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lunedì 10 settembre 2018

I bambini, i genitori e il digitale


In Italia il web è più diffuso tra i giovani e le famiglie con bambini: l’89% di famiglie con figli hanno accesso a Internet. Nello specifico, il 45% dei bambini tra 6 e 10 anni, l’81%  tra 11 e 14 e il 90% tra 15 e 19 anni navigano spesso in rete. Nel belpaese giocano un ruolo positivo i nonni, che usano il digitale con i nipoti, imparando ad usarlo con loro. La situazione non è tanto diversa in altri stati europei. Sono i risultati di uno studio del JRC sull'uso delle tecnologie digitali da parte dei bambini, che sollecita le scuole e gli insegnanti a migliorare quanto prima l'alfabetizzazione digitale e mediatica. Per inciso, il JRC (Joint Research Centre) è l’unità scientifica della Commissione Europea che compie ricerche indipendenti per supportare alcune politiche comunitarie.

Lo studio mostra due fatti importanti. Primo, l'uso di queste tecnologie per l'apprendimento nelle scuole migliora la percezione dei genitori delle stesse e, a sua volta, aiuta l'apprendimento digitale dei bambini e consente un uso più “sano” dei dispositivi connessi. Un vero e proprio ciclo  virtuoso. Secondo, si evince che le abilità digitali dei bambini rispecchiano quelle dei loro genitori. Difatti, sulla base di interviste con 234 famiglie in 21 paesi, si nota che le competenze digitali dei piccoli si sviluppano ormai dalla più tenera età, principalmente a casa, basandosi sull'osservazione dei genitori e del comportamento degli eventuali fratelli più grandi. Ma questo vale anche per l’abuso: papà e mamma troppo social non sono di buon esempio per i figli, com’è normale che sia.

L'atteggiamento dei genitori nei confronti delle tecnologie digitali ha un ruolo importante verso l’uso delle stesse nei bimbi, quindi anche nella formazione delle relative competenze.  La maggioranza crede che la padronanza di tali tecnologie sia fondamentali; ciononostante si fa fatica a trovare un equilibrio tra l'uso costruttivo delle tecnologie digitali e quello deleterio. Di conseguenza, le strategie genitoriali al riguardo sono principalmente motivate da timori di possibili effetti negativi su vista, concentrazione, capacità cognitive e comportamento sociale, paure che solo parzialmente corrispondono a rischi reali. Da focus su alcuni paesi è emerso che i genitori non sempre comunicano con i propri figli sui rischi legati all'uso di tale tecnologia, perché credono che questa conversazione possa innescare la curiosità dei bambini nell’intraprendere attività poco sicure. Della serie “Pierino non fare quella cosa!”, e Pierino la fa.

Le scuole restano fondamentali per promuovere un uso significativo dei dispositivi digitali. Alcuni genitori sottolineano che le scuole posseggono una posizione strategica per fornire guide importanti nello sviluppo delle competenze digitali. Così, tendono a sostenere le opportunità di apprendimento dei piccoli, soprattutto se le scuole integrano significativamente certe tecnologie nelle loro richieste di compiti a casa. In alcuni campioni provenienti da diversi paesi dell'UE, lo studio del JRC conferma l’influenza che la scuola può avere  sull'acquisizione di competenze digitali, incluso l'uso creativo, quando il digitale viene usato come strumento di apprendimento attivo, rispetto ad una mera fonte di informazione, fonte spesso non certa.

La Commissione Europea ha lanciato diverse iniziative di educazione digitale. Una di queste è SELFIE (self-reflection tool for digitally capable schools), nata nel 2017, che si prefigge di arrivare ad un milione di utenti entro il 2019. Selfie dovrebbe servire come strumento per le scuole al fine di valutare i loro punti di forza e di debolezza nell'uso delle tecnologie digitali per l'apprendimento.  Ancora, da alcuni anni esiste Code Week (letteralmente, la settimana del codice), un movimento volontario che promuove il pensiero computazionale, la codifica e le attività legate alla tecnologia, sia nelle scuole che in altri ambiti sociali.

Nota personale. Non credo che il digitale sia l’unico strumento di crescita di bambini e ragazzi. Se non affiancassimo attività di libero pensiero, di riflessione, di giudizio obiettivo, perderemmo spirito critico ed intelligenza emotiva nella società del futuro. Ma, dato che gli strumenti digitali hanno apportato una sorta di trasformazione antropologica, sono pienamente d’accordo che i nostri figli debbano essere messi nelle migliori condizioni per un uso consapevole.




venerdì 3 agosto 2018

Il fattore oscuro della cattiveria



Nella letteratura socio-psicologica esistono moltissimi test sui vari aspetti della personalità umana. Uno dei più famosi è quello che misura l’intelligenza, o meglio il quoziente intellettivo (QI). In un intervallo umano medio tra 85 e 115, Stephen Hawking, ad esempio, ce l’aveva pari a 160. Ed altri scienziati sono arrivati ancora più in alto. Sarebbe interessante calcolare un punteggio sulla cattiveria degli uomini, vero? Starete pensando che persone di vostra conoscenza avrebbero un valore molto alto, ne sono sicuro. Anche senza dare numeri, alcuni studiosi sono riusciti a definire un “fattore D” al riguardo.

