martedì 2 maggio 2017

Tumore alla mammella, un aiuto dalla NASA


L’esplorazione dello spazio è iniziata nel 1957 con lo Sputnik1 sovietico. Da allora sono stati fatti passi da gigante, ed in questi giorni si stanno vivendo momenti importanti, grazie alla sonda Cassini che, dopo circa 20 anni di viaggio, sta inviando le prime foto degli anelli di Saturno. E la storia ovviamente non finisce qua. Gli investimenti mondiali dedicati sono quasi incalcolabili, con tutte le eventuali critiche del caso. Ma qualche volta gli studi spaziali portano benefici anche sulla Terra.  

La dottoressa Susan Love, chirurgo californiano specializzato nei tumori al seno, che ha creato una sua fondazione al riguardo, sta studiando da tempo il microbioma dei dotti mammari, i canali sotto la pelle che portano il latte al capezzolo. Per inciso, il microbioma è l'insieme del patrimonio genetico di un ambiente definito (un intero organismo o una  parte di esso) e della sua interazione con i microrganismi in esso presenti. Visto che la maggioranza dei tumori alla mammella hanno origine nei dotti, la Love ha provato a mapparli per determinare se ospitano eventuali agenti infettivi che alimentano il male. Il compito è risultato difficile, dato che sono stati riscontrati molti più microbi del previsto.

Gli scienziati della NASA hanno da tempo sviluppato una serie di tecniche per analizzare  concentrazioni piccolissime di microrganismi. Si tratta di strumenti estremamente sensibili che sono utilizzati per la protezione dei pianeti, nel senso che nei viaggi interspaziali i batteri residenti sulla Terra non devono poter contaminare i mondi lontani. Fortunatamente, uno degli scienziati che lavorano al centro JPL (Jet Propulsion Laboratory) della NASA, il dottor Vaishampayan, conosceva il meccanismo con cui una madre condivide il suo microbioma con il proprio bambino, attraverso l'allattamento al seno, avendolo studiato nel post-dottorato a Berkeley. Un concetto poco diffuso presso quasi tutti i biologi, secondo cui il seno e i suoi condotti sono sterili.

Il team ha analizzato il fluido duttale su 23 donne sane e su 25 che avevano contratto il cancro al seno, utilizzando tecniche molto avanzate per determinare la fauna microbica. Ha stabilito che il fluido condotto al seno ha in effetti un microbioma distinto: in pratica la popolazione di microbi nelle pazienti sane sembra differire da quelle che non lo sono. Ma questo era solo un primo passo, anche perché la diversità poteva essere scaturita dai trattamenti a cui si erano sottoposte le donne più sfortunate. Successivamente, gli scienziati del JPL hanno sviluppato una tecnologia per creare delle mappe dettagliate dei dotti mammari, in analogia a quella utilizzata per mappare la topologia di altri pianeti . Le informazioni così ottenute potrebbero portare a più precisi interventi chirurgici di natura oncologica.

Negli ultimi tempi la dottoressa californiana aveva cercato di utilizzare le ecografie 3D (tecnologia di cui avevamo già discusso) per ottenere immagini dei condotti, su donne in buona salute, durante l'allattamento. Cosa non semplice perché manca un quantitativo di dati sufficiente. Ecco quindi l’importanza del JPL: gli scienziati abituati a realizzare mappe dettagliate per topografie complesse, anche se di natura completamente diversa, possono fornire un utile contributo ad un lavoro simile, in ambito anatomico e, soprattutto, per una patologia devastante come quella tumorale. In fondo il seno umano per certi versi è inesplorato come la superficie di Marte, ha affermato la dottoressa Love, cogliendo in pieno le positive ricadute di questa analogia.

L’incursione di carattere medico al JPL ha avuto molto successo. E’ stato creato un forum di Ingegneria Medica, al quale partecipano scienziati e ingegneri desiderosi di lavorare su progetti medici. Ad esempio, è venuta fuori una collaborazione con alcuni neurochirurghi per sviluppare materiali intelligenti da utilizzare in chirurgia spinale; ancora, vogliono mettere a punto una migliore tecnologia di imaging per guidare i chirurghi in modo più puntuale. Pur essendo davvero una sinergia inedita, quella tra lo studio dei tumori e le ricerche lontane dal pianeta azzurro, il suo esordio sembra promettere proprio bene.



(fonte https://www.statnews.com/2017/04/18/breast-cancer-jpl-space/; nella foto, gentilmente tratta dal sito http://www.ctsnotizie.it, Valentina Tereshkova, la prima donna che volò nello spazio, nel 1963)

Nessun commento:

Posta un commento