giovedì 14 giugno 2018

Una ragnatela contro i tumori


Che rapporto avete con i ragni? Vi sono indifferenti, vi disturbano, scappate se li vedete o siete proprio aracnofobici? Oppure vi incuriosiscono, li ritenete “simpatici” e magari scattate una foto se vedete una bella ragnatela? E loro come ci vedono? Scherzi a parte, i ragni sono animali veramente speciali. Pensate che alcuni ricercatori hanno preso spunto dalla loro tela, ed in particolare dalla seta di cui è composta, per provare una nuova tecnica che potrebbe aiutare a combattere il cancro e alcune malattie infettive.

Il nostro sistema immunitario è in gran parte basato su due tipi di cellule: linfociti di tipo B, che producono gli anticorpi necessari per difendersi dalle infezioni più comuni, e linfociti di tipo T. Nel caso dei tumori e di alcune malattie infettive come la tubercolosi, è necessario stimolare i linfociti T. Sfortunatamente, il loro meccanismo di attivazione è più complesso di quello dei tipo B: per innescare una risposta, è necessario utilizzare un peptide, un piccolo frammento di proteina che deve però essere protetto, evitando una sua rapida degradazione all’interno del nostro organismo, prima di raggiungere il suo bersaglio.

Al fine di rafforzare l'efficacia dei vaccini sul sistema immunitario, in special modo sui linfociti T, alcuni ricercatori di diverse università, Ginevra, Friburgo, Monaco e Bayreuth, in collaborazione con la società tedesca AMSilk, hanno sviluppato microcapsule di seta di ragno in grado di trasportare il vaccino direttamente all’interno delle cellule immunitarie. "Poichè gli attuali vaccini hanno solo un'azione limitata sulle cellule T, è fondamentale sviluppare altre procedure per superare questo problema, come abbiamo dimostrato in questo studio" ha affermato la professoressa elvetica Carole Bourquin, team leader della ricerca. Gli scienziati hanno utilizzato biopolimeri sintetici in seta di ragno, un materiale leggero, biocompatibile e non tossico, altamente resistente agli effetti negativi di luce e calore.

Le microparticelle di seta formano una capsula di trasporto che protegge il peptide del vaccino durante il viaggio fino al centro delle cellule dei linfonodi, aumentando così notevolmente le risposte immunitarie dei linfociti T. Si ottiene così una nuova ed efficace strategia di vaccinazione estremamente stabile, facile da produrre e facilmente personalizzabile. Le particelle di biopolimeri di seta sintetica dimostrano un'elevata resistenza al calore, resistendo a più di 100 gradi per diverse ore, senza alcun deterioramento. Un vantaggio molto importante, specie nei paesi in via di sviluppo dove una delle grandi difficoltà è la conservazione di questi farmaci molto delicati.

Il principale limite di questo processo è dato dalla dimensione delle microparticelle. In linea di principio la protezione con biopolimeri sintetici è applicabile a qualsiasi peptide, che è abbastanza piccolo da essere incorporato nelle proteine ​​della seta: in realtà sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere se è  possibile incorporare anche gli antigeni più grandi usati nei vaccini standard, specialmente nel caso di malattie virali. E questo dal punto di vista scientifico è una verifica fondamentale, che voi siate pro o contro i vaccini obbligatori. Ma non è questa la sede per una diatriba del genere.

Negli ultimi anni gli scienziati stanno cercando di imitare alcuni meccanismi presenti in natura. Pensate un po’, quando ho inaugurato questo blog, ormai 4 anni orsono, avevo parlato proprio di un argomento simile. Un tale sapiente copiare si definisce bioispirazione. E con i ragni è già successo altre volte: qui un caso, sempre raccontato del sottoscritto. Nei materiali biologici ci sono infatti vari aspetti, quali multifunzionalità, gerarchizzazione e nano-strutturazione, che si fondono in una sintesi originale. Sintesi dalla quale abbiamo ancora tanto da imparare. Madre natura riesce a difendersi ed autorigenerarsi in modo così strabiliante, perché non dovrebbero fare altrettanto gli uomini, che sono suoi figli?


mercoledì 6 giugno 2018

Lavori nuovi e alternativi



Sono stato un paio di settimane fa alla presentazione di un corso su "Big Data Engineering". L’argomento, per farla molto breve, descrive come le aziende possono sfruttare, con metodi ingegneristici ed informatici, i nostri dati di clienti: l'esempio classico è quello dei supermercati. E la privacy? vi starete chiedendo. C’entra anche quella. Ma non è questo il tema. In una slide si affermava che i lavori più richiesti nel 2010 non esistevano affatto nel 2004.

Il mondo del lavoro sta cambiando rapidamente. Non certo per i rapporti tra dipendenti e datore di lavoro, ancora poco distesi, ma per quanto riguarda le nuove figure professionali che l'informatizzazione spinta ha portato. Ora, lasciando stare influencer e digital strategist, per i quali non ho tanta simpatia, c’è chi si inventa nuove possibilità sulla base della propria esperienza. Così, una tale Annette Adamska ha creato il sito Back Up Your Life, piattaforma con cui organizza la "vita digitale" delle persone per quando non potranno farlo più, causa passaggio a miglior vita o per gravi impedimenti che rendono impossibile la loro presenza sul web.

Quando sua madre ha avuto un grave incidente che l’ha portata alla tetraplegia, Annette si è resa conto che sapeva poco di lei, riguardo a come gestisse i soldi o i suoi account online, o dove erano nascoste le sue password. Avevano qualche mese per parlare di come sistemare le cose prima che morisse, ma rimanevano ancora molte domande. Così, sulla base di un'esperienza drammatica, col tempo la signora Adamska si è inventata un vero e proprio lavoro fondando Back Up Your Life, una società focalizzata sulla preparazione degli individui per il giorno in cui non potranno più comunicare e gestirsi autonomamente. I servizi comprendono dei colloqui tesi ad identificare con accuratezza tutto ciò che l'individuo vuole sia documentato, archiviato e condiviso.

Localizzata a Raleigh-Durham, in North Carolina, il target di Back Up Your Life è di creare piani per gestire account sui social-media, iscrizioni online, archiviazione sicura delle password, pagamenti finanziari ricorrenti, e così via. Un'altro obiettivo importante è di assicurare che le persone vicine sappiano come accedere alla "vita digitale" del loro caro e quali siano le sue volontà, se un giorno ce ne sarà bisogno. Una sorta di testamento post-moderno, insomma, non riferito però ai soli beni materiali. Dedicato a terza e quarta età quindi? Per niente. La maggior parte dei clienti di Annette ha infatti tra i 30 e i 40 anni. "Sostanzialmente, sto facendo questo perché non voglio che nessuno possa trovarsi male, come è successo a me", dice. Anche il business ha (pochi) lati umani. Però mi chiedo: la nostra presenza in rete proseguirà anche dopo morti?

Oltre a professionalità completamente nuove, c'è chi prova a rinnovare le esistenti. Alla Associated Press, nota agenzia di stampa americana, stanno sviluppando un software in grado di generare e pubblicare automaticamente i contenuti. Creato in collaborazione con la società Automated Insights, il software estrae dati da documenti quali i rapporti sugli utili finanziari e crea rapidamente degli articoli. In futuro non esisteranno quindi più reporter umani? Il dottor Myers, editor manager alla AP, pensa che si tratterà perlopiù di una collaborazione tra uomo e macchina. "I computer sono bravi a dirti cosa è successo, ma non sono bravi a dirti perché è successo: questo è quello che continueranno a fare i giornalisti, trovare relazioni e spiegazioni".

Le sue creazioni automatiche sono utilizzate principalmente per attività banali come la ricerca di notizie o la scrittura di storie ripetitive, eliminandole dalla quotidianità del reporter. Insomma, monitorare il web, divenuto ormai un gigantesco blob, farcito di molti fake, scandagliando eventuali dichiarazioni o comunicati stampa, nel pubblico e nel privato. Come in altri settori, quindi, uomini e robot saranno fianco a fianco per una produzione puntuale e dettagliata delle notizie più fresche e soprattutto vere. Anche se in questo caso non saranno veri e propri robot, con mani simili alle nostre, pronte a digitare sulla tastiera. Magari affinando il software verranno fuori articoli obiettivi e imparziali. Oppure questa è solo un'utopia.

Se da una parte del mondo si lotta per il diritto al lavoro, senza sfruttamenti, dall'altra ci si inventa delle nuove possibilità, grazie ad esperienza e creatività. Quanto a quest'ultima, se viene dalle stanze dei bottoni e guarda solo al profitto, non è affatto desiderata. La tecnologia, certo, può dare spazio ad idee e persone di talento. Ma, naturalmente, da sola non risolverà: anzi paradossalmente potrebbe sostituire molti operatori, per i quali saranno necessari ricollocamenti. Come saranno necessari anche ammortizzatori sociali e finanziari, per chi un lavoro l'ha perso e non è più in odor di giovinezza.


(fonti https://goo.gl/W7yL5K; https://goo.gl/9YndSS ; si ringrazia il sito http://darkdissolution.blogspot.com per la gentile concessione dell'immagine)