Più di 1 secolo fa, Charles Spearman, psicologo e statistico britannico, scoprì che esiste un fattore generale di intelligenza, il fattore g: le persone che ottengono un punteggio elevato in un test di intelligenza tendono ad ottenere punteggi elevati anche su altri test simili. Egli definì inoltre il principio della "indifferenza dell'indicatore": a prescindere dal test, se esso è cognitivamente complesso e si basa su un numero sufficiente di elementi, la misura sarà sempre affidabile. Ora, una ricerca condotta da un gruppo di scienziati tedeschi e danesi suggerisce che considerazioni simili possono applicarsi anche alla malvagità umana. A tal proposito il team ha individuato un fattore D (Dark, oscuro) che fa una sorta di scala del livello della cattiveria umana.

Anche se gli psicologi hanno studiato vari tratti oscuri nell’uomo, nel tempo è diventato sempre più evidente che essi sono legati l'uno con l'altro. Ci si è posti quindi la domanda: esiste una linea sottile che unisce queste peculiarità negative? I professori Moshagen, Hilbig e Zettler, ricercatori rispettivamente alle università di Ulm, Landau e Copenaghen, hanno proposto l’esistenza del fattore D, ossia la tendenza fondamentale a massimizzare la propria utilità a spese degli altri, accompagnata da credenze che servono come giustificazioni per i comportamenti malvagi. Nella loro definizione, l'utilità si riferisce al raggiungimento degli obiettivi. Coloro che si trovano in  alto in tale scala cercano la massimizzazione dell'utilità nonostante sia in contrasto con gli interessi degli altri, oppure lo fanno per produrre risultati negativi sugli altri.

I ricercatori riconoscono che il fattore D può manifestarsi in un gran numero di atteggiamenti e comportamenti eticamente, moralmente e socialmente discutibili. Tuttavia, propongono che ogni singolo tratto oscuro si riduca ad almeno una delle caratteristiche che definiscono D, che hanno individuato in nove singole “capacità”: egoismo, machiavellismo (nel senso di manipolazione), disimpegno morale, narcisismo (inteso come rafforzamento dell’io), diritto psicologico (millantare un diritto senza alcun riscontro reale), insensibilità, sadismo, interesse personale, malignità (o perfidia).

Per calcolare un ragionevole fattore D, hanno assegnato a diversi partecipanti nove diversi test che misuravano un particolare tratto oscuro, come ben definito e caratterizzato nella letteratura psicologica. Gli scienziati hanno così scoperto che tutti i tratti oscuri sono positivamente correlati l'uno all'altro, sebbene alcuni siano più fortemente correlati rispetto ad altri. Le correlazioni più forti sono state trovate tra: egoismo, manipolazione, disimpegno morale, insensibilità, sadismo e perfidia. In secondo luogo, le risposte dei test si sono avvicinate molto al modello teorico che si erano creati, basato sulla massimizzazione dell'utilità (persone in grado di dire qualsiasi cosa pur di ottenere ciò che vogliono), sull’infliggere un danno agli altri (coloro che vogliono punire qualcuno, anche rischiando di farsi male in prima persona), sulla giustificazione di credenze sbagliate (chi crede di essere più meritevole di altri e si comporta di conseguenza perché ciò accada).

Ma non basta. Gli esaminati che avevano ottenuto punteggi elevati sul fattore D erano quelli più propensi a tenere del danaro per se stessi quando gli veniva data l'opportunità, oppure mostravano facilmente comportamenti non etici, tipo imbrogliare il prossimo per aumentare il proprio guadagno. Ed infine, i più cattivi sono stati associati con tratti poco edificanti, quali egocentrismo, dominio, impulsività, potere, aggressività, e molto meno con comportamenti auspicabili, tipo buona identità morale, prospettive future, equità umana, modestia. Ma questo era risultato già riconosciuto dal senso comune.

Insomma, un bel ritrattino di quella fetta di umanità con cui a volte ci troviamo fianco o fianco o, nel peggiore dei casi, ne siamo avviluppati e succubi. E voi, qual è il vostro fattore D? Se vi affacciate su questo link, ad oggi avrete solo qualche dettaglio in più. Il test non è ancora disponibile. Peccato. O meglio così ?


(fonte https://blogs.scientificamerican.com/beautiful-minds/the-dark-core-of-personality/; si ringrazia il sito http://mentalfloss.com per la gentile concessione della foto)


PS Buone vacanze, a risentirci a settembre!


lunedì 5 marzo 2018

Il segreto del successo


Da che cosa dipende il successo? Applicazione, impegno, innovazione, talento, fortuna, intelligenza? Quale intelligenza, didattica, relazionale, emotiva? E' più necessaria una preparazione scientifica o una umanistica? Forse molti di voi credono che sia la risultante di tutte queste cose. Ed in effetti lo pensavo anch'io, finché non sono venuto a conoscenza di una ricerca originale condotta all'Università di Catania.

Successo fa quasi sempre rima con ricchezza. La distribuzione della ricchezza segue un modello chiamato "regola 80:20": l'80% della ricchezza appartiene al 20% della popolazione. Forse ultimamente questa sproporzione si è maggiormente ampliata, dato che un report del 2017 ha concluso che solo 8 uomini posseggono la ricchezza equivalente a quella di quasi 4 miliardi di persone povere. Perché accade ciò? Tralasciