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lunedì 24 settembre 2018

Spunti d’arte, considerazioni sparse

 

In passato ho dipinto, circa 10 anni fa. Bè, dipingere è un verbo impegnativo, almeno secondo il mio punto di vista. Alla voce la Treccani recita “Rappresentare artisticamente o con intenzione artistica un oggetto reale o immaginario per mezzo di colori”. Ciò significa che, al di là del reale o dell’immaginario, avrei dovuto usare l’intenzione artistica. E qui le cose si fanno più complesse. I risultati, naturalmente, sono stati alquanto discutibili. Ne ho estratti quattro, i meno scarsi, che ora cercano a fatica di abbellire le pareti della mia abitazione. Per venire al punto, l’arte in fondo che cos’è? Bellezza, provocazione, senso di stupore, forma (qualsiasi) di espressione? Forse tutte queste cose, ma non solo.

Andare in vacanza all’estero, in grandi città, e non gustare niente di importante, artisticamente parlando, è un po’ come andare a Roma e non vedere il Papa. Io la penso così. Sono stato a Barcellona e mi sono affacciato al MACBA, il museo d'arte contemporanea della capitale catalana. Amo tantissimo questo genere ed era quindi inevitabile una tappa del genere. A piano terra ho scorto un’opera di Pistoletto, artista italiano che ho avuto modo di apprezzare in passato e di parlarne, circa 5 anni fa. Poi, in un piano superiore, mi ha fatto riflettere il lavoro di un’artista che invece non conoscevo. Provo a parlarvene.

Lo specchio è un oggetto al limite del reale. Ci regala il doppio di quello che siamo e che vediamo. E’ l’illusione che una cosa bella possa raddoppiare o addirittura moltiplicarsi, per la nostra gioia, ma fa lo stesso con i nostri incubi. Dilata lo spazio ma concettualmente può fare lo stesso con il tempo. Al MACBA Michelangelo Pistoletto, pittore, scultore e artista a tutto tondo, piemontese di nascita, gioca con gli specchi. L’installazione che ho incontrato, denominata Architettura dello Specchio e realizzata nel 1990, è fatta da 4 specchi molto grandi, appoggiati al muro, distanziati di poco tra loro, ma che sarebbero facilmente ricomponibili in uno solo, a formare uno specchio unico e gigante, con tanto di cornice. L’artista parla della dicotomia tra l’essere e l’apparire, tra come ci vediamo noi e come ci guardano gli altri. Tema sempre attuale. Lo specchio è sempre presente e fa da tramite tra l’io e l’altro, tra il singolo e la comunità, in un continuo rimando di concetti tra il sé intimo e l’essere sociale. “Gli occhi sono specchi, la mente è lo specchio degli occhi e le azioni sono lo specchio della mente.” affermava Pistoletto nel 1987. Qui di seguito una mia foto. 


La seconda opera che mi ha colpito è un’installazione, quasi monocromatica, che occupa dal 2007 un’intera stanza del museo. L’artista è marocchina, si chiama Latifa Echakhch, e il lavoro prende il nome da un’affermazione di Yasser Arafat “à chaque stencil une revolution”, ossia “Ad ogni stampo una rivoluzione”, con riferimento agli scioperi del maggio ‘68 in Francia e alle proteste nordamericane contro la guerra del Vietnam. In quegli anni, infatti, per stampare volantini rivoluzionari si utilizzava la carta carbone e le macchine per gli stencil, ossia il ciclostile. Così l’artista ha usato moltissimi fogli di carta carbone, incollati su 3 pareti della stanza, sui quali ha versato prima alcol e poi inchiostro blu, che in parte hanno aderito alla carta, in parte sono colate fino a “sporcare” il pavimento chiaro. L’insieme a prima vista può apparire monotono, ma certamente suggestivo. La cosa strana però è questa: al visitatore medio, il significato dell’opera non appare subito evidente. Per niente proprio. Dopo le prime ricerche sulla rete, anch’io ci ho messo un po’ a focalizzarlo. Pensate, a me dava l’idea di un cielo blu che si dissolve verso il basso, si scolora, si scioglie perché l’uomo spesso non merita lo spettacolo del firmamento. Ecco una mia foto.


L’arte moderna, postmoderna, contemporanea o come volete definirla, non ha lo splendore delle ninfee di Monet e nemmeno il mistero umano dei chiaroscuri di Caravaggio, per restringere il campo alla sola pittura. Essa procede per direttrici completamente diverse, a volte poco comprensibili ma, svelato il significato, racconta sentimenti meno circoscritti, più universali. Si rivolge alle masse, perché quelle masse deve scuotere, ne ha forse il dovere morale e sociale. L’artista si specchia nella sua opera perché ne è parte integrante, da essa e con essa lancia un messaggio, quasi in simbiosi con la sua installazione.  E’ anche questa Arte con la A maiuscola, quella che esprime esteticamente le profondità dell’anima e le mostra al mondo intero.

(nella prima foto, interno del MACBA)


lunedì 1 febbraio 2016

Quante domande sul futuro dei bambini


La genitorialità è un argomento al centro delle cronache di questi giorni. Forse per i fautori di #svegliatitalia il termine non è adeguato, in quanto le famiglie da loro proposte non possono generare. Qui lo stavo usando in senso più ampio, genitori in quanto adulti a cui è stato affidato un bambino, adulti che si affiancheranno ed equivarranno, se la legge darà loro ragione, ai genitori naturali. Ma talvolta anche questi ultimi possono avere qualche difficoltà e non essere in grado di generare. Per essi, con tutte le fisiologiche discussioni etiche e morali al riguardo, la scienza e la medicina si sono sbrigate a trovare metodi alternativi per il concepimento.

Provo a raccontarvi una storia. C’erano due genitori ai quali i dottori avevano caldamente consigliato di non continuare a procreare, in quanto da analisi scientifiche vi era una elevata probabilità di avere un bambino con gravi problemi di salute. Ma l’uomo e la donna decisero di farlo ugualmente, perché grande era la loro volontà, sacrosanta direi, nonostante avessero già una bambina e il loro secondogenito era volato in cielo dopo solo 7 mesi. Così nacque James (nome di fantasia), che presentava tutti i problemi che la medicina aveva probabilisticamente previsto. James, appena uscito dal grembo della madre, fu trasferito in un ambiente sterile e lì, lontano da tutto e da tutti, dal mondo intero, ci rimase fino a 12 anni circa, fino a quando un tentativo di risolvere il suo problema e di abbattere la sua crudele barriera verso la vita se lo portarono via per sempre.

Immaginate voi, crescendo ed acquisendo consapevolezza, che cosa è potuto passare nella testolina di James. Pensate che diceva “a cosa serve che imparo la mia lingua se non posso uscire e parlare?”. Discorso di una fredda logica, ma come dargli torto. Ora, chi sono io per giudicare i genitori di James ? nessuno. Però, per fare un esempio contrario, conosco un marito e una moglie, certamente non unici, che avendo casi in famiglia con predisposizione ereditaria negativa, ha scelto, presumo con grande sofferenza ma molto Amore, di non avere figli. Estendo questa scelta a quelle di chi, facendo dei test prenatale, scopre importanti criticità nel feto e decide di abortire, per quanto il caso non sia proprio equiparabile ai primi. Alcuni potrebbero obiettare che i figli non si possono scegliere, che la natura deve fare il suo corso. Ma vi chiedo: queste decisioni sono egoisticamente prese per evitare vite difficili a chi, ai genitori o ai bambini ? E’ questo il punto.

Siamo dunque maturi per far accettare ai bambini, il vero snodo delle polemiche pro e contro Cirinnà, famiglie di tutti i tipi e lasciarli vivere serenamente ? abbiamo la cultura, in Italia, da Nord a Sud, per far comprendere loro che la forza dell’amore può andare oltre le leggi della natura ? In molti paesi questo accade e non si hanno notizie di grandi difficoltà. Da noi sarà la stessa cosa ? Stiamo pensando anche ai diritti dei bambini, più sacrosanti di quelli dei genitori, naturali e non ?

James è vissuto davvero, in Texas, dal 1971 al 1984. Si chiamava David Joseph Vetter, ma per molti è stato “il bambino nella bolla”. L’augurio è che nessun bambino in futuro, insieme alla coppia che il destino gli ha assegnato, possa crescere in una bolla.


(si ringrazia il sito http://mymoneyavenues.blogspot.it/ per la gentile concessione della foto)

lunedì 14 luglio 2014

Gli integralisti della formazione



Prendo spunto da due eventi, uno familiare ed uno di cronaca nazionale, per scrivere di cultura, educazione, tecnologia ed “umanità”. Un mio nipote ha sostenuto gli esami di terza media e, tra l’altro, ha affrontato la prova Invalsi con un esito non brillantissimo: questa prova naturalmente ha influito sul suo voto finale. Intanto, notizia di ieri, spunta una prof di Chimica dell’università di Messina che boccia alla grande, con esami scritti da premio Nobel e studenti costretti a ripetere l’esame N volte (con N maggiore di 10); per non parlare dei colleghi della prof che la vedono come un essere “distante”.

Come collegare i due fatti? È presto detto. La valutazione didattica delle persone, sia alla scuola media che all’università, non può prescindere dall’elasticità mentale di chi giudica. Nel caso delle prove Invalsi, nate tempo fa per essere un metro anche per la validità di insegnamento dei docenti, i risultati vengono inseriti in un software che dà il suo responso. A me sa tanto di un qualche film di fantascienza: come non ricordare Gamma, sceneggiato Rai degli anni ’70, dove, con freddezza elettronica, si giudicava la colpevolezza degli imputati mediante un calcolatore. Poi, a proposito di queste fatidiche prove, vengo a sapere che in diversi casi gli esaminatori filtrano alcuni errori inserendo i dati rivisti alla luce delle conoscenze dello studente, ossia della sua preparazione generale (ottima per il nipote in questione) e non figlia del momento: per me, la cosa più giusta (si potrà realizzare un software con tali correzioni?).

Invece, nel caso della saccente prof di Chimica, la tecnologia non c’entra: è lei che propone quesiti vertiginosamente complicati, dai quali gli universitari non riescono  a districarsi perché arrivano senza basi dagli anni precedenti (parole sue). In tutta franchezza, questo per me è protagonismo. L’università, sia chiaro, deve dare insegnamenti precisi e formativi per le professioni di domani: ma così le persone si castrano, si frustrano ! Basterà una materia, per quanto fondamentale, a segnare la carriera e la vita degli sfortunati allievi della docente ? Certo che no ! Siamo ancora figli di un’educazione che considera la scuola e i suoi risultati il metro inossidabile per giudicare studenti e uomini, senza capire che la preparazione alla vita aumenta senz’altro cadendo e rialzandosi, ma senza necessariamente cicatrici a lungo termine. Per non dire di tempo e soldi sprecati per gli studi, specie in tempi dove la laurea, nel senso del pezzo di carta, in Italia vale ben poco.

Cara prof e cari sostenitori delle Invalsi, cari integralisti della formazione, continuate pure a fare degli schemi i vostri principi di vita, a pensare che il 2+2=4 sia la regola base in tutto e per tutto; continuate pure a trascurare l’intelligenza emotiva, attributo fatto di carisma, forza d’animo, spirito di coesione e adattamento, che non si può certo misurare con un calcolatore né tantomeno con severità prettamente didattica e nozionistica; lo si può fare con intelligenza e abilità che forse vi mancano. La storia insegna che, nonostante  la preparazione sia strettamente necessaria, un 10, un 100 (il mio ex 60) o un 110 e lode non sono condizione sufficiente per un futuro soddisfacente e sereno, lavorativamente e affettivamente. Perché, nessuno lo dimentichi, lo scopo più nobile dell’istruzione e della cultura è formare gli uomini, dando loro una vita dignitosa e, allo stesso tempo, di qualità almeno decorosa.