lunedì 11 maggio 2020

De humano genere et sua exstinctione


Ecco, ce l’ho fatta, ho ricominciato. Ci voleva la pandemia? Può darsi. Oppure è solo quella insana voglia di scrivere che talvolta non si riesce a tenere dentro e deve sprigionarsi per forza.

La Natura ci ha fatto grandi doni. Oltre alla vita stessa, voglio dire. Come sappiamo bene, o almeno una parte di noi ne è a conoscenza, l’inestimabile ricchezza disponibile sul pianeta Terra ce la ritroviamo soprattutto per una grossa botta di fortuna. Al contrario, la presenza dell’uomo è indifferente alla Natura stessa. Meglio, forse le era indifferente fino a qualche tempo fa, visto che nell’attuale era dell’antropocene la stiamo violentando in grave modo. Ancora non vi è una presa di coscienza generale, per mancanza di cultura o per grandi interessi economici, del fatto che tale violenza sia un boomerang ridiretto verso l’uomo. I catastrofisti credono che di questo passo ci estingueremo.

Lo stesso coronavirus pare sia figlio dell’atteggiamento prevaricatore, tipicamente umano, verso madre Natura. Abbiamo spinto per anni sull’acceleratore del consumismo, dello sfruttamento, del volere tutto al prezzo più basso, soddisfacendo i nostri egoismi a danno anche di alcune zone del mondo e dei suoi abitanti. Risultato? Un sensibile spostamento degli equilibri biologici planetari verso aree di grande instabilità. Ma il coronavirus, come tutti gli esseri viventi, continua a seguire il suo istinto primordiale, ciò per cui la Natura lo ha programmato: replicarsi. Perché ci infetta e in alcuni casi ci fa soccombere? Semplice, dentro di noi trova ambiente fertile per riprodursi, per conservare la sua specie, non perché gli siamo particolarmente antipatici. Tutti gli animali, scopro l’acqua calda, non hanno mai perso la funzionalità primaria per cui esistono: continuare a riprodursi. Banale, vero? Ne avevo parlato qui tempo fa.

Tutti gli animali, dicevo. Siamo proprio sicuri? Anche l’uomo rientra in questa logica? A guardare il nostro DNA sembrerebbe di sì. O, nell’alternativa di chi crede, secondo il progetto del Creatore. Ma la specie umana è, nel regno animale e comunque su tutto il pianeta azzurro, quella più dotata di intelligenza. Essa ci contraddistingue perché ci dà coscienza di chi siamo (almeno in teoria), ci permette di avere una visione del futuro, lasciandoci adattare alle avversità, e di programmare in tempo come comportarsi (se non siamo volutamente ciechi). Naturalmente non è solo questo. Lo sviluppo neurale umano di molte migliaia di anni ha portato anche altro. Parlo di quel carattere borderline dell’intelligenza che sfocia nella considerazione smodata di sé stessi, nell’egoismo, nella furbizia, nel nostro tornaconto. Nessun altro animale possiede tali aspetti. L’uomo, nel passaggio da erectus a sapiens ed infine alla sua versione iperconnessa, ha sviluppato un Io molto spinto, dimenticando il Noi. Ecco il nocciolo della questione.

Non più procreazione e riproduzione della specie, ma tensione eccessiva di un edonismo fine a sé stesso, limitato al proprio orticello, ma difficilmente condiviso. Ci affanniamo giornalmente per essere migliori degli altri, non per essere migliori con gli altri. Non abbiamo più un progetto unico che ci faccia remare nella stessa direzione, magari sfruttando le giuste correnti. Ognuno va da sé, e quando qualcuno si permette di dissentire, lo tacciamo di ignoranza, perché la nostra soluzione è sempre quella giusta, la perfetta. Si è persa la capacità di ascolto, fondamentalmente. E, last but not the least, il fatto che i tassi di natalità vadano drasticamente calando nei paesi “civilizzati”, è un ulteriore segno di questo pseudo-progresso. Indaffarati come siamo, persi dietro a superficiali miserie, procreiamo molto meno di un tempo, con la convinzione che ciò sia solo uno degli inevitabili aspetti del benedetto progresso. Però il rischio è che tra gli inevitabili aspetti rientri pure la chiusura dei porti, o anche il ruotare il capo dall’altra parte se incrociamo lo sguardo di un mendicante. Finchè qualche presidente di regione risolverà presuntuosamente quest’ultimo problema, togliendoceli dalla vista.

L’intelligenza umana è diventata più una sorta di cattiveria ragionata. L’animale esterna la sua aggressività solo se motivato dall’istinto della fame o della sopravvivenza. Per l’uomo non è così. Si mette in difficoltà un familiare, il vicino, un collega, uno Stato più debole per puro sadismo, per manifestare la propria forza, per ingrassare le proprie tasche, ridendo delle disgrazie in cui finirà chi stiamo schiacciando. Anche il non comprendere quale importanza abbia per l’intera umanità, dunque per il singolo, la sostenibilità ambientale, la minimizzazione della nostra impronta ecologica, sono il frutto dello stesso concetto: nel mio piccolo non posso nulla, devono essere i politici, i sindaci a rendere vivibile e pulito il posto dove risiedo. E se inquino traendone vantaggio, che vadano a farsi fottere i cambiamenti climatici! Il termine Rispetto, nella sua accezione più ampia possibile, è sparito dal nostro vocabolario. Le ragioni personali hanno prevalso sulla ragione di tutti e sull’istinto di specie, votato alla conservazione della stessa, quindi soprattutto dei più deboli.

Dire che ci estingueremo può sembrare eccessivo. Se guardiamo al numero di abitanti della Terra, in rapido aumento, ci appare l’esatto contrario. Ma siamo cicale che cantano e godono dei frutti che, pur se con poco merito, ci arrivano dalla Terra. Quanto durerà ancora l’estate? Le formiche, molto più previdenti, capirebbero che è tempo di invertire rotta, facendo le dovute provviste e combattendo unite per la “casa” che le ospita, ossia per la loro specie. Perché senza questa meravigliosa dimora, noi spariremmo davvero. Abbiamo paesi con popolazione in crescita esponenziale e povertà estreme, altri che le multinazionali hanno “colonizzato”, arrivando all’estremo di schiavitù infantili. E poi, appena acquistiamo un fiammante smartphone, oppure scarpe sportive griffate, i cui importi sfamerebbero numerose famiglie del quarto mondo, li mostriamo fieri come trofei di caccia. Con la differenza che, a lungo andare, siamo diventati noi le prede: oggi del coronavirus, domani di chissà quale altra pandemia ancora più terrificante.

Non è mia intenzione fare terrorismo sociale. Sono, le mie, solo riflessioni di un comune viandante di passaggio su questa Terra, che prova a fotografare lo stato dell’arte del genere umano. Ma che altresì vorrebbe urlare “Siamo ancora in tempo per salvarci! Adesso!”. 


PS: Per il vezzo del latino titolo, ho dovuto chiedere al liceale di casa che lo sta studiando. Se non lo trovate corretto, vi prego di contattarlo… Ah, un’ultima cosa: perdonate la prolissità.