viste tutte le deviazioni effettuate. All'inizio sono richieste alcune informazioni personali, come sesso, età, paese di nascita, per avere un metro di confronto con le medie nazionali. I risultati ottenuti dalla versione per smartphone di Sea Hero Quest, lanciata nel 2015, sono stati sorprendenti: i test effettuati hanno mostrato un lento declino della memoria sin dall'età di 19 anni.

Il nucleo del software VR sta nei calcoli che vengono effettuati durante il divertimento dell'utente. Grazie al visore per realtà virtuale e quindi ai numerosi sensori a bordo, i movimenti e gli errori sono tracciati e registrati, quindi passati anonimamente ad un software che procede con l'analisi e il confronto, utilizzando i risultati ottenuti dagli altri utenti. Mentre la versione mobile di Sea Hero Quest è alla portata di tutti, ma accede a poche informazioni, quelle che lo smartphone può raccogliere grazie al suo hardware di base, la versione con realtà virtuale è progettata per rilevare dettagli minuziosi, movimenti della testa ed altri semplici gesti corporei. Si tratta di una nuova modalità di fornire dati su come la memoria si deteriora nel tempo e, nel caso specifico, come questo influisce sul nostro senso di orientamento.

Sea Hero Quest VR è stato sviluppato con la supervisione di ricercatori della University College London e dalla University of East Anglia. è anche finanziato dalla Deutsche Telekom, oltre a ricevere il supporto della UK Alzheimer's Research. Ma in effetti non è l'unico prodotto sul mercato. Un altro è quello della Tribemix in collaborazione con la Quantum Care: fa uso sempre della realtà virtuale, ma si spinge oltre l'ausilio alle persone con demenza, comprendendo pazienti in età pediatrica, con disturbi respiratori, o con disabilità fisiche. Tutti sostegni importanti che non hanno la presunzione di combattere o sconfiggere queste problematiche, ma di conoscerne più a fondo i meccanismi per identificarne precocemente i segni.