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mercoledì 6 giugno 2018

Lavori nuovi e alternativi



Sono stato un paio di settimane fa alla presentazione di un corso su "Big Data Engineering". L’argomento, per farla molto breve, descrive come le aziende possono sfruttare, con metodi ingegneristici ed informatici, i nostri dati di clienti: l'esempio classico è quello dei supermercati. E la privacy? vi starete chiedendo. C’entra anche quella. Ma non è questo il tema. In una slide si affermava che i lavori più richiesti nel 2010 non esistevano affatto nel 2004.

Il mondo del lavoro sta cambiando rapidamente. Non certo per i rapporti tra dipendenti e datore di lavoro, ancora poco distesi, ma per quanto riguarda le nuove figure professionali che l'informatizzazione spinta ha portato. Ora, lasciando stare influencer e digital strategist, per i quali non ho tanta simpatia, c’è chi si inventa nuove possibilità sulla base della propria esperienza. Così, una tale Annette Adamska ha creato il sito Back Up Your Life, piattaforma con cui organizza la "vita digitale" delle persone per quando non potranno farlo più, causa passaggio a miglior vita o per gravi impedimenti che rendono impossibile la loro presenza sul web.

Quando sua madre ha avuto un grave incidente che l’ha portata alla tetraplegia, Annette si è resa conto che sapeva poco di lei, riguardo a come gestisse i soldi o i suoi account online, o dove erano nascoste le sue password. Avevano qualche mese per parlare di come sistemare le cose prima che morisse, ma rimanevano ancora molte domande. Così, sulla base di un'esperienza drammatica, col tempo la signora Adamska si è inventata un vero e proprio lavoro fondando Back Up Your Life, una società focalizzata sulla preparazione degli individui per il giorno in cui non potranno più comunicare e gestirsi autonomamente. I servizi comprendono dei colloqui tesi ad identificare con accuratezza tutto ciò che l'individuo vuole sia documentato, archiviato e condiviso.

Localizzata a Raleigh-Durham, in North Carolina, il target di Back Up Your Life è di creare piani per gestire account sui social-media, iscrizioni online, archiviazione sicura delle password, pagamenti finanziari ricorrenti, e così via. Un'altro obiettivo importante è di assicurare che le persone vicine sappiano come accedere alla "vita digitale" del loro caro e quali siano le sue volontà, se un giorno ce ne sarà bisogno. Una sorta di testamento post-moderno, insomma, non riferito però ai soli beni materiali. Dedicato a terza e quarta età quindi? Per niente. La maggior parte dei clienti di Annette ha infatti tra i 30 e i 40 anni. "Sostanzialmente, sto facendo questo perché non voglio che nessuno possa trovarsi male, come è successo a me", dice. Anche il business ha (pochi) lati umani. Però mi chiedo: la nostra presenza in rete proseguirà anche dopo morti?

Oltre a professionalità completamente nuove, c'è chi prova a rinnovare le esistenti. Alla Associated Press, nota agenzia di stampa americana, stanno sviluppando un software in grado di generare e pubblicare automaticamente i contenuti. Creato in collaborazione con la società Automated Insights, il software estrae dati da documenti quali i rapporti sugli utili finanziari e crea rapidamente degli articoli. In futuro non esisteranno quindi più reporter umani? Il dottor Myers, editor manager alla AP, pensa che si tratterà perlopiù di una collaborazione tra uomo e macchina. "I computer sono bravi a dirti cosa è successo, ma non sono bravi a dirti perché è successo: questo è quello che continueranno a fare i giornalisti, trovare relazioni e spiegazioni".

Le sue creazioni automatiche sono utilizzate principalmente per attività banali come la ricerca di notizie o la scrittura di storie ripetitive, eliminandole dalla quotidianità del reporter. Insomma, monitorare il web, divenuto ormai un gigantesco blob, farcito di molti fake, scandagliando eventuali dichiarazioni o comunicati stampa, nel pubblico e nel privato. Come in altri settori, quindi, uomini e robot saranno fianco a fianco per una produzione puntuale e dettagliata delle notizie più fresche e soprattutto vere. Anche se in questo caso non saranno veri e propri robot, con mani simili alle nostre, pronte a digitare sulla tastiera. Magari affinando il software verranno fuori articoli obiettivi e imparziali. Oppure questa è solo un'utopia.

Se da una parte del mondo si lotta per il diritto al lavoro, senza sfruttamenti, dall'altra ci si inventa delle nuove possibilità, grazie ad esperienza e creatività. Quanto a quest'ultima, se viene dalle stanze dei bottoni e guarda solo al profitto, non è affatto desiderata. La tecnologia, certo, può dare spazio ad idee e persone di talento. Ma, naturalmente, da sola non risolverà: anzi paradossalmente potrebbe sostituire molti operatori, per i quali saranno necessari ricollocamenti. Come saranno necessari anche ammortizzatori sociali e finanziari, per chi un lavoro l'ha perso e non è più in odor di giovinezza.


(fonti https://goo.gl/W7yL5K; https://goo.gl/9YndSS ; si ringrazia il sito http://darkdissolution.blogspot.com per la gentile concessione dell'immagine)


venerdì 16 marzo 2018

Il tempo e la felicità



Quel principe partenopeo che tutti conosciamo come Totò amava dire “la felicità è fatta di attimi di dimenticanza”, intendendo naturalmente quei momenti in cui, per una congiuntura astrale favorevole, si riesce a non pensare ai problemi quotidiani. Apprezzabilissimo come aforisma, anche perché il tempo è un fattore determinante, sia nella presunta ricerca della felicità, che relativamente alla durata di quegli istanti di dimenticanza. Ora lo dice anche una ricerca condotta a quattro mani dalla Rutgers University del New Jersey e la Scarborough University di Toronto: le persone che perseguono la felicità spesso si sentono come se non avessero abbastanza tempo e ciò li rende paradossalmente infelici. In altre parole i ricercatori hanno dimostrato che l'obiettivo di raggiungere la felicità può influire sulla percezione del tempo.

Nell'esperimento alcuni volontari dovevano elencare delle cose che li avrebbero resi più felici mentre guardavano un film noioso, dimostrando così la felicità come obiettivo perseguibile. Ad altri invece venne chiesto di pensare alla felicità attraverso traguardi già raggiunti, guardando una commedia o comunque qualcosa di più divertente rispetto ai primi. Successivamente, tutti i partecipanti hanno riferito di quanto tempo libero sentivano di avere. La scoperta principale dei ricercatori è stata che la percezione di una persona del tempo a disposizione è influenzata dalla ricerca della felicità. Le persone del secondo gruppo, quelli già felici per intenderci, avevano una bassa sensazione del tempo diminuito a loro disposizione: la vita gli aveva già sorriso e potevano goderne, potremmo aggiungere.

La ricerca sottolinea inoltre che le persone hanno concetti diversi sulla felicità, modi e mezzi per riuscirci che dipendono dal vissuto e dalle proprie ambizioni, che a loro volta possono influenzare il modo in cui percepiscono il tempo necessario per raggiungerla. E qui, sulla soggettività del tema, ci eravamo già arrivati da soli. Lo stesso Einstein ebbe a dire, a proposito della sua relatività "Quando un uomo siede vicino ad una ragazza carina per un’ora, sembra che sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa accesa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora."

La conclusione, a detta degli studiosi, è che la gente preferisce acquistare beni materiali per soddisfare i bisogni personali, perché impegnarsi in esperienze, fosse anche solo un viaggio, e attendere le eventuali emozioni che ne derivano richiede più tempo e fatica. A maggior ragione se inseguire una meta porta a pensare che non ci sia sufficiente tempo per raggiungerla. Per lo stesso motivo, alcune persone accampano alibi quali lo stress della mancanza di tempo, rendendosi poco disponibili a trascorrere delle ore con chi ha bisogno ed in generale a fare del volontariato. Perciò, secondo i ricercatori americani, socialmente sarebbe un bene incoraggiare gli individui a preoccuparsi meno di perseguire la felicità come un fine: così facendo il "peso" del tempo sarebbe inferiore e, molto probabilmente, la felicità stessa arriverebbe davvero.

Forse sarò banale, ma è inevitabile affermare che il troppo affannarsi, specie per cercare una felicità materiale, che si trasforma facilmente in avidità e brama di raggiungere l'irraggiungibile, può risultare molto controproducente. Sicuramente possiamo dire che l'incertezza del futuro, sia nel quotidiano, che nei progetti a più lungo termine, rischia a volte di diventare un macigno sul processo decisionale e sul benessere personale, a partire dal presente. Tempo e felicità sono strettamente correlati, quindi. Da una parte chi ha davanti adolescenza, maturità, avvenire, può costruirsi la vita migliore che forse lo renderà felice. Ma bisogna educarli a farlo. Dall'altra, chi è più in là negli anni può concentrarsi su ciò che ha realizzato ed esserne fiero. Allora probabilmente la felicità è tutta una questione di approccio.




lunedì 5 marzo 2018

Il segreto del successo


Da che cosa dipende il successo? Applicazione, impegno, innovazione, talento, fortuna, intelligenza? Quale intelligenza, didattica, relazionale, emotiva? E' più necessaria una preparazione scientifica o una umanistica? Forse molti di voi credono che sia la risultante di tutte queste cose. Ed in effetti lo pensavo anch'io, finché non sono venuto a conoscenza di una ricerca originale condotta all'Università di Catania.

Successo fa quasi sempre rima con ricchezza. La distribuzione della ricchezza segue un modello chiamato "regola 80:20": l'80% della ricchezza appartiene al 20% della popolazione. Forse ultimamente questa sproporzione si è maggiormente ampliata, dato che un report del 2017 ha concluso che solo 8 uomini posseggono la ricchezza equivalente a quella di quasi 4 miliardi di persone povere. Perché accade ciò? Tralasciando per un attimo alcuni fondati discorsi di giustizia sociale, si potrebbe rispondere che è il merito a far pendere la bilancia in modo così ripido. O almeno questa è una delle possibili risposte. Ma, a pensarci bene, la distribuzione delle capacità umane non segue la regola 80:20. Ad esempio, per l'intelligenza, il QI medio è 100, ma nessuno ha un QI di 1000 o 10000. Lo stesso vale per l'impegno, misurato in termini temporali: alcuni lavorano più ore della media e altri meno, ma nessuno lavora moltissime volte più di chiunque altro. Eppure, quando si guardano i compensi, certi "soggetti" hanno patrimoni mille e più volte maggiore rispetto a noialtri.

Così un team dell'Università di Catania, condotto dal dottor Alessandro Pluchino, ha creato un modello informatico del talento umano, che tiene conto del modo in cui le persone lo usano per sfruttare le opportunità nella vita. Il modello consente al team di studiare il ruolo del caso in questo processo, utilizzando simulazioni che riproducono fedelmente la distribuzione della ricchezza reale. Ma gli individui più ricchi non sono i più talentuosi, anche se le abilità non possono mancare; udite, udite, sono i più fortunati. E questo ha implicazioni significative per il modo in cui si possono ottimizzare i rendimenti che si ottengono dagli investimenti in qualsiasi ambito, anche nello scientifico.

Il modello si basa su un gruppo di persone, ognuna con un certo livello di talento, che è distribuito statisticamente intorno ad un valor medio, con alcune deviazioni standard. Quindi alcune persone hanno più talento della media e altre meno, ma nessuno possiede capacità decisamente superiori al resto del gruppo. Si tratta dello stesso tipo di distribuzione osservata per varie abilità umane, o anche per altezza o peso, dato che le nostre caratteristiche dimensionali non mostrano grosse diversità. Il modello classifica ogni individuo supponendo una vita lavorativa di 40 anni, durante la quale agli individui si assegnano eventi fortunati o sfortunati, decisi in modo casuale dal calcolatore. Così, sempre all'interno del modello, tali eventi possono essere sfruttati per aumentare la loro ricchezza, per chi è in grado di farlo.

Alla fine della simulazione, i ricercatori siciliani hanno classificato le persone in base alla loro ricchezza, approfondendo quali sono le caratteristiche per un maggior successo. Inoltre hanno calcolato la distribuzione della ricchezza, ripetendo la simulazione molte volte per verificare l'affidabilità delle conclusioni. La classificazione degli individui in base alla ricchezza è risultata avere la stessa distribuzione di quella esistente in realtà. Dunque, il 20% più ricco è quello dotato di maggior talento, vero? Nemmeno per idea. Gli individui più ricchi di solito non corrispondevano ai più capaci o intelligenti. "Il massimo successo non coincide mai con il massimo talento, e viceversa", afferma il dott. Pluchino. E aggiunge "La nostra simulazione mostra chiaramente che il fattore predominante è solo la pura fortuna".

Non hanno però impostato e affinato un tale modello per curiosità, ma per adottare, se possibile, una strategia efficace per sfruttare il ruolo della fortuna nel successo. Poichè il loro settore è quello della ricerca scientifica, secondo questi studiosi l'applicazione di un simile risultato porta a dire che i migliori rendimenti dagli investimenti in ricerca si ottengono se si dividono equamente i finanziamenti tra tutti i ricercatori. Difatti, il team ha studiato tre modelli, in cui il finanziamento della ricerca è distribuito alla stessa maniera a tutti gli scienziati, o assegnato casualmente ad una parte di essi, oppure dato preferenzialmente a quelli che hanno avuto maggior successo in passato. Proprio la prima delle tre possibilità è stata quella vincente in termini economici.

Ora permettete una considerazione personale. Molte volte per disconoscere i meriti altrui amiamo dire "tutta fortuna!". Da questo studio, pur essendo solo una semplificazione della vita reale, sembrerebbe  quindi trionfare un tale ragionamento qualunquista. Ovvio che non è così. Certo, alcune volte la dea bendata dà veramente una mano, ma senza l'audacia di sfruttarla, le competenze giuste, la capacità di trovare ottimi collaboratori, niente andrebbe in porto. Lo scrivo perché c'è il rischio che qualche adolescente "in ascolto" potrebbe pensare che studio e perseveranza contano relativamente. No, contano eccome. Sono la condizione necessaria. Forse non sufficiente, ma sicuramente necessaria.



giovedì 22 febbraio 2018

Cosa so dell'amore


Sere fa ho guardato in TV con molto piacere un nuovo episodio della serie "Il commissario Montalbano". Si dice spesso che quantità non vuol dire qualità, ma credo che uno share di circa il 50%, come avvenuto per questo e per lo scorso episodio, sia coinciso con una trasmissione di grande qualità, di contenuti di spessore, quelli derivanti dai romanzi di Camilleri, arricchiti naturalmente dalla regia di Alberto Sironi, oltre che dalla bravura degli attori. L'episodio si chiamava "Amore" e, per la cronaca, prendeva spunto da un piccolo racconto contenuto in una raccolta del grande maestro girgentano. Ad un certo punto uno dei protagonisti diceva "Si vede che non era vero amore, se se n'è andata", riferendosi alla compagna che, a prima vista, l'aveva lasciato.

Saltando di palo in frasca, provate ora a pensare a tutto ciò che si scrive sui social network riguardo al più nobile dei sentimenti. Che c'entra, starete dicendo. Era solo per girare intorno ad una questione per niente semplice. Lì, nella vostra home page, timeline e via discorrendo, trovate di tutto e di più, banalità, frasi prese a caso dal web, pensieri anche belli e spontanei, stralci di canzoni: forse è l'argomento di cui si scrive di più, direttamente e indirettamente (a parte la politica di questi giorni). Molte parole sono messe insieme anche in un modo stilistico degno di nota, da vate del passato o da penne del presente, che ci fanno riflettere, sorridere, soffrire o comunque soffermarci su ciò di cui non possiamo fare a meno, in qualunque forma esso sia. L'amore, appunto.

Era dunque un accostamento all'apparenza insensato, quello tra il più bravo scrittore vivente italiano (non lo è per voi? fa niente) e la superficialità dei social media. L'ho fatto perché è tema essenziale per le nostre esistenze, checché ne dicano alcuni soloni che lo rifuggono. Si può avere la maestria di scrittori, poeti, artisti, ma anche la semplicità degli umili e l'ingenuità dei bambini, per averne testimonianza quotidiana. Ognuno prova a raccontarlo, anche non volontariamente, con il filtro della propria anima, con il bagaglio di esperienze vissute, positive o negative. Meglio ancora se lo vive appieno, senza parlarne. Guai però a dire che esiste un qualche teorema al riguardo, un'asserzione che circoscriva l'amore all'interno di uno schema, quantitativo e qualitativo. E' qui, infatti, che mi sovviene il dubbio, quando penso alla frase del succitato personaggio dell'altra sera. L'amore, quindi, ha una durata minima per definirsi tale? deve essere considerato sentimento di serie A solo se i due soggetti coinvolti stanno insieme tutta la vita?

"Si vede che non era vero amore, se se n'è andata". Poiché la nostra storia è finita, significa che non mi amava davvero. L'ha detto un uomo lasciato, in una fiction, ma forse l'avrete sentita da entrambi i sessi, anche nella vita reale. A parziale consolazione di chi, non recuperando una razionale motivazione all'accaduto, accampa alibi poco solidi. Stare insieme per sempre è uguale ad amore vero e profondo. Equazione non soddisfatta per alcun valore dell'incognita, l'incognita della vita, potremmo aggiungere. L'intensità di questo sentimento che ci sconvolge, ci fa trepidare, ci ammalia, togliendo il respiro per uno o più attimi, guastando il sonno per la sua estatica bellezza o per i mille dubbi che ci travolgono, come valanga del cuore; dicevo, questa intensità dell'amore, può durare tutta una vita? Ecco, ho appena detto più sopra che non ci sono regole, e stavo per contraddirmi. Certo che può durare. Ma anche no, risponderanno altri. Però, è la durata o l'intensità a caratterizzare i brividi del calore umano più grande? Come si fa a dire che, solo perché ad un certo punto è finita, l'amore non era amore, smentendo il fuoco sentito?

Ho dato un bel titolo al post. Pochissimi, sono sicuro, ci saranno cascati e avranno cliccato sul link per scoprire le mie personali verità al riguardo. Che non rivelerò. Si sa, su certi argomenti le bucce di banana sono disseminate e ben nascoste, basta un niente e oplà, ci ritroviamo per terra. No, non corro il rischio, non avrò l'ardire di filosofeggiare su un tema così complesso. Perché poi è facile, vi trovate a leggere banalità, e allora ridete di me, oppure scoprite di saperne meno di me, e vi sentite umiliati. Vero? Suvvia, scherzavo. Certamente una risposta alla domanda che ho posto più sopra non ce l'ho. Almeno non una definitiva.
Buona riflessione.


"C'è un giorno che ci siamo perduti
Come smarrire un anello in un prato
E c'era tutto un programma futuro
Che non abbiamo avverato" - I.Fossati



(ringrazio il sito https://weheartit.com per la gentile concessione della foto)

lunedì 3 luglio 2017

Maya e le realtà velate


Un vecchio adagio dice che non si finisce mai di imparare. Ed è vero, specie se abbiamo la mente aperta a tutte le età, senza crederci arrivati o presuntuosamente onniscienti. A me è capitato di recente: una bella occasione, perché viene da un ragazzo di soli 18 anni (mio nipote), alle prese con il lavoro finale della maturità. Insomma, per farla breve, oggi vi parlo del Velo di Maya.

Non ho avuto la fortuna di studiare filosofia. Forse chi l'ha fatto ed ha buona memoria, oppure semplicemente chi ama leggere testi "appena" diversi dalla Gazzetta dello Sport o Novella2000, ricorderà perfettamente autori, filosofi e non, come Schopenhauer, Platone, Pirandello e Wilde. Cos'hanno in comune questi giganti del passato? la loro intenzione di sottolineare le differenze tra volontà e rappresentazione, tra finzione e realtà, tra mondo dell'apparire e del percepire, tra ignoranza e conoscenza. Argomento piuttosto sensibile, specie ai giorni nostri, dove la forma sta surclassando la sostanza in ogni campo. Ma, forse, se ne parlava già Platone, è intrinseca al genere umano. E questo parzialmente ci consola.

L'antica saggezza dei Veda indiani, raccolta di testi sacri all'incirca risalente a 4000 anni fa, tramanda che la dea Maya, dopo aver creato la Terra, la ricoprì con un velo per impedire agli uomini di conoscere la vera natura della realtà. Basandosi su questa leggenda, Artur Schopenhauer coniò l'espressione "Velo di Maya" nel suo libro "Il mondo come volontà e rappresentazione". Tralasciando dettagli e approfondimenti eccessivi, egli volle sostenere l'idea della vita come sogno, distinta dalla realtà proprio a causa di questo velo illusorio e metafisico. Tornando indietro di diversi secoli, lo stesso Platone, nella sua metafora della caverna, affermava che solo grazie alla conoscenza l'uomo può liberarsi dal velo sugli occhi, che filtra e camuffa la realtà. Il grande Luigi Pirandello espresse un concetto simile con il tema della maschera, in "Uno, nessuno e centomila"; molto vicino fu l'aforisma di Oscar Wilde, secondo il quale "ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero".  

Allora vi chiedo: è proprio vero che l'apparenza inganna? voglio dire, conosciamo una persona, ce ne facciamo un'idea, poi quella smonta completamente il nostro pensiero di lei. E' stato bravo quell'individuo a recitare, o noi a non saper riconoscere la realtà? Direi più la seconda, proprio a causa di quel velo. Ma questa è solo una dimostrazione semplicistica del concetto. Più difficile invece spiegare la dilatazione tra come vediamo la vita, il quotidiano, il rapporto con gli altri, con le cose (la tecnologia, ad esempio), e come la realtà fluisce davvero. Con l'esperienza ci siamo creati un bagaglio di idee, cultura, educazione e mentalità che costituiscono il nostro io, e la prima impressione ne è fortemente condizionata. Poi, in un secondo momento, se siamo bravi e audaci, riusciamo a percepire l’oggettività della realtà. Ma è necessario molto carattere e tanta personalità.

A volte, però, ci dobbiamo scontrare contro disegni e sistemi che vogliono farci credere storie diverse da quelle vere. Non sono un complottista, ma l'esempio dei governanti (italiani e non) e di chi comanda nella stanza dei bottoni è quello più lampante. Tutto e il contrario di tutto, pur di fingere una lotta inesistente per il bene della plebe, la quale, causa velo o ignoranza (nel senso di mancanza di conoscenza e coscienza), vaga alla ricerca di una verità, almeno presunta. Se avete letto "1984" di George Orwell, ricorderete senz'altro il bi-pensiero "Quel che era vero adesso, lo era da sempre e per sempre. Era semplicissimo, bastava conseguire una serie di vittorie infinite sulla propria memoria. Lo chiamavano controllo della realtà".

Un altro personaggio che ha toccato questo tema, artista a me caro e che ho apprezzato in una mostra, è Maurits Cornelis Escher. Il grafico e incisore olandese ebbe a dire “Noi non conosciamo lo spazio, non lo vediamo, non lo ascoltiamo, non lo percepiamo. Siamo in mezzo ad esso, ne facciamo parte, ma non ne sappiamo nulla...”. Frase che trovava magistrali interpretazioni nei suoi capolavori. Le opere di Escher sono un continuo mescolamento tra molteplici realtà, mondi semi-reali e semi-immaginari che lasciano l'osservatore affascinato ed inquieto.

C'è dunque un modo per uscirne, per abbandonare questa inquietudine esistenziale e vedere una pur fioca luce di verità, o siamo condannati ad una vita velata? Riusciremo, col tempo, a gettare le nostre maschere e a non essere più schiavi della mistificazione? Se avete una risposta, vi ascolterò. Io, al momento, non ce l'ho.



(si ringrazia il sito http://lg-nimbus.deviantart.com per la gentile concessione dell'immagine)

sabato 6 agosto 2016

6/8/2016, un esaltante viaggio nel passato


La felicità non è un concetto semplice da spiegare. La si può provare, se ne può sentire la mancanza, oppure esserne investiti in un tempo così breve che a malapena si riesce ad accorgersene. Raramente, almeno per come la vedo io, è uno stato d'animo. Credo però sarete d'accordo con me che quando sta per accadere qualcosa di bello, un evento, un incontro, un ritrovarsi dopo molti lustri, l'attesa che precede quel momento è piena di eccitazione, di fervore, di luccichio dell'anima. Forse proprio di felicità. Ed oggi è successo questo.

Per chi mi conosce nella realtà o mi segue nel moderno mondo virtuale sa che le mie origini sono pugliesi. Della Puglia interna, quella delle retrovie rispetto alla costa adriatica della provincia di Bari, la mia appunto. Quella che sta a contatto con la Murgia ma anche con la Lucania. Una terra aspra e selvaggia. In una sola parola, scusate la parzialità, bella. Quando, un secolo fa, dovetti scegliere le superiori, optai per una scuola tecnica, perchè sembrava quella la mia passione, e la scelsi nella vicina città di Matera (che non vi vengano facili battute con il mio cognome, mi raccomando). La terminai nel lontano 1987, dopo un percorso di studi non semplice, sia per motivi didattici che per la vita da pendolare, oltre che per la riprovevole logistica: 4 sedi diverse in 5 anni. Così, dopo alcuni tentativi, gli studenti di allora, tutti più che maturi, oggi si sono rivisti e riabbracciati 29 anni più tardi.

Il viaggio che ho fatto in auto per raggiungere il posto del convivio è stato l'emblema di quella che può definirsi una febbricitante attesa. Ora, non fraintendetemi, sono abbastanza adulto da non confondere le cose serie (la nascita di un figlio, ad esempio) con quelle più amene come questo evento. Eppure a me è parso di tornare indietro nel tempo. Non certo in quello materiale e fisico, nel tempo che fa discutere fisici quantistici e filosofi con lo stesso fervore, ma anche chi vive di rimpianti. Voglio dire il tempo dell'anima, di come ci si possa proiettare per un attimo in momenti di vita vissuta e ripercorrerli, se ne abbiamo la fortuna, con le stesse persone, gli stessi compagni di una volta. E' una possibilità, specie quando gli anni passano, e in fretta pure, che non accade di frequente. Se succede, però, bisogna prenderla al volo.

Avevo la strada davanti stamane, ma non ero concentrato sull'asfalto. Ripercorrevo con tutto me stesso la vitalità, l'energia, la passione, la voglia che avevamo tutti allora, di vincere al gioco della vita, di provarci, di accettare le sfide, di combattere, di alzarsi prontamente dopo ogni caduta. Ce le vedevamo negli occhi queste cose, nelle risate sincere, nell'assenza di veri problemi e forse nell'inconsapevolezza adolescenziale che quelle difficoltà potessero esistere. Ognuno veniva preso in giro dagli altri, ma solo con affetto, con familiare scherno, senza mai avere un animo macchiato dall'adulta cattiveria. Si scherzava di professori, di professoresse soprattutto, visti i fisiologici picchi ormonali di quegli anni, e di ragazze in generale, ma anche di pallone ed altre allegre stupidaggini. Com'è successo a tutti, naturalmente.

C'erano le nuvole per strada oggi, a farmi compagnia durante il tragitto che mi portava verso quei compagni di scuola. Ma c'era anche un sole bollente, che scaldava quella terra di cui dicevo sopra e che stavo attraversando, un paesaggio che amerò sempre, per la sua rudezza e fierezza, una affianco all'altra, pronte ad insegnare le cose semplici. Mi pareva tutto perfetto, come mi pareva la vita allora, con gli occhi non smaliziati e pronti ad accogliere il bello che stava per venire. Ed è per questo che andare a ritrovarli quasi tutti, i compagni del 5° superiore, mi ha fatto provare una sincera ebbrezza di felicità.


martedì 26 luglio 2016

La morte, il prezzo da pagare per l'evoluzione



Quando si fa una ricerca sul web, specie se si tratta di una domanda, spesso si trovano riscontri in alcuni forum più o meno affidabili. A volte è sufficiente la spiegazione di Wikipedia, altre volte  abbiamo una domanda particolare per cui non è semplice individuare la giusta risposta. Ho conosciuto il sito americano Quora mentre cercavo un argomento di cui scrivervi. Si tratta di un portale dove potete porre un quesito ed attendere che qualcuno davvero competente vi soddisfi. Insomma una vera e propria condivisione della conoscenza, potremmo dire. Così, un tizio coreano, affranto dalla perdita contemporanea di due cari, ha posto la classica domanda da un milione di dollari: perchè moriamo ? Non è dato di sapere se si trattasse di un quesito meramente filosofico, ma la risposta è venuta da una biologa evoluzionista, la dottoressa Suzanne Sadedin, e personalmente l'ho trovata molto interessante.

La chiave della fine del nostro tempo viene proprio dalla naturale evoluzione della specie umana, nello specifico da una forza, a tratti ancora sconosciuta, secondo cui i nostri geni devono continuare a sopravvivere. E devono farlo nel migliore dei modi. Sembra una contraddizione ma presto capirete che non lo è. Innanzitutto c'è da dire che i diversi meccanismi a cui i geni risultano soggetti sono a dir poco prodigiosi. Al di là delle questioni note di riparazione cellulare, grazie alle quali da alcune malattie riusciamo a guarire, ce ne sono altri che proteggono le cellule dalle loro mutazioni. Se queste aumentano in modo spropositato, viene bloccato il sistema di proliferazione, attivando il ripristino del funzionamento corretto; nel caso questo non sia possibile si costringono quelle cellule a suicidarsi. Ma, come sappiamo, ci sono in casi in cui le mutazioni portano a mali incurabili, e qui anche i geni non ce la fanno a proteggersi. E a proteggere noi che li "conteniamo".

Abbiamo sempre considerato l'evoluzione, sia macroscopica che microscopica, quella dei geni, come un fattore positivo per il regno animale. Lo è senz'altro, ma dobbiamo guardare le singole specie, compresa quella umana, come un veicolo sfruttato dai geni perché coltivino se stessi e cerchino di migliorarsi continuamente. Ovviamente, nei meccanismi genetici non c'è coscienza degli strati più alti, c'è solo la volontà di durare più a lungo possibile, di usare una strategia che gli permetta di proseguire nel loro sviluppo. Tale strategia è tanto più forte e probabilisticamente funzionante se l'essere in cui si trovano è giovane, lo è molto meno se ha diversi anni di età. E' come se i geni avessero un business plan, nel quale il target è molto più raggiungibile a breve periodo, mentre col passare del tempo sfuma la possibilità di raggiungerlo, che per loro significa conservarsi e copiarsi all'interno di un altro essere vivente. In altre parole i geni "investono" maggiormente in persone più giovani: non ha senso che continuino a farlo, a sostenersi e quindi a sostenere noi, all'interno di un sistema (il nostro organismo) che ha meno tempo da vivere. Affascinante, inquietante, ma razionale.

La proliferazione cellulare, il loro modo di continuare ad esistere ad un livello almeno uguale all'attuale, è più attiva nei bambini, nei ragazzi. E' come se i geni sapessero che quando c'è meno possibilità di durare non vale la pena sforzarsi per far riprodurre le cellule, continuare a lottare quando non manca tantissimo alla morte definitiva delle stesse. Sembra quasi una logica cattiva, ma provate a guardare indietro di millenni, tanti millenni: siamo ancora come eravamo allora ? no ? bè, è grazie a questo "sadismo genetico" se ci siamo sviluppati in modo eclatante rispetto all'uomo di Neandertal & co.

I geni hanno quindi un carattere molto egoista. Se sono lì, dentro di me e dentro di voi, è perchè sono stati selezionati per favorire la sopravvivenza delle copie di se stessi. Per questo, come la vita va avanti, essi smettono di preoccuparsi di ciò che ci accade. Inoltre, col passare del tempo, questo effetto si rafforza. Più è probabile che ci avviciniamo alla morte, tanto meno i geni hanno cura di noi. Meno i geni hanno cura di noi, più è probabile che il nostro cuore smetta di battere. Un tale sistema è andato avanti per tutta la nostra storia evolutiva, ed è per questo che abbiamo accumulato, a livello di genoma, tutti i tipi di "malfunzionamenti" irrecuperabili che portano al trapasso. Il genoma umano ne è pieno, e la maggior parte dei geni coinvolti sono gli stessi che regolano sviluppo e riproduzione. Queste anomalie convergono intorno ad una certa età: l'età in cui l'evoluzione smette di prendersi cura di noi, perché, statisticamente parlando, è come se fossimo già morti.

Lo so, può apparire perverso, però come si fa a non vedere dietro un simile progetto un'intelligenza superiore? E, allora, con la spiegazione scientifica data, concentrandoci sui singoli mattoncini della nostra esistenza, forse parlare di vita eterna ha più senso.


(fonte http://www.forbes.com/sites/quora/2016/07/13/biologically-speaking-this-is-why-humans-are-born-to-die )


martedì 9 febbraio 2016

Prove di allungamento della vita


La vita media nella parte occidentale del mondo negli ultimi 100 anni è aumentata in modo rilevante. Questo grazie ai progressi scientifici e tecnologici, per quanto a volte i relativi effetti collaterali non sono di poco conto, ma anche per motivi culturali. Però il desiderio di allungare la vita ancora di più non è solo una questione scientifica, visto che si può rifare a motivazioni di più ampio respiro, ad esempio di natura animistica, religiosa o ad ambizioni smisurate. Un tale desiderio deve essere balenato in mente a quei ricercatori che hanno sperimentato con successo un metodo per rallentare l’invecchiamento dei topi, alla Mayo Clinic di Rochester, nel Minnesota.

Nei topi come negli esseri umani l’invecchiamento è “segnalato” dal rallentare se non interrompersi definitivamente del meccanismo secondo cui le cellule si dividono e quindi si moltiplicano (gioco di parole, ma è la pura realtà). Si dice che diventano senescenti: per intenderci si trascinano stancamente qua e là senza alcuna attività o funzione in particolare. Possono però avere effetti dannosi, tipo quelli di interagire negativamente con altre cellule “di passaggio”. Il team di ricercatori, specializzati in ingegneria genetica, ha identificato in alcuni topi opportunamente “modificati” dei marcatori biologici legati a questo fenomeno di senescenza. Dopo i primi 12 mesi di vita dei ratti, una volta verificata la presenza di questi marcatori, l’uso di uno specifico farmaco ha permesso loro di eliminarli, ripulendo ogni animale dalle cellule invecchiate.

Anche se l'età massima dei topi sottoposti al test non è variata notevolmente, essi hanno mostrato un miglior stato di salute e, poichè provenivano da precedenti test per lo sviluppo di alcuni tumori, tendevano a ritardare gli effetti di questo male rispetto agli altri. Dal punto di vista genetico la transizione verso un sistema simile sugli uomini non è affatto semplice, anche se farmaci simili potrebbero essere sviluppati per trattare patologie specifiche, come il glaucoma. La startup Unity, che ha collaborato al progetto, ci sta già lavorando. E' chiaro che gli interessi economici in gioco sono davvero notevoli, sia per i finanziamenti, che negli USA al riguardo sono piuttosto cospicui, che per le ricadute produttive e remunerative di un simile trovato della biotecnologia. Google 2 anni orsono aveva creato uno spin-off, Calico, per studiare le tematiche legate al posticipo della senilità.

In generale, comunque, siamo ben lontani dal comprendere il meccanismo che regola l'invecchiamento in funzione dell'età, visto che in quasi tutti gli esseri viventi, all'interno della stessa specie, non c'è un fattore uguale per ognuno. Questo studio delle cellule senescenti potrebbe essere una risposta significativa a interrogativi del genere ? Se così fosse le grosse case farmaceutiche si tufferebbero completamente in progetti come questo, nella loro venale chimera di individuare un farmaco per tutto e per tutti. Intanto, proviamo a cambiare la nostra idea di disgusto per i topi, visto come vengono sacrificati per noi.




giovedì 6 novembre 2014

Vita, WiFi e morte

 

Questo post lo devo a mio figlio, se non altro per avermi dato l’ispirazione. Si parlava in auto di WiFi e mi chiedeva come mai il vecchio nome della rete di casa, da quando ne ha un altro, gli appare ancora nell’elenco del suo Tab2 quando si collega. Gli ho ricordato che il dispositivo memorizza i nomi di tutte le reti a cui ci si è connessi almeno una volta: quindi per il tablet la rete con quel nome potrebbe ancora esistere, solo che è fuori intervallo (un modo per dire che il segnale WiFi non è raggiungibile). Mi è balenato in mente un paragone alquanto originale. 

Ad alcuni di voi sarà capitato di perdere un parente, un amico, qualcuno di caro. Si resta con una sensazione di impotenza che, aggiunta a quella del dolore, ne fanno un binomio non auspicabile a nessuno. Quella persona si è allontanata per sempre, potremmo dire che fisicamente non è più raggiungibile. Ma per la nostra anima, il nostro cuore, quel caro è ancora vicino, è dentro di noi, i suoi ricordi sono con noi, tanto più quanto più ci era davvero preziosa la sua presenza in vita. Il sistema di gestione delle reti WiFi è programmato in modo simile: ora non trovo questa rete ma mi è “rimasta dentro”, magari risalta fuori in un’altra occasione. Solo che per gli estinti ciò non accadrà mai. 

L’ineluttabilità della morte è stata per l’uomo, da quando diventò Sapiens, un mistero irrisolto ed un dramma nient’affatto comprensibile. Per non parlare del delirio dell’immortalità, che forse ha portato nella storia più disastri che benefici. Qualcuno (leggi Religioni) ha ben pensato di prospettare un futuro dopo la morte, diverso da quello terreno, per vari motivi: rincuorare chi resta, stendere il filo del bene nelle notti dell’umanità, tenere a bada i popoli con l’ignoranza (un concetto medioevale ma che mi pare ancora in voga per molti). In questo senso si inserisce la non raggiungibilità dovuta alla morte: è solo temporanea, perché tra tanti anni quel posto sarà un traguardo (volenti o nolenti) anche per noi. Una temporaneità affine a quella della mia rete senza fili che, nonostante io l’abbia cancellata definitivamente, resta nella memoria di smarphone e tablet, fissi od occasionali. 

Ma il pensiero può essere esteso anche ad ambiti diversi dalla morte, in generale a tutto ciò che c’era e non c’è più. L’amore, l’amicizia, le passioni, i sogni, le illusioni, tutti fattori umani determinanti e a volte anche effimeri, possono avere quest’aura di finita raggiungibilità. Il campo elettromagnetico con cui ci hanno avvolto (se mi passate il paragone scientifico) non può essersi dissolto come neve al sole: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Si deve trasformare. Quella parte di noi che è andata via, che non sentiamo più, vola ancora nell’etere dell’anima, ma è troppo lontana perché possiamo raggiungerla. Un po’ come gli alieni: ci saranno sicuramente, ha affermato di recente un astronauta del belpaese, ma le galassie sono così distanti che è impossibile pensare con le tecnologie umane di arrivarci in tempi ragionevoli. 

Ecco, appunto: con i modesti mezzi umani non ce la faremo mai. O meglio, quasi tutti non ce la fanno, né a riprendere ciò che è fuggito, ma neanche ad evitare che certi sentimenti scappino via. Perché chi conserva e coltiva le emozioni vere, riuscendo a trattenerle, ha sovrumane capacità ed è pietra rara. Come il tablet di cui sopra, che si ostina a segnalare, inconsapevolmente, la rete che non c’è più, allo stesso modo dovremmo provare più spesso ad insegnare ai nostri bambini che a volte, con il cuore, si possono superare i fragili limiti della raggiungibilità umana.

venerdì 29 agosto 2014

Ho deciso, stacco la spina





Sappiatelo, ho deciso. Avrei voluto farlo e basta, ma poi mi sono detto “Un po’ di educazione, dai. Avvisa i tuoi accaniti lettori di cosa fai e del perché lo fai”. Ho avuto l’illuminazione quando ho visto un post di 3Italia su Google+. Diceva “Saresti disposto a stare 3 mesi senza smartphone, pc, internet, social, ecc per la modica cifra di 3mln di $ ?” Ecco, questa sì che è un’opportunità, ho pensato, non capiscono un tubo quelli che credono che il web non dia queste fantastiche possibilità, che non possa imprimere una svolta alla nostra vita. E allora, ho deciso, mi butto. Cosa volete che siano 3 mesi: 12 settimane, 90 giorni, solo 2160 ore. Oh, sia chiaro, io lo faccio solo per mettermi alla prova: sì, c’è la ricompensa finale ma io lo farei anche per 1/10 di quella cifra (l’ho anche scritto, guardate qui se non ci credete). Spero almeno che i 3 mesi finiscano prima di Natale, altrimenti qualche amico o parente lontano potrebbe preoccuparsi non sentendomi in nessun modo, tranne che io recuperi qualche piccione viaggiatore d’antan. 

Dovrò fare essenzialmente uno sforzo di memoria, provare a fare mente locale su com’era la mia vita prima dell’attuale invasione orgiastica di tecnologia, in cui ci crogioliamo. Dunque, tra i vari oggetti citati nella sfida, il primo che girava a casa era un cellulare Nec P100, anno di grazia 1994, però non ne diventai granchè dipendente visto che lo usava perlopiù mia sorella, lavorando fuori paese e dovendo sottostare alla solita apprensione di nostra madre. Dopo due anni mi feci la connessione a internet, all’inizio si pagava il solo scatto alla risposta: una vera pacchia. Poi, nel ’98 arrivò il mio primo vero telefonino, vivevo a Milano, come avrei fatto senza? Il ricordo principale che mi sovviene è l’incredibile tariffa: 2000 lire al minuto ! Infine, saltando di alcuni anni, nel 2009 ho esordito nel mondo surreale dei social network.

Riavvolgendo il nastro, all’epoca per comunicare c’era solo il telefono fisso, conoscevi una ragazza interessante e per rivederla dovevi solo sperare, o farti dare qualche info da un’amica comune; le ricerche si facevano sull’enciclopedia e qualche volta alla biblioteca comunale; quando non avevi voglia di uscire guardavi la tv (senza demand), con un numero di pollici e di canali “umani”, oppure ascoltavi un bel 33 giri, graffi compresi; se volevi salutare gli amici, passare una serata insieme, li cercavi, ci uscivi e ti divertivi un sacco; l’unico motivo per non guardare negli occhi una persona era un’eventuale timidezza. Caspita, era una vita normale, l’ho fatta per più di 25 anni, perché non potrei vivere in tal guisa solo per 3 mesi ? sarebbe come bere un bicchiere d’acqua con, in più, il traguardo finale del premio (ok, ho barato, lo faccio anche per i soldi, con i tempi che corrono….). E poi staccare mi farà bene, lo stress diminuirà, trascorrerò più tempo con i miei cari, condurrò solo vita reale (magari evitando chi ne fa troppa di virtuale), mi dedicherò ai miei tanti hobbies: la poesia (anche se non l’ho mai abbandonata), la pittura astratta (lasciata indietro causa Zuckerberg), il bricolage manutentivo (sarà contenta mia moglie), le passeggiate (un hobby forzato causa problemi ad un ginocchio ma, chi lo sa, magari in 3 mesi mi appassiona anche questo…). Se proprio sentirete la mia mancanza il numero di casa e il mio indirizzo (di posta, quella con la carta e le buche fuori dalla porta) credo li possiate trovare facilmente.
Vi abbraccio, a presto.


PS mio figlio di 10 anni, iniziando a leggere questo scritto, ha detto “sicuro di volerlo fare?“


lunedì 14 luglio 2014

Gli integralisti della formazione



Prendo spunto da due eventi, uno familiare ed uno di cronaca nazionale, per scrivere di cultura, educazione, tecnologia ed “umanità”. Un mio nipote ha sostenuto gli esami di terza media e, tra l’altro, ha affrontato la prova Invalsi con un esito non brillantissimo: questa prova naturalmente ha influito sul suo voto finale. Intanto, notizia di ieri, spunta una prof di Chimica dell’università di Messina che boccia alla grande, con esami scritti da premio Nobel e studenti costretti a ripetere l’esame N volte (con N maggiore di 10); per non parlare dei colleghi della prof che la vedono come un essere “distante”.

Come collegare i due fatti? È presto detto. La valutazione didattica delle persone, sia alla scuola media che all’università, non può prescindere dall’elasticità mentale di chi giudica. Nel caso delle prove Invalsi, nate tempo fa per essere un metro anche per la validità di insegnamento dei docenti, i risultati vengono inseriti in un software che dà il suo responso. A me sa tanto di un qualche film di fantascienza: come non ricordare Gamma, sceneggiato Rai degli anni ’70, dove, con freddezza elettronica, si giudicava la colpevolezza degli imputati mediante un calcolatore. Poi, a proposito di queste fatidiche prove, vengo a sapere che in diversi casi gli esaminatori filtrano alcuni errori inserendo i dati rivisti alla luce delle conoscenze dello studente, ossia della sua preparazione generale (ottima per il nipote in questione) e non figlia del momento: per me, la cosa più giusta (si potrà realizzare un software con tali correzioni?).

Invece, nel caso della saccente prof di Chimica, la tecnologia non c’entra: è lei che propone quesiti vertiginosamente complicati, dai quali gli universitari non riescono  a districarsi perché arrivano senza basi dagli anni precedenti (parole sue). In tutta franchezza, questo per me è protagonismo. L’università, sia chiaro, deve dare insegnamenti precisi e formativi per le professioni di domani: ma così le persone si castrano, si frustrano ! Basterà una materia, per quanto fondamentale, a segnare la carriera e la vita degli sfortunati allievi della docente ? Certo che no ! Siamo ancora figli di un’educazione che considera la scuola e i suoi risultati il metro inossidabile per giudicare studenti e uomini, senza capire che la preparazione alla vita aumenta senz’altro cadendo e rialzandosi, ma senza necessariamente cicatrici a lungo termine. Per non dire di tempo e soldi sprecati per gli studi, specie in tempi dove la laurea, nel senso del pezzo di carta, in Italia vale ben poco.

Cara prof e cari sostenitori delle Invalsi, cari integralisti della formazione, continuate pure a fare degli schemi i vostri principi di vita, a pensare che il 2+2=4 sia la regola base in tutto e per tutto; continuate pure a trascurare l’intelligenza emotiva, attributo fatto di carisma, forza d’animo, spirito di coesione e adattamento, che non si può certo misurare con un calcolatore né tantomeno con severità prettamente didattica e nozionistica; lo si può fare con intelligenza e abilità che forse vi mancano. La storia insegna che, nonostante  la preparazione sia strettamente necessaria, un 10, un 100 (il mio ex 60) o un 110 e lode non sono condizione sufficiente per un futuro soddisfacente e sereno, lavorativamente e affettivamente. Perché, nessuno lo dimentichi, lo scopo più nobile dell’istruzione e della cultura è formare gli uomini, dando loro una vita dignitosa e, allo stesso tempo, di qualità almeno decorosa.