sabato 22 dicembre 2018

Alternativamente, auguri



“Il Natale, quando arriva, arriva”, diceva una nota pubblicità di qualche anno fa. Cosa voleva significare, ve lo siete mai chiesto? Semplice, che mancano 3 giorni …
Su, lo sapete che in questo periodo mi diverto a scherzare con voi, pensavate che quest’anno saltassi l’appuntamento? Lo scorso dicembre vi avevo salutato solo qualche giorno prima di Capodanno, ma stavolta mi sono detto “Chissà come muoiono dalla voglia di leggere i miei auguri!”. E sono sicuro di non sbagliarmi… Che poi, sono così fondamentali questi auguri, questi scambi affettuosi e caldamente sinceri, da far scoppiare il cuore di gioia? Qui si potrebbero aprire ore di conversazione, nel bene e nel male, ma vi risparmio retorica e banalità. Oggi è il momento dell’ironia.

È anche vero che ultimamente si è persa la voglia di scherzare. Da dove cominciare con le brutte notizie? Dunque, il 2018 verrà ricordato per… provate a dirlo voi. La top ten credo sia difficile da compilare. Ponti crollati, discoteche come macelli, affogati in mare di tutte le età, compagne e mogli ammazzate senza pietà … continuo, o rischio di rovinarvi i preparativi? Il mio non è cinismo. Riporto fatti di cronaca, quotidiani purtroppo. E già, perché dal 24 dicembre a seguire, al caldo delle nostre case, oppure in esotiche località di vacanza, dove piatti e bicchieri si svuoteranno alla velocità della luce, ci estranieremo dal solito tran-tran. Beninteso, un po’ ci fa bene, ne abbiamo bisogno. Però …

Non ho volutamente citato la politica nelle righe appena sopra. Chiaro, se faccio la lista degli eventi tragici non posso accomunarli alla nuova formazione di governo. Dai, facciamo i seri, proprio non si può. Eppure, ci sarebbe da dire anche su questi insoliti amministratori, con la loro perfetta competenza, completa onestà e sacrosanto diritto di cambiare. In meglio? Lo dirà solo il tempo. Ieri ho visto bruciare una bandiera di quel movimento (parlare di partito mi sembra francamente troppo) nato quasi per gioco, che ha esaltato la voglia di rinnovamento degli italiani, soprattutto di quelli che sono i primi a non voler cambiare. Il gesto in sé per sé non è bello, e qualcosa vorrà pur dire. Quanto a chi c’era prima, è opportuno stendere un velo pietoso.

La corsa ai regali è partita da giorni, settimane, e sta arrivando il rush finale. E no, basta con il materialismo spinto, è ora di tirare fuori i sentimenti. Abbiate cura di voi stessi, dei vostri affetti, di chi vi sta vicino; vivete di più all’aria aperta e, al limite, se proprio non riuscite a farne a meno, regalate o regalatevi un viaggio. Quanto ai nemici, provate voi a fare il primo passo, starete senz’altro meglio quando vi sarete riappacificati. Sempre che ci riusciate. Abbandonate il vile denaro, i doni costosi. Dove abbandonarli? Vi lascio il mio indirizzo alla fine del post … Ve li terrò al sicuro e, giuro, non ne farò alcun uso personale.

E ora, prima di lasciarvi alle innumerevoli scorpacciate, un’anteprima da leccarsi i baffi. Fonti sicure dicono che l’anno prossimo è previsto l’arrivo di una specie aliena, i Minolli. Sono in grado di fare “cose dell’altro mondo”, ad esempio scrivere a penna in corsivo, leggere libri impegnati, parlare poco e bene. Tutto nella loro lingua, s’intende. Non conoscono le emoticon, i gruppi su Whatsapp e nemmeno Barbara D’Urso. Insomma, sono molto più evoluti di noi. L’atterraggio è previsto in Molise, per chi crede che esista. Nella regione del Di Pietro nazionale vi è una fervida attesa al riguardo. Ad Agnone, ad esempio, stanno iniziando a realizzare caciocavalli a forma di navicella spaziale; qualche chef stellato pensa ai “fusilli alla Minollo”. Lì, come in altre regioni d’Italia, i terrapiattisti hanno fatto una domanda precisa: se dovessero sbagliarsi e arrivassero dalla parte opposta, chi si affaccerà sul bordo ad accoglierli?


Abbiate sempre un pensiero per chi non sta bene e per chi non c’è più. Dimostrate i sentimenti, non solo a parole. Buon Natale, carissimi lettori, vicini e lontani.



P.S. Due note. La prima: Minollo è un omaggio a Massimo Troisi. Forse con le feste c’entra poco, ma mi è venuto così. La seconda: per chi non lo sapesse, i fusilli sono una pasta di origine molisana.



lunedì 10 dicembre 2018

L’umanità e l’eternità



Da sempre l’uomo intelligente ha volto lo sguardo al futuro, sia a quello da vivere che al tempo dopo la morte. Per chi crede in un dio si parla di vita eterna, o giù di lì. Poi c’è chi crede nella reincarnazione, con la speranza di rinascere sotto altre sembianze: non ne conosco molti, a dire il vero. L’eternità, una parola che affascina e forse spaventa, può risultare anche una sfida. Non parlo dei progetti di conservazione criogenica degli individui, quanto di chi, in vari modi, sta cercando di trasmettere nel tempo le conoscenze dell’umanità, preservandole da eventi apocalittici. Fa parte dell’umana ragione accettare la sua finitezza e allo stesso tempo lasciare un segno importante del proprio passaggio, brevissimo rispetto alla indefinitezza del tempo.

Il SETI (acronimo di Search for Extra-Terrestrial Intelligence) è un programma internazionale dedicato alla ricerca della vita intelligente extraterrestre, che si occupa anche di inviare segnali della nostra presenza ad eventuali civiltà future in grado di captarli. Scartate le capsule del tempo perché ritenute inadatte, si pensa ad altri mezzi. Il DNA potrebbe ipoteticamente memorizzare tutta la storia umana: attraverso la sua naturale replica, forse all'interno di una colonia di batteri, i dati sarebbero automaticamente copiati e preservati. Però i batteri avrebbero sempre bisogno di una fonte di alimentazione e, se non ci saremo, non è detto che se la possano procurare da soli. Inoltre, col tempo il DNA tende fisiologicamente a mutare, quindi potrebbe portare informazioni imprecise.

Alcune fondazioni private stanno provando a tornare alle origini, con la fondazione Memory of Mankind (MoM). Un piccolo gruppo di artisti, storici archeologi e ricercatori stanno incidendo testi su materiali ceramici, che verranno sepolti nella più antica miniera di sale del mondo, in Austria. Si pensa che possano rimanere intatti per un milione di anni. Il responsabile di MoM ha spiegato che questi "supporti per dati ceramici" sono resistenti a temperature estremamente elevate, prodotti chimici corrosivi e radiazioni estreme. Il loro intento non è quello di trascrivere tutto lo scibile, impensabile in tali modalità, ma provare a conservare come abbiamo acquisito tale conoscenza. Un’idea non originale, visto che già ci avevano pensato i primi ominidi, diversi millenni fa, con le incisioni rupestri, arrivate fino ai giorni nostri.

Un’alternativa più tecnologica ed efficace potrebbe essere quella di Project Natick, sviluppato da Microsoft. Questo progetto prevede la collocazione di data center sottomarini sui fondali adiacenti le città costiere. Gli hub sarebbero raffreddati dal mare e alimentati da fonti rinnovabili, fornendo alle comunità costiere un rapido accesso a Internet. Sebbene non siano stati progettati per questo, possono essere reinterpretati come capsule temporali digitali a prova di catastrofe. "Potremmo creare supercomputer galleggianti che hanno la capacità di rigenerare e archiviare i dati di tutto il pianeta", hanno affermato i ricercatori di Project Natick. Insomma, una sorta di caveau di dati sul fondo delle acque che potrebbero potenzialmente durare qualche secolo.

Indipendentemente da come scegliamo di memorizzare le informazioni sulla nostra specie, sulla Terra dovrebbero resistere a qualsiasi tipo di disastro naturale o a forze geologiche distruttive. In alternativa si può pensare di non conservarle sul pianeta azzurro. "In generale, lo spazio è un buon posto dove mettere cose che non si vogliono degradare troppo, a patto di proteggerle in modo adeguato", ha detto il dottor Shostak, ricercatore del SETI e coinvolto in prima persona su queste tematiche. Non si tratterebbe di data center a bassa orbita, col rischio di rimanere a corto di carburante e di precipitare, ma ad orbite molto alte, pronte cioè a continuare la loro corsa ciclica per tempi molto lunghi. Una possibilità a cui si va pensando da tempo è di posizionare degli hard disk (molto capienti) sulla luna, possibilmente non sulla superficie: sarebbero degradati dalle radiazioni che raggiungono la sua superficie. Andrebbero quindi seppelliti sotto uno spesso strato di crosta lunare.

Tuttavia inviare le informazioni sull’umanità ai posteri, di qualunque specie essi siano, non è sufficiente a raggiungere il risultato sperato. Dobbiamo avere un’alta probabilità che quelle informazioni possano essere comprese. Diversamente da quel che sembra, esistono oggi molti sistemi di scrittura arrivati a noi che restano indecifrati. Per i più curiosi, un caso noto è quello della lingua proto-elamita. Ma la nostra incapacità di comprendere deriva anche da una serie di concezioni moderne che possono distorcere la visione dei testi antichi. Pertanto se gli esseri futuri che fanno la traduzione non saranno nemmeno umani, il discorso si farebbe più complicato. In quale modo comunicare allora? Due “strumenti” possono tornare utili: la matematica, per spiegare concetti logici, e la musica, probabilmente per alcuni stati emotivi. Ovviamente il genere umano è fatto di tanto altro, quindi neanche essi sarebbero sufficienti a descriverci in modo esaustivo.

Secondo il dottor Shostak una soluzione potrebbe essere trasmettere tutto il web, magari depurato dalla peggiori nefandezze della nostra civiltà. Oppure lasciandole, per dare un quadro più realistico di come siamo. Se non altro, chi troverà queste informazioni non ci prenderà troppo sul serio e forse farà meglio di noi.



lunedì 26 novembre 2018

Le alghe per ridurre i gas serra di origine animale


Alimentazione e salute sono strettamente correlate. Un esempio classico è quello della carne rossa: diverse ricerche scientifiche affermano che aumenti la probabilità di ammalarsi seriamente. Queste sono implicazioni dirette. Ve ne sono poi di indirette, ma non certo meno gravi. Sto parlando della sostenibilità e dei cambiamenti climatici. Che c’azzecca, dirà qualcuno di voi, come quell’amico molisano che non si sente più. E’ presto detto. Gli animali macellati che finiscono sulle nostre tavole, durante la loro “onorata” esistenza, inquinano più di quello che credete.

Ogni anno, l’allevamento di bestiame produce gas serra in modo equivalente all’effetto di circa 7 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, praticamente come l'industria dei trasporti. Se il 60% dipende dall’indotto umano, il restante 40% viene prodotto durante la digestione: bovini ed ovini ruttano e producono metano. Ciò dipende dal processo digestivo di alcuni ruminanti, noto come fermentazione enterica. I ricercatori hanno esplorato una serie di potenziali alternative per ridurre tali emissioni gassose, tra cui la selezione selettiva, i vaccini, i trasferimenti di microbiomi, vari integratori alimentari e mangimi più efficienti, tutti con risultati poco significativi.

Ora pare che le alghe possano dare un contributo importante affinchè mucche ed affini riducano la loro impronta di carbonio. Sono infatti positivi al riguardo i risultati ottenuti da uno studio alla Università della California di Davis, guidato dal professor Kebreab. La scorsa primavera, molte  vacche da latte di tipo Holstein (comunemente quelle bianche a macchie nere) sono state coinvolte in uno esperimento. Aggiungendo una piccola quantità di alga rossa al mangime, i ricercatori hanno scoperto che potevano ridurre la produzione di metano delle mucche di quasi il 60%. In proporzione, una simile riduzione applicata a tutto il settore dell'allevamento mondiale cancellerebbe quasi 2 miliardi di tonnellate di emissioni annue. Ma Kebreab sta preparando uno studio più ambizioso nei prossimi mesi, valutando se piccole quantità di una forma diverse di alghe possono alzare la suddetta percentuale.

Nel frattempo, alcune aziende hanno iniziato a studiare la fase successiva e più complessa: passare ad un’economia di scala con la stessa efficienza. L’input al lavoro sulle alghe è stato suggerito anche dall'approvazione in California di una legge del 2016, che chiedeva di ridurre le emissioni di metano dello stato del 40%. Ciò ha posto una reale pressione sulle imprese per trovare modi efficaci ed economici di farlo, in particolare tra aziende di allevamento e produttori di latte. In realtà la legge verteva sulle emissioni provenienti dal letame, ma si è rivelata oculata e funzionante anche per altri motivi, così da portare ottimi feedback, locali e globali.

Un effetto collaterale nello studio dell’università di Davis è che il bestiame inizialmente mangia con meno voracità. Ciò è stato attribuito al gusto salato dell’alga, subito mitigato con dell’aggiunta di melassa. Per i produttori di latte e carne infatti la nuova dieta non deve assolutamente modificare i quantitativi precedente. A breve, il professor Kebreab supervisionerà un esperimento della durata di sei mesi con 24 bovini, sia per valutare che l'effetto dirompente sul metano persista nel tempo, sia per capire come l'integratore influisce sulla qualità della carne. In teoria le alghe dovrebbero aiutare ad ingrassare gli animali, perché i carboidrati che chimicamente non vengono utilizzati per formare metano costruiscono un maggior tessuto muscolare.

Nell’immediato futuro ci sono dunque diverse valutazioni da compiere. Una sarà quella di capire se l’investimento prevede un buon ritorno economico, rispetto al costoso approvvigionamento della speciale alga utilizzata. L’altro è come realmente ottenere i grandi quantitativi di queste alghe, sia per il completamento dello studio che per far passare questo prodotto su scala commerciale. E, non ultimo, ci sarà da analizzare la catena alimentare completa: la carne da questo bestiame meno inquinante ma alimentato in modo non tradizionale non dovrà essere dannosa per i consumatori finali. Nell’attesa, questi ultimi potranno continuare a tutelare, sé stessi e l’ambiente, con i mezzi attuali: mangiare carne con moderazione.


(fonte https://www.technologyreview.com/s/612452/how-seaweed-could-shrink-livestocks-global-carbon-hoofprint; nella foto, un bovino in un prato di Pila - AO)

mercoledì 7 novembre 2018

Perché certe tecnologie non hanno (ancora) successo



Una volta mi è capitato di leggere che se le auto avessero avuto lo stesso sviluppo dei computer, a quest’ora avremmo macchine volanti, velocità supersoniche, traffico decongestionato. Difatti, non si può certo paragonare la crescita più che iperbolica dei calcolatori elettronici con quella dei nostri mezzi di trasporto su strada. C’è una sostanziale differenza però. Al di là della connessione ad internet, i computer sono destinati a stare confinati in uno spazio ben preciso, fossero anche le nostre tasche; le auto invece viaggiano con loro simili e si confrontano con problematiche assai più complesse, non solo tecnologiche. Spieghiamoci meglio.

In cosa differiscono due idee innovative che devono confrontarsi con la realtà, ossia su come la loro applicazione le porterà al successo e alla completa diffusione? Molto spesso è l’esperienza la parola chiave. L’esperienza dice che se un’idea è teoricamente grandiosa, ma nessuno ha pensato a come svilupparla, oppure è stata solo prototipata, o ancora è poco appetibile per i consumatori, il suo successo, se ci sarà, è molto molto lontano. Se poi tende anche a scontrarsi con grandi problemi di natura economica e sociale, il buio su quell’idea è pressoché totale. Discorriamo di ciò perché negli ultimi anni, grazie a magnati di varie parti del mondo, o ad aziende visionarie, si sente parlare di tecnologie futuristiche e futuribili che, se da un lato ci fanno guardare con ottimismo al domani, dall’altro sembrano farsi attendere con impazienza. Ma, come dicevamo, lo sviluppo di queste tecnologie non è pensabile senza considerare il contesto, locale e globale.

Pensate per un momento alle automobili elettriche. Va bene, se ne vedono ancora poche in giro, specie se non viviamo in grandi città. Ma qual è effettivamente la leva che può favorire il loro proliferare? Il fatto che si tratti di un mezzo trasporto non nuovo, diverso solo nel tipo di propulsione. Voglio dire, esiste già da più di un secolo sia il mondo specifico del mezzo a quattro ruote, sia la infrastruttura dove farla muovere. Ne hanno anche piena consapevolezza gli individui che la usano e con cui si confrontano. Ok, ci sono delle cose da migliorare: renderle economicamente più competitive, aumentare l’autonomia, disseminare le strade di punti di ricarica, chiedere incentivi al governo, tutto giusto. Però, basandosi su un oggetto più che collaudato, non ci si aspettano grossi ostacoli per il successo delle auto elettriche.

Saltando di palo in frasca, si può parlare della fusione nucleare, considerata da moltissimo tempo la fonte di energia del futuro. Il reattore a fusione termonucleare è un esempio di un’idea vecchia nella definizione ma di poco più vicina alla realizzazione rispetto a quando è stata concepita. Si basa, per farla breve, sulle reazioni che avvengono all’interno del sole. Per la sua applicazione è necessario che si risolvano grandi problemi tecnologici, con costi di ricerca molto elevati, dovuti perlopiù alle altissime temperature in gioco e alle modalità per controllarle. Gli studi in corso hanno permesso di conseguire alcuni importanti risultati sperimentali, che fanno ritenere probabile una attesa ancora di qualche decennio per giungere alla realizzazione di un prototipo di centrale nucleare a fusione. Dunque, per questa tecnologia che funziona sulla carta, non abbiamo ancora un prototipo. Come facciamo a dire quando sarà pronta per alimentare il mondo?

Tempo fa avevamo scritto del progetto Hyperloop, la cui realizzazione sembrava imminente negli Emirati Arabi: 160 km in soli 12 minuti. Tutto molto bello e affascinante, senza dubbio. Ma si tratta di un'altra tecnologia più difficile di quello che appare. Secondo la fisica, teorica e pratica, costruire un tubo molto lungo a pressione quasi zero, attraverso il quale si possano accelerare capsule piene di persone, risulta fattibile. Da qui a realizzare il sistema però ce ne passa: il tubo deve essere a tenuta stagna per centinaia di chilometri, resistendo ad eventuali sismi, le capsule sigillate per i passeggeri necessitano di un sistema di supporto vitale interamente autonomo. Per non parlare di quali dovranno essere le procedure di emergenza nel caso si blocchi la capsula o di qualsivoglia guasti. E infine, least but not last, ci vorrà un po’ di coraggio per le persone nell’intraprendere viaggi in siffatte condizioni.

Ritornando all’esempio con cui avevo iniziato, oggi si riparla davvero di macchine volanti. Forse un po’ spinte dall’impulso pseudo-aeronautico dovuto alla diffusione dei droni, ogni tanto leggiamo o vediamo prototipi di involucri contenenti uno o due persone, che si librano in volo sorrette da 4 grandi eliche. Il tutto naturalmente alimentato con batterie. Ma siamo ancora in fase meno che embrionale. In questo caso ciò che complica la sfida è l’ibridazione di due oggetti: l’auto tradizionale e un mezzo volante. Entrambi coesisteranno difficilmente sullo stesso veicolo, poiché se si va a quattro ruote i pro e i contro sono completamente diversi da quelli di piccoli aeromobili, o di elicotteri. Forme, materiali, aerodinamica, propulsione, pesi, sicurezza, sono tutte tematiche che distinguono in modo importante gli uni dagli altri. Magari i nostri nipoti si muoveranno con dei grossi droni e non più in automobile? Probabile, anche se gli spostamenti non potranno essere su strada e per aria con il medesimo mezzo.

Per concludere, ogni idea innovativa è un seme importante e va innaffiato a dovere. Va tenuta cura però anche del terreno in cui lo si pianta. Se non lo si sceglie bene, valutando concimi, stagioni, biochimica del suolo, difficilmente vedrà la luce. Occhio dunque ai grandi propositi conditi con marketing e squilli di tromba. La realtà spesso è diversa, visto quanto descritto. Non sono divenuto di colpo un detrattore delle avanguardie tecnologiche. Mi piace pensare alle reali utilità della tecnologia, quella con i piedi per terra, specie se migliora la qualità delle vita.



lunedì 22 ottobre 2018

Ascoltare senza sentire



Una volta c’erano solo i cinque sensi. Poi arrivò il sesto e il mondo cambiò… Ops, questo non è un romanzo, è solo il mio blog. Deve esserci stata un’interferenza. Che cosa sono i sensi? Possiamo definirli gli input del nostro organismo? Direi di sì, anche se non sono gli unici. (Ecco, questo è il blog, ci siamo). Tecnicamente qualcuno potrebbe chiamarle interfacce, tra la nostra mente e il mondo esterno. Argomento affascinante, senza dubbio. Lo è anche per grosse aziende mondiali che stanno cercando di sviluppare nuove tipologie di tali interfacce. Due i personaggi in ballo sul tema: Elon Musk (che conoscerete grazie alle auto elettriche Tesla o ai vettori spaziali di Space X) e Mark Zuckerberg (la parola Facebook vi dice qualcosa?).

All’inizio del 2017 si è appreso che Facebook (l’azienda, non il social) aveva creato un gruppo di lavoro, denominato Building 8, per lavorare su progetti al limite tra realtà e fantascienza. Il primo, più di là che di qua, si avvarrebbe di una speciale chirurgia cerebrale per impiantare un piccolo computer nel cranio e trasformare i pensieri in testo. E qui ce ne sarebbe da scrivere, da molti punti di vista. L’altro, più reale e realistico, riguarda una particolare fascia da polso per "sentire" attraverso la pelle, trasformando le parole in vibrazioni comprensibili. Il dispositivo potrebbe convertire ciò che viene ascoltato, come un dialogo nei pressi di chi lo indossa oppure il parlato che viene fuori da un altoparlante, in qualcosa che si avverte sotto forma di vibrazione.

Un simile oggetto potrebbe avere moltissimi usi, come ad esempio fornire un modo alternativo ai non udenti di partecipare ad una conversazione, o anche permettere a qualcuno di "ascoltare" cose che altrimenti non potrebbe ascoltare, per legge o per altri motivi. Pensate allo spionaggio? Non vi sbagliate. Ancora, aumentare le possibilità di svolgere più attività contemporaneamente: lavorare al computer ed ascoltare un messaggio vocale attraverso le vibrazioni, senza infastidire il collega accanto. Insomma, una sorta di traduttore (o di trasduttore, per i pochi specialisti che mi leggono), con il quale evitare la lingua dei segni o altri alfabeti simbolici simili, e comprendere il discorso di un qualsivoglia interlocutore. Semplicemente con l’ausilio di questo speciale braccialetto.

Agli scienziati di Facebook si sono aggiunti medici della Stanford University. All’interno della pubblicazione, uscita settimane fa su una rivista specialistica della IEEE (Institute of Electrical and Electronics Engineers), gli autori dello studio descrivono dettagliatamente i test eseguiti su diversi partecipanti. I soggetti tentano di decifrare quali parole la fascia da polso sta comunicando attraverso dei modelli vibranti, basati su suoni predefiniti che in linguistica si chiamano fonemi. Difatti, quando parliamo, i suoni che produciamo possono essere suddivisi in piccoli insiemi, di cui ogni elemento è rappresentato da un fonema. Ciascuna parola ha quindi un proprio “modello vibratorio” unico. La fascia contiene numerosi minuscoli sensori, i quali si attivano con diverse frequenze. Ciò offre agli utenti moltissime combinazioni potenziali, dunque un vocabolario ampio, con il quale gli elettrodi che si muovono per generare la vibrazione creano le parole che arrivano al cervello, tramite il sistema nervoso.

Quattro anni fa c’era stato uno studio simile, nel quale si riusciva a riconoscere il parlato mediante analisi video di piante o oggetti che vibravano nelle vicinanze della sorgente sonora. Qui il video. Un’applicazione davvero interessante. Ora, però, la fascia da polso sviluppata dai cervelloni di “Faccialibro” ha qualcosa in più. Al di là dei possibili impatti positivi per chi ha gravi problemi di udito, è un primo passo per arrivare, chissà quando, all’integrazione piena tra tecnologia e individuo, ad una vera e propria ibridazione tra l’uomo e le macchine. Un giorno sarà il caso di rivisitare il concetto di senso propriamente umano? Può darsi. Dieci anni fa non avremmo mai pensato di passare delle ore, ogni giorno, con i polpastrelli su un freddo schermo. E’ come se mano e smartphone siano entrati in simbiosi. In futuro sentiremo anche senza usare le orecchie? Probabile. L’importante, in ogni caso, sarà continuare ad ascoltare. Tutti.





martedì 9 ottobre 2018

Siamo i nostri ricordi, veri o falsi


Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Tranquilli, non vi risponderò né io né nessun altro. Però come inizio è affascinante, no? Anche perché si tratta di dubbi che l’uomo razionale si è sempre posto: volete che non me li ponga io senza coinvolgervi? Scherzi a parte, l’argomento quotidiano verte sulla prima delle tre domande, e credo che in qualche modo vi stupirà. Si basa su considerazioni fatte dalla professoressa di psicologia Giuliana Mazzoni, ricercatrice all’università di Hull, in Inghilterra.

Qual è la nostra vera identità? Molti la stanno ancora cercando, direte. Non vi biasimo. Esiste però una certezza: si basa moltissimo sui ricordi, sulle esperienze, su come gli eventi della vita a cui abbiamo partecipato, volenti o nolenti, l’hanno modellata. I ricordi, dunque. Spesso belli, a volte tristi, peggio se traumatizzanti. Alcune ricerche però mostrano che spesso l'identità non è una rappresentazione veritiera di chi siamo, anche se la memoria va liscia come l’olio. Pare infatti che non sempre usiamo tutti i ricordi disponibili nel disco rigido dietro gli occhi. Molto spesso tendiamo inconsapevolmente a scegliere cosa ricordare.

Proviamo a spiegare. Quando raccontiamo agli altri un nostro vissuto, facciamo affidamento su un meccanismo di screening psicologico, che monitora e contrassegna certi ricordi come accettati, scartandone altri. Episodi che ci portiamo “dentro” pieni di dettagli e di emozioni, specie quelli che potremmo o vorremmo riprovare (quindi più belli), hanno maggiori probabilità di essere catalogati come veri ricordi. Successivamente, a velocità a noi inconcepibili, il sistema neurale effettua una sorta di test di plausibilità, con un altro meccanismo di monitoraggio, per avallare quegli eventi dei ricordi all’interno della storia personale generale. Ciò vuol dire che la memoria personale deve combinarsi con l'idea corrente che abbiamo di noi stessi. Non sarebbe credibile un tipo che è stato sempre ritenuto una brava persona, se raccontasse di essersi comportato di colpo in modo aggressivo verso gli altri; il vero punto è che non sarebbe credibile nemmeno per sé stesso (trascurate per un attimo i raptus, naturalmente).

Selezioniamo i nostri ricordi, quindi. Ma fosse solo questo. Ricordare è un processo altamente ricostruttivo che dipende dalla conoscenza, da come ci si vede, dagli obiettivi che ci si pone nella narrazione o nell’introspezione. Da alcuni studi di imaging cerebrale è stato ricavato che la memoria personale è diffusa in più parti dell’encefalo, basandosi su una vera e propria rete di memoria autobiografica. Cosa significa? Che molte parti del cervello sono coinvolte nella creazione di ricordi personali. Perciò, in questo bailamme di informazioni, si tende a perdere una parte della veridicità delle stesse. Non per malfunzionamenti non voluti, proprio per come è progettato il “sistema”. Morale della favola: anche quando ci affidiamo giustamente ai nostri ricordi, questi possono essere estremamente inaccurati o addirittura falsi. Spesso creiamo una memoria di eventi che non sono mai accaduti.

Tendiamo quindi ad automanipolare la nostra memoria. Fa parte della nostra natura. La plasticità del cervello, conscia o inconscia, ci consente questa operazione. Come genere umano, non facciamo una bellissima figura, eh? In passato la ricerca si era già concentrata su questo aspetto negativo. Per dirne una, con tutto il rispetto per le donne, si può arrivare a crearsi falsi ricordi di abusi sessuali, portando a false accuse. Oppure, chi soffre di problemi mentali può tendere a concentrarsi solo su eventi negativi e a ricordarli in modo peggiore di come sono accaduti davvero. Soluzione? Farsi aiutare dagli altri a recuperare il sé. Possibile, sempre che anche loro non abbiano ricordi modificati su di noi …

Poi ci sono gli scienziati che pensano sia normale un comportamento neurale di questo tipo. In altre parole, affermano che scegliere tra i ricordi, prelevarne solo alcuni dai cassetti della memoria è cosa buona e giusta. Siamo in fondo animali che tendono a preservarsi, perciò ci capita di fare delle correzioni in corsa, per riformulare e valorizzare il nostro passato in modo che assomigli a ciò che sentiamo e crediamo nel presente. Sono allora necessari dei ricordi imprecisi e smussati, derivanti dalla necessità di mantenere un senso di sé positivo e più attuale. Mi viene da pensare che gli studiosi che affermano ciò siano ottimisti, ma è solo una mia riflessione, beninteso.

Riepilogando, la nostra identità è davvero unica, o è soggetta ad autointerpretazioni, più o meno volute? Siamo ciò che costruiamo di noi, attraverso ricordi veri o falsi. Avete sempre considerato voi stessi modellati in base alla somma delle vostre esperienze. Ora sapete che, probabilmente, quelle esperienze le avete condizionate con ricordi poco reali. Alcuni, forse, nel mentire spudoratamente e consapevolmente, si costruiscono e ri-costruiscono ad arte. Altri lo fanno solo perché guidati da una mente umana normale. No, non è fantascienza. E’ la bellezza di una normalità imperfetta. 





lunedì 24 settembre 2018

Spunti d’arte, considerazioni sparse

 

In passato ho dipinto, circa 10 anni fa. Bè, dipingere è un verbo impegnativo, almeno secondo il mio punto di vista. Alla voce la Treccani recita “Rappresentare artisticamente o con intenzione artistica un oggetto reale o immaginario per mezzo di colori”. Ciò significa che, al di là del reale o dell’immaginario, avrei dovuto usare l’intenzione artistica. E qui le cose si fanno più complesse. I risultati, naturalmente, sono stati alquanto discutibili. Ne ho estratti quattro, i meno scarsi, che ora cercano a fatica di abbellire le pareti della mia abitazione. Per venire al punto, l’arte in fondo che cos’è? Bellezza, provocazione, senso di stupore, forma (qualsiasi) di espressione? Forse tutte queste cose, ma non solo.

Andare in vacanza all’estero, in grandi città, e non gustare niente di importante, artisticamente parlando, è un po’ come andare a Roma e non vedere il Papa. Io la penso così. Sono stato a Barcellona e mi sono affacciato al MACBA, il museo d'arte contemporanea della capitale catalana. Amo tantissimo questo genere ed era quindi inevitabile una tappa del genere. A piano terra ho scorto un’opera di Pistoletto, artista italiano che ho avuto modo di apprezzare in passato e di parlarne, circa 5 anni fa. Poi, in un piano superiore, mi ha fatto riflettere il lavoro di un’artista che invece non conoscevo. Provo a parlarvene.

Lo specchio è un oggetto al limite del reale. Ci regala il doppio di quello che siamo e che vediamo. E’ l’illusione che una cosa bella possa raddoppiare o addirittura moltiplicarsi, per la nostra gioia, ma fa lo stesso con i nostri incubi. Dilata lo spazio ma concettualmente può fare lo stesso con il tempo. Al MACBA Michelangelo Pistoletto, pittore, scultore e artista a tutto tondo, piemontese di nascita, gioca con gli specchi. L’installazione che ho incontrato, denominata Architettura dello Specchio e realizzata nel 1990, è fatta da 4 specchi molto grandi, appoggiati al muro, distanziati di poco tra loro, ma che sarebbero facilmente ricomponibili in uno solo, a formare uno specchio unico e gigante, con tanto di cornice. L’artista parla della dicotomia tra l’essere e l’apparire, tra come ci vediamo noi e come ci guardano gli altri. Tema sempre attuale. Lo specchio è sempre presente e fa da tramite tra l’io e l’altro, tra il singolo e la comunità, in un continuo rimando di concetti tra il sé intimo e l’essere sociale. “Gli occhi sono specchi, la mente è lo specchio degli occhi e le azioni sono lo specchio della mente.” affermava Pistoletto nel 1987. Qui di seguito una mia foto. 


La seconda opera che mi ha colpito è un’installazione, quasi monocromatica, che occupa dal 2007 un’intera stanza del museo. L’artista è marocchina, si chiama Latifa Echakhch, e il lavoro prende il nome da un’affermazione di Yasser Arafat “à chaque stencil une revolution”, ossia “Ad ogni stampo una rivoluzione”, con riferimento agli scioperi del maggio ‘68 in Francia e alle proteste nordamericane contro la guerra del Vietnam. In quegli anni, infatti, per stampare volantini rivoluzionari si utilizzava la carta carbone e le macchine per gli stencil, ossia il ciclostile. Così l’artista ha usato moltissimi fogli di carta carbone, incollati su 3 pareti della stanza, sui quali ha versato prima alcol e poi inchiostro blu, che in parte hanno aderito alla carta, in parte sono colate fino a “sporcare” il pavimento chiaro. L’insieme a prima vista può apparire monotono, ma certamente suggestivo. La cosa strana però è questa: al visitatore medio, il significato dell’opera non appare subito evidente. Per niente proprio. Dopo le prime ricerche sulla rete, anch’io ci ho messo un po’ a focalizzarlo. Pensate, a me dava l’idea di un cielo blu che si dissolve verso il basso, si scolora, si scioglie perché l’uomo spesso non merita lo spettacolo del firmamento. Ecco una mia foto.


L’arte moderna, postmoderna, contemporanea o come volete definirla, non ha lo splendore delle ninfee di Monet e nemmeno il mistero umano dei chiaroscuri di Caravaggio, per restringere il campo alla sola pittura. Essa procede per direttrici completamente diverse, a volte poco comprensibili ma, svelato il significato, racconta sentimenti meno circoscritti, più universali. Si rivolge alle masse, perché quelle masse deve scuotere, ne ha forse il dovere morale e sociale. L’artista si specchia nella sua opera perché ne è parte integrante, da essa e con essa lancia un messaggio, quasi in simbiosi con la sua installazione.  E’ anche questa Arte con la A maiuscola, quella che esprime esteticamente le profondità dell’anima e le mostra al mondo intero.

(nella prima foto, interno del MACBA)


lunedì 10 settembre 2018

I bambini, i genitori e il digitale


In Italia il web è più diffuso tra i giovani e le famiglie con bambini: l’89% di famiglie con figli hanno accesso a Internet. Nello specifico, il 45% dei bambini tra 6 e 10 anni, l’81%  tra 11 e 14 e il 90% tra 15 e 19 anni navigano spesso in rete. Nel belpaese giocano un ruolo positivo i nonni, che usano il digitale con i nipoti, imparando ad usarlo con loro. La situazione non è tanto diversa in altri stati europei. Sono i risultati di uno studio del JRC sull'uso delle tecnologie digitali da parte dei bambini, che sollecita le scuole e gli insegnanti a migliorare quanto prima l'alfabetizzazione digitale e mediatica. Per inciso, il JRC (Joint Research Centre) è l’unità scientifica della Commissione Europea che compie ricerche indipendenti per supportare alcune politiche comunitarie.

Lo studio mostra due fatti importanti. Primo, l'uso di queste tecnologie per l'apprendimento nelle scuole migliora la percezione dei genitori delle stesse e, a sua volta, aiuta l'apprendimento digitale dei bambini e consente un uso più “sano” dei dispositivi connessi. Un vero e proprio ciclo  virtuoso. Secondo, si evince che le abilità digitali dei bambini rispecchiano quelle dei loro genitori. Difatti, sulla base di interviste con 234 famiglie in 21 paesi, si nota che le competenze digitali dei piccoli si sviluppano ormai dalla più tenera età, principalmente a casa, basandosi sull'osservazione dei genitori e del comportamento degli eventuali fratelli più grandi. Ma questo vale anche per l’abuso: papà e mamma troppo social non sono di buon esempio per i figli, com’è normale che sia.

L'atteggiamento dei genitori nei confronti delle tecnologie digitali ha un ruolo importante verso l’uso delle stesse nei bimbi, quindi anche nella formazione delle relative competenze.  La maggioranza crede che la padronanza di tali tecnologie sia fondamentali; ciononostante si fa fatica a trovare un equilibrio tra l'uso costruttivo delle tecnologie digitali e quello deleterio. Di conseguenza, le strategie genitoriali al riguardo sono principalmente motivate da timori di possibili effetti negativi su vista, concentrazione, capacità cognitive e comportamento sociale, paure che solo parzialmente corrispondono a rischi reali. Da focus su alcuni paesi è emerso che i genitori non sempre comunicano con i propri figli sui rischi legati all'uso di tale tecnologia, perché credono che questa conversazione possa innescare la curiosità dei bambini nell’intraprendere attività poco sicure. Della serie “Pierino non fare quella cosa!”, e Pierino la fa.

Le scuole restano fondamentali per promuovere un uso significativo dei dispositivi digitali. Alcuni genitori sottolineano che le scuole posseggono una posizione strategica per fornire guide importanti nello sviluppo delle competenze digitali. Così, tendono a sostenere le opportunità di apprendimento dei piccoli, soprattutto se le scuole integrano significativamente certe tecnologie nelle loro richieste di compiti a casa. In alcuni campioni provenienti da diversi paesi dell'UE, lo studio del JRC conferma l’influenza che la scuola può avere  sull'acquisizione di competenze digitali, incluso l'uso creativo, quando il digitale viene usato come strumento di apprendimento attivo, rispetto ad una mera fonte di informazione, fonte spesso non certa.

La Commissione Europea ha lanciato diverse iniziative di educazione digitale. Una di queste è SELFIE (self-reflection tool for digitally capable schools), nata nel 2017, che si prefigge di arrivare ad un milione di utenti entro il 2019. Selfie dovrebbe servire come strumento per le scuole al fine di valutare i loro punti di forza e di debolezza nell'uso delle tecnologie digitali per l'apprendimento.  Ancora, da alcuni anni esiste Code Week (letteralmente, la settimana del codice), un movimento volontario che promuove il pensiero computazionale, la codifica e le attività legate alla tecnologia, sia nelle scuole che in altri ambiti sociali.

Nota personale. Non credo che il digitale sia l’unico strumento di crescita di bambini e ragazzi. Se non affiancassimo attività di libero pensiero, di riflessione, di giudizio obiettivo, perderemmo spirito critico ed intelligenza emotiva nella società del futuro. Ma, dato che gli strumenti digitali hanno apportato una sorta di trasformazione antropologica, sono pienamente d’accordo che i nostri figli debbano essere messi nelle migliori condizioni per un uso consapevole.




venerdì 3 agosto 2018

Il fattore oscuro della cattiveria



Nella letteratura socio-psicologica esistono moltissimi test sui vari aspetti della personalità umana. Uno dei più famosi è quello che misura l’intelligenza, o meglio il quoziente intellettivo (QI). In un intervallo umano medio tra 85 e 115, Stephen Hawking, ad esempio, ce l’aveva pari a 160. Ed altri scienziati sono arrivati ancora più in alto. Sarebbe interessante calcolare un punteggio sulla cattiveria degli uomini, vero? Starete pensando che persone di vostra conoscenza avrebbero un valore molto alto, ne sono sicuro. Anche senza dare numeri, alcuni studiosi sono riusciti a definire un “fattore D” al riguardo.

Più di 1 secolo fa, Charles Spearman, psicologo e statistico britannico, scoprì che esiste un fattore generale di intelligenza, il fattore g: le persone che ottengono un punteggio elevato in un test di intelligenza tendono ad ottenere punteggi elevati anche su altri test simili. Egli definì inoltre il principio della "indifferenza dell'indicatore": a prescindere dal test, se esso è cognitivamente complesso e si basa su un numero sufficiente di elementi, la misura sarà sempre affidabile. Ora, una ricerca condotta da un gruppo di scienziati tedeschi e danesi suggerisce che considerazioni simili possono applicarsi anche alla malvagità umana. A tal proposito il team ha individuato un fattore D (Dark, oscuro) che fa una sorta di scala del livello della cattiveria umana.

Anche se gli psicologi hanno studiato vari tratti oscuri nell’uomo, nel tempo è diventato sempre più evidente che essi sono legati l'uno con l'altro. Ci si è posti quindi la domanda: esiste una linea sottile che unisce queste peculiarità negative? I professori Moshagen, Hilbig e Zettler, ricercatori rispettivamente alle università di Ulm, Landau e Copenaghen, hanno proposto l’esistenza del fattore D, ossia la tendenza fondamentale a massimizzare la propria utilità a spese degli altri, accompagnata da credenze che servono come giustificazioni per i comportamenti malvagi. Nella loro definizione, l'utilità si riferisce al raggiungimento degli obiettivi. Coloro che si trovano in  alto in tale scala cercano la massimizzazione dell'utilità nonostante sia in contrasto con gli interessi degli altri, oppure lo fanno per produrre risultati negativi sugli altri.

I ricercatori riconoscono che il fattore D può manifestarsi in un gran numero di atteggiamenti e comportamenti eticamente, moralmente e socialmente discutibili. Tuttavia, propongono che ogni singolo tratto oscuro si riduca ad almeno una delle caratteristiche che definiscono D, che hanno individuato in nove singole “capacità”: egoismo, machiavellismo (nel senso di manipolazione), disimpegno morale, narcisismo (inteso come rafforzamento dell’io), diritto psicologico (millantare un diritto senza alcun riscontro reale), insensibilità, sadismo, interesse personale, malignità (o perfidia).

Per calcolare un ragionevole fattore D, hanno assegnato a diversi partecipanti nove diversi test che misuravano un particolare tratto oscuro, come ben definito e caratterizzato nella letteratura psicologica. Gli scienziati hanno così scoperto che tutti i tratti oscuri sono positivamente correlati l'uno all'altro, sebbene alcuni siano più fortemente correlati rispetto ad altri. Le correlazioni più forti sono state trovate tra: egoismo, manipolazione, disimpegno morale, insensibilità, sadismo e perfidia. In secondo luogo, le risposte dei test si sono avvicinate molto al modello teorico che si erano creati, basato sulla massimizzazione dell'utilità (persone in grado di dire qualsiasi cosa pur di ottenere ciò che vogliono), sull’infliggere un danno agli altri (coloro che vogliono punire qualcuno, anche rischiando di farsi male in prima persona), sulla giustificazione di credenze sbagliate (chi crede di essere più meritevole di altri e si comporta di conseguenza perché ciò accada).

Ma non basta. Gli esaminati che avevano ottenuto punteggi elevati sul fattore D erano quelli più propensi a tenere del danaro per se stessi quando gli veniva data l'opportunità, oppure mostravano facilmente comportamenti non etici, tipo imbrogliare il prossimo per aumentare il proprio guadagno. Ed infine, i più cattivi sono stati associati con tratti poco edificanti, quali egocentrismo, dominio, impulsività, potere, aggressività, e molto meno con comportamenti auspicabili, tipo buona identità morale, prospettive future, equità umana, modestia. Ma questo era risultato già riconosciuto dal senso comune.

Insomma, un bel ritrattino di quella fetta di umanità con cui a volte ci troviamo fianco o fianco o, nel peggiore dei casi, ne siamo avviluppati e succubi. E voi, qual è il vostro fattore D? Se vi affacciate su questo link, ad oggi avrete solo qualche dettaglio in più. Il test non è ancora disponibile. Peccato. O meglio così ?


(fonte https://blogs.scientificamerican.com/beautiful-minds/the-dark-core-of-personality/; si ringrazia il sito http://mentalfloss.com per la gentile concessione della foto)


PS Buone vacanze, a risentirci a settembre!


martedì 17 luglio 2018

Le intrusioni digitali nel mondo dei migranti


Lo smartphone è diventato uno strumento fondamentale per la migrazione moderna. Le persone che non possono permetterselo molto probabilmente non possono permettersi nemmeno il viaggio. I telefoni sono una presenza costante lungo il percorso verso l’Europa: nel 2016 l'UNHCR ha riferito che per i migranti i telefoni erano così importanti da spendere per il credito fino a un terzo delle loro entrate. Ora, però, essi sono costretti a confrontarsi con una realtà diversa, poiché i governi di tutto il mondo ampliano le loro capacità di cercare informazioni nei telefoni. Aumenta quindi una consapevolezza: lo stesso dispositivo che può dare libertà potrebbe bloccare la speranza di una nuova vita.

Per i migranti un telefono significa poter rimanere in contatto con la famiglia o con i trafficanti di persone. Si possono controllare i gruppi di Facebook che avvisano su chiusure di frontiere, modifiche alle norme o truffe a cui prestare attenzione; oppure consigli su come evitare i controlli della polizia tramite WhatsApp. Di recente, alcuni stati usano gli smartphone dei migranti per capire di più sulla loro storia e provenienza. In tutto il continente, i disperati in marcia si trovano di fronte a un settore forense in forte espansione, specializzato nell'estrarre dai dispositivi quanti più dati possibili. Queste informazioni possono potenzialmente essere rivolte contro i proprietari dei telefoni stessi.

I governi stanno cercando di ridurre il flusso degli immigrati in entrata. Se la domanda di asilo nasconde qualcosa di poco chiaro, questo può essere un modo per non accettarli. Così le agenzie di immigrazione sono entusiaste per leggi e software che consentono ai dati telefonici di essere usati nei casi di espulsione; in altre parole da questi dati si verifica facilmente l'identità dei migranti e si accerta se sono idonei per la richiesta di asilo, ossia se provengono da paesi in cui rischiano di subire violenze o persecuzioni. In Germania, solo il 40% dei richiedenti asilo nel 2016 aveva un documento ufficiale: le nazionalità del restante 60% sono state verificate attraverso una miscela di analisi del linguaggio, utilizzando traduttori “umani e non” per confermare se il loro accento è autentico, insieme a dati di telefonia mobile.

Nel 2017 sia la Germania che la Danimarca hanno ampliato e modificato le leggi che permettono ai funzionari dell'immigrazione di “addentrarsi” nei telefoni dei richiedenti asilo. Altri paesi stanno provando a farlo. Nei primi sei mesi sono stati controllati circa 8.000 telefoni: se si dubitava della storia raccontata da un richiedente asilo, si estraevano le informazioni dal suo smartphone, ad esempio le impostazioni di lingua dell'utente e le posizioni in cui ha fatto chiamate o scattato foto. Per fare questo, le autorità tedesche utilizzano un software, chiamato Atos, che combina la tecnologia di due società specializzate in queste analisi: T3K e MSAB, forti proprio in questo nuovo settore denominato mobile forensics. In tal modo si cercano incongruenze nella storia di un candidato, differenze per esempio tra dove ha detto di passare per arrivare fin lì e dove è effettivamente transitato.

Associazioni per i diritti umani e partiti di opposizione di molte parti d’Europa si sono chiesti se queste ricerche sono davvero lecite, sollevando preoccupazioni sulla violazione della privacy: sostengono cioè che vi è una equiparazione dei migranti a criminali. "Per un richiedente asilo, lo smartphone è spesso l'unico spazio personale e privato che possiede" ha detto Michala Clante Bendixen del movimento danese Refugees Welcome. Le informazioni provenienti da telefoni e social media offrono una realtà alternativa che può competere con la testimonianza di un richiedente asilo. Ed è un approccio senza precedenti, almeno se pensato ad un’applicazione di così vasta portata.

"Dato che ci sono tanti dati su un telefono, è possibile esprimere giudizi piuttosto radicali su una persona che potrebbero non essere necessariamente veri", afferma Christopher Weatherhead, tecnologo presso Privacy International, ente di beneficenza londinese che si occupa anche di queste tematiche. Alla Privacy International hanno verificato che la polizia britannica riesce ad andare molto a fondo nelle ricerche sugli smartphone dei migranti, analizzando anche dati eliminati, come foto, messaggi, cronologia della posizione e delle ricerche. Tant’è che alcuni individui hanno distrutto il telefono prima di essere interrogati, affermando che gli era stato rubato. Non un comportamento corretto, certamente, ma per la sopravvivenza e il raggiungimento di una vita appena decente, questo è il minimo.




PS: Spero non vi aspettavate commenti o opinioni sul tema. Questa volta ho fatto semplicemente il cronista.

martedì 3 luglio 2018

Uomini e macchine: possibili sentimenti



Sono stato assente per qualche tempo su questo blog. Ogni tanto il piacere di scrivere e di divulgare viene sopraffatto dalle necessità lavorative. Oltre che da quelle umane. A tal proposito, ve ne sono alcune a cui non riesco a rinunciare, dato che ho la possibilità di farlo anche per soli 10 minuti, una volta al giorno. Cosa avete capito? Parlo della lettura. Un buon libro dà spazio alla fantasia, ai sentimenti, a volte anche al fascino del mistero, soddisfa le curiosità, e così via. Permette di vivere altre vite, come disse qualcuno tempo fa. Ma consente anche di fare alcune riflessioni e di condividerle, come in questo caso.

Che vi piaccia o no, Dan Brown è uno degli autori più di successo al mondo. Sto terminando di leggere il suo “Origin”, bello ed affascinante quasi come gli altri. Tranquilli, non rivelerò né la trama né il finale, ma magari qualcuno di voi l’ha già letto. Ad un certo punto Winston, personaggio di fantasia di cui esiste solo la voce, generato da un’intelligenza artificiale (IA) sopraffina, comunica al professor Langdon (l’attore Tom Hanks nei vari film di Brown) che in un tale giorno, ad una certa ora, lui stesso si spegnerà definitivamente. Nel libro Winston dialoga brillantemente con i protagonisti, in modo tale da non riuscire a distinguerlo da una comune persona. Cosa succede quindi? Langdon mostra dispiacere perché Winston “morirà”. Domanda: i sentimenti per le macchine sono una nostra prossima tappa evolutiva, oppure involutiva? Ancora: dispiacere, tristezza, nostalgia, empatia, possono essere provate per una voce intelligente senza corpo? E un’IA può provarle per noi?

Ok, ora riprendetevi. So che i quesiti posti non hanno una risposta proprio semplice. Ogni tanto mi sorprendo a chiedermi delle cose fuori dal comune. E pensare che non ho nemmeno studiato filosofia …. Scherzi a parte, avere dei dubbi e porsi alcuni perché, farsi delle domande al limite dell’esistenziale, è una delle mie caratteristiche. Pregio o difetto? Rispondete voi, questa volta. Però la crescita esponenziale delle interazioni uomo-macchina deve farci riflettere sui possibili impatti emotivi. Il libro che sto ultimando è pura invenzione, e chissà quant’acqua sotto i ponti passerà prima che le macchine abbiano coscienza di sé stesse ed acquisiscano familiarità con i sentimenti. E’ pure probabile che saremo così freddamente razionali da programmarle senza questi optional tipicamente umani.

Oggi siamo fermi a sistemi che sembrano mostrare un QI basso, tipo quelli di Google o di Apple. Si fa una domanda allo smartphone e si riceve una risposta quasi come un “amico sapiens”. Parlo di dispositivi noti a tutti, ma certamente nei laboratori più avanzati, dove forse si usano supercomputer quantistici, ci sono macchine con quoziente intellettivo più alto. Con la crescita dell’intelligenza di questi sistemi, per ora guidata solo dalla programmazione, riusciranno a generarsene in autonomia una nuova e superiore, diventando coscienti e sviluppando anche iniziativa nel dialogo, nei ragionamenti, nelle “azioni”? E tutto ciò, se avverrà, sarà sufficiente a considerarli, tranne che per l’aspetto, come noi?

Tuttavia, anche sulla questione dell’aspetto e della forma, in una società che dedica tutta sé stessa all’apparire, si stanno facendo rapidi progressi, con umanoidi sempre più simili in fattezze ed espressioni agli “umanoidi umani”. Probabilmente, tra due o tre generazioni, i rapporti tra le due “razze” diventeranno stretti ed equiparabili al 99% a quelli attuali tra individui old-style. Tra noi, volevo dire. Così, tornando al primo quesito, se nel libro Langdon prova dispiacere per una voce intelligente destinata ad eclissarsi, potete figurarvi cosa accadrà quando, ipotizzo, nel 2080 l’umanoide di turno terminerà la sua esistenza, lasciando un giovane amico umano: disperazione totale, assimilabile a quella di un parente prossimo che passa a miglior vita. Scenario da fantascienza? Può darsi.

Ma osservando queste considerazioni da un altro punto di vista, si potrebbe porre un’altra questione: i sentimenti nascono per la simbiosi tra i corpi o tra le anime? Sempre più difficile, direte! In altre parole, se può causarci tristezza il fatto che una voce, con tutte le caratteristiche umane di intonazione, comportamento, simpatia, intelligenza, decide di spegnersi, che cos’è che ci lega davvero alle persone, la loro intelligenza o il loro aspetto? Le relazioni si formano perché ci piace stare insieme: questo deriva da un piacere superficiale, come quello della bellezza, che pur si rifà a desideri dell’anima, oppure dal modo di porsi, di sentirsi vicini, di condividere esperienze, ma pure dal contatto fisico? Se volete, questo è anche un tema da social: a volte si creano buoni rapporti, anche di stima, tra persone conosciute su internet, pur non avendo la fortuna di incontrarle dal vivo. Si tratta solo di un’amicizia virtuale? Quante di quelle reali sono vere e quante solo presunte o di comodo? Le interazioni digitali e i sentimenti che ne derivano finiscono davvero a schermo spento?

I futurologi, i tecnologi, coloro che plasmano il domani, cercheranno di regalare sembianze umane sia nella forma che nei contenuti agli umanoidi che verranno. Non spaventatevi, è la logica del Creatore, o di madre Natura, se virate come me verso un agnosticismo stretto. Solo che questa creazione postmoderna, partorita dalle nostre piccole menti, dovrà essere di affiancamento al risultato della preesistente, magari evitandoci compiti più banali, oppure più pericolosi, lasciandoci tempo libero per la crescita personale, intellettiva ed emotiva, ma anche per andare incontro al prossimo, vivendo appieno l’esistenza. Nelle umane profondità ci saranno più attracchi di navi della conoscenza, alle quali lasciare liberi i porti della consapevolezza e della sensibilità. Sempre che non chiudano pure questi.   


(si ringrazia il sito http://www.isciencemag.co.uk per la gentile concessione dell’immagine)


PS: se state leggendo questo post scriptum, vi chiedo perdono per la prolissità e vi ringrazio per la pazienza J



giovedì 14 giugno 2018

Una ragnatela contro i tumori


Che rapporto avete con i ragni? Vi sono indifferenti, vi disturbano, scappate se li vedete o siete proprio aracnofobici? Oppure vi incuriosiscono, li ritenete “simpatici” e magari scattate una foto se vedete una bella ragnatela? E loro come ci vedono? Scherzi a parte, i ragni sono animali veramente speciali. Pensate che alcuni ricercatori hanno preso spunto dalla loro tela, ed in particolare dalla seta di cui è composta, per provare una nuova tecnica che potrebbe aiutare a combattere il cancro e alcune malattie infettive.

Il nostro sistema immunitario è in gran parte basato su due tipi di cellule: linfociti di tipo B, che producono gli anticorpi necessari per difendersi dalle infezioni più comuni, e linfociti di tipo T. Nel caso dei tumori e di alcune malattie infettive come la tubercolosi, è necessario stimolare i linfociti T. Sfortunatamente, il loro meccanismo di attivazione è più complesso di quello dei tipo B: per innescare una risposta, è necessario utilizzare un peptide, un piccolo frammento di proteina che deve però essere protetto, evitando una sua rapida degradazione all’interno del nostro organismo, prima di raggiungere il suo bersaglio.

Al fine di rafforzare l'efficacia dei vaccini sul sistema immunitario, in special modo sui linfociti T, alcuni ricercatori di diverse università, Ginevra, Friburgo, Monaco e Bayreuth, in collaborazione con la società tedesca AMSilk, hanno sviluppato microcapsule di seta di ragno in grado di trasportare il vaccino direttamente all’interno delle cellule immunitarie. "Poichè gli attuali vaccini hanno solo un'azione limitata sulle cellule T, è fondamentale sviluppare altre procedure per superare questo problema, come abbiamo dimostrato in questo studio" ha affermato la professoressa elvetica Carole Bourquin, team leader della ricerca. Gli scienziati hanno utilizzato biopolimeri sintetici in seta di ragno, un materiale leggero, biocompatibile e non tossico, altamente resistente agli effetti negativi di luce e calore.

Le microparticelle di seta formano una capsula di trasporto che protegge il peptide del vaccino durante il viaggio fino al centro delle cellule dei linfonodi, aumentando così notevolmente le risposte immunitarie dei linfociti T. Si ottiene così una nuova ed efficace strategia di vaccinazione estremamente stabile, facile da produrre e facilmente personalizzabile. Le particelle di biopolimeri di seta sintetica dimostrano un'elevata resistenza al calore, resistendo a più di 100 gradi per diverse ore, senza alcun deterioramento. Un vantaggio molto importante, specie nei paesi in via di sviluppo dove una delle grandi difficoltà è la conservazione di questi farmaci molto delicati.

Il principale limite di questo processo è dato dalla dimensione delle microparticelle. In linea di principio la protezione con biopolimeri sintetici è applicabile a qualsiasi peptide, che è abbastanza piccolo da essere incorporato nelle proteine ​​della seta: in realtà sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere se è  possibile incorporare anche gli antigeni più grandi usati nei vaccini standard, specialmente nel caso di malattie virali. E questo dal punto di vista scientifico è una verifica fondamentale, che voi siate pro o contro i vaccini obbligatori. Ma non è questa la sede per una diatriba del genere.

Negli ultimi anni gli scienziati stanno cercando di imitare alcuni meccanismi presenti in natura. Pensate un po’, quando ho inaugurato questo blog, ormai 4 anni orsono, avevo parlato proprio di un argomento simile. Un tale sapiente copiare si definisce bioispirazione. E con i ragni è già successo altre volte: qui un caso, sempre raccontato del sottoscritto. Nei materiali biologici ci sono infatti vari aspetti, quali multifunzionalità, gerarchizzazione e nano-strutturazione, che si fondono in una sintesi originale. Sintesi dalla quale abbiamo ancora tanto da imparare. Madre natura riesce a difendersi ed autorigenerarsi in modo così strabiliante, perché non dovrebbero fare altrettanto gli uomini, che sono suoi figli?