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lunedì 3 luglio 2017

Maya e le realtà velate


Un vecchio adagio dice che non si finisce mai di imparare. Ed è vero, specie se abbiamo la mente aperta a tutte le età, senza crederci arrivati o presuntuosamente onniscienti. A me è capitato di recente: una bella occasione, perché viene da un ragazzo di soli 18 anni (mio nipote), alle prese con il lavoro finale della maturità. Insomma, per farla breve, oggi vi parlo del Velo di Maya.

Non ho avuto la fortuna di studiare filosofia. Forse chi l'ha fatto ed ha buona memoria, oppure semplicemente chi ama leggere testi "appena" diversi dalla Gazzetta dello Sport o Novella2000, ricorderà perfettamente autori, filosofi e non, come Schopenhauer, Platone, Pirandello e Wilde. Cos'hanno in comune questi giganti del passato? la loro intenzione di sottolineare le differenze tra volontà e rappresentazione, tra finzione e realtà, tra mondo dell'apparire e del percepire, tra ignoranza e conoscenza. Argomento piuttosto sensibile, specie ai giorni nostri, dove la forma sta surclassando la sostanza in ogni campo. Ma, forse, se ne parlava già Platone, è intrinseca al genere umano. E questo parzialmente ci consola.

L'antica saggezza dei Veda indiani, raccolta di testi sacri all'incirca risalente a 4000 anni fa, tramanda che la dea Maya, dopo aver creato la Terra, la ricoprì con un velo per impedire agli uomini di conoscere la vera natura della realtà. Basandosi su questa leggenda, Artur Schopenhauer coniò l'espressione "Velo di Maya" nel suo libro "Il mondo come volontà e rappresentazione". Tralasciando dettagli e approfondimenti eccessivi, egli volle sostenere l'idea della vita come sogno, distinta dalla realtà proprio a causa di questo velo illusorio e metafisico. Tornando indietro di diversi secoli, lo stesso Platone, nella sua metafora della caverna, affermava che solo grazie alla conoscenza l'uomo può liberarsi dal velo sugli occhi, che filtra e camuffa la realtà. Il grande Luigi Pirandello espresse un concetto simile con il tema della maschera, in "Uno, nessuno e centomila"; molto vicino fu l'aforisma di Oscar Wilde, secondo il quale "ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero".  

Allora vi chiedo: è proprio vero che l'apparenza inganna? voglio dire, conosciamo una persona, ce ne facciamo un'idea, poi quella smonta completamente il nostro pensiero di lei. E' stato bravo quell'individuo a recitare, o noi a non saper riconoscere la realtà? Direi più la seconda, proprio a causa di quel velo. Ma questa è solo una dimostrazione semplicistica del concetto. Più difficile invece spiegare la dilatazione tra come vediamo la vita, il quotidiano, il rapporto con gli altri, con le cose (la tecnologia, ad esempio), e come la realtà fluisce davvero. Con l'esperienza ci siamo creati un bagaglio di idee, cultura, educazione e mentalità che costituiscono il nostro io, e la prima impressione ne è fortemente condizionata. Poi, in un secondo momento, se siamo bravi e audaci, riusciamo a percepire l’oggettività della realtà. Ma è necessario molto carattere e tanta personalità.

A volte, però, ci dobbiamo scontrare contro disegni e sistemi che vogliono farci credere storie diverse da quelle vere. Non sono un complottista, ma l'esempio dei governanti (italiani e non) e di chi comanda nella stanza dei bottoni è quello più lampante. Tutto e il contrario di tutto, pur di fingere una lotta inesistente per il bene della plebe, la quale, causa velo o ignoranza (nel senso di mancanza di conoscenza e coscienza), vaga alla ricerca di una verità, almeno presunta. Se avete letto "1984" di George Orwell, ricorderete senz'altro il bi-pensiero "Quel che era vero adesso, lo era da sempre e per sempre. Era semplicissimo, bastava conseguire una serie di vittorie infinite sulla propria memoria. Lo chiamavano controllo della realtà".

Un altro personaggio che ha toccato questo tema, artista a me caro e che ho apprezzato in una mostra, è Maurits Cornelis Escher. Il grafico e incisore olandese ebbe a dire “Noi non conosciamo lo spazio, non lo vediamo, non lo ascoltiamo, non lo percepiamo. Siamo in mezzo ad esso, ne facciamo parte, ma non ne sappiamo nulla...”. Frase che trovava magistrali interpretazioni nei suoi capolavori. Le opere di Escher sono un continuo mescolamento tra molteplici realtà, mondi semi-reali e semi-immaginari che lasciano l'osservatore affascinato ed inquieto.

C'è dunque un modo per uscirne, per abbandonare questa inquietudine esistenziale e vedere una pur fioca luce di verità, o siamo condannati ad una vita velata? Riusciremo, col tempo, a gettare le nostre maschere e a non essere più schiavi della mistificazione? Se avete una risposta, vi ascolterò. Io, al momento, non ce l'ho.



(si ringrazia il sito http://lg-nimbus.deviantart.com per la gentile concessione dell'immagine)

lunedì 29 settembre 2014

Nuove percezioni, indotte e vissute


Cos’hanno in comune l’astronautica e l’arte grafica, la tecnologia raffinata ed eccellente che fa stare alcuni uomini nello spazio, anche se solo per pochi mesi, con le incisioni e i disegni che mostrano costruzioni impossibili e forme trasmutanti ? Apparentemente nessuna, tranne gli ovvi stupore e fascino che due attività umane, a prima vista distanti, possono suscitare. E invece no, hanno in comune un importante pensiero, o almeno così mi è parso nell’ultimo weekend.

Sono stato a Frascati durante la Notte Europea dei Ricercatori, tra l’altro ho partecipato ad una presentazione dell’ESA (European Space Agency) nella sede italiana dell’ESRIN (European Space Research Institute), in occasione del 50-esimo anno dalla fondazione dell’ESA. Dopo alcune presentazioni sulla storia e sulle attività dell’agenzia, del suo ruolo fondamentale per la ricerca, ecco arrivare l’astronauta Paolo Nespoli, che ha vissuto sulla stazione spaziale internazionale (International Space Station, ISS) per 5 mesi nel 2011, partendo a dicembre 2010. Nespoli ci parla di quanto sia complesso prepararsi per una missione del genere, dei rischi che si corrono, di come lo scheletro degli astronauti ritorni invecchiato di 10 anni per l’interruzione fisiologica di alcuni meccanismi naturalmente attivi sulla Terra. Ma quello che colpisce di più è come i gesti comuni cambino radicalmente in assenza di gravità (o in microgravità), come i riferimenti dell’alto e del basso, dettati sulla terra appunto dalla forza gravitazionale, sulla ISS non esistano e perciò si vive praticamente a 360°, sfruttando tutte le superfici allo stesso modo. Una maniera totalmente nuova di vedere le cose che li circondano, che sottopone i loro cervelli, in mancanza di radicati riferimenti, a continui adattamenti. Tra di loro, gli astronauti sulla ISS si chiamano “extraterrestri”.

A Roma non ero mai stato al Chiostro del Bramante, opera dell’autore quattrocentesco trasferitosi da Milano a Roma dopo la caduta di Ludovico il Moro. In verità non sono andato per vedere questo ottimo esempio di architettura rinascimentale, ma per farmi incantare dalle opere di Maurits Cornelis Escher, incisore e grafico olandese del ‘900, in una mostra a lui dedicata. All’ingresso della seconda sala, contenente la famosa Mano con sfera riflettente, vi era la sua frase “Siete davvero sicuri che un pavimento non possa essere anche un soffitto?”. L’artista rimette in gioco le certezze della visione umana, del pensiero, mediante i suoi disegni impossibili, fatti di costruzioni paradossali, ma anche di metamorfosi geometriche e animate allo stesso tempo. Con questa inversione dei ruoli fisici, con questo scambiare il sopra col sotto, la sinistra con la destra, intrecciando sapientemente il bianco col nero ed ingannando l’osservatore, Escher mina le convinzioni della mente umana. Contrappone le forme perfette dei cristalli, alle quali l’elasticità neurale è poco avvezza, alla normale disarmonia della quotidianità. Descrive un criterio di guardare le cose lontano dal comune modo di farlo, quasi con occhi non terreni.

La realtà che ha dovuto affrontare Nespoli nei suoi mesi di ISS, senza un vero pavimento sotto i piedi, è identica a quella virtuale che ci prospetta Escher con i suoi capolavori. E’ questo il nesso che ho colto. Il primo è costretto dalla leggi della fisica, il secondo ha un’intelligenza sublime per generare continue incertezze e falsipiani nella mente di chi scruta le sue opere. L’astronauta deve rifarsi dei nuovi riferimenti, o provare a non averne, fluttuando negli ambienti chiusi a circa 400 km sopra le nostre teste; la magia di Escher mette in discussione alcuni solidi riferimenti umani, creando nuovi punti di vista o sottolineando la bellezza di quelli insoliti. Ed ancora, l’artista olandese vince le forze della natura con il suo Relatività (in figura), ma lo fanno anche Nespoli ed i suoi colleghi, grazie ai prodigi della tecnologia moderna. Entrambi ci lasciano una riflessione simile, anche se in due modi assolutamente diversi: la percezione dell’universo, dentro e fuori dall’uomo, ha bisogno di essere ridiscussa in tutte le sue sfaccettature, al fine di comprendere appieno la sua grandezza, superando gli schemi mentali, di cui Escher ne idea una fantastica metafora con quelli costruttivi.

(si ringrazia il sito www.bookmarks.mikis.it  per la gentile concessione della foto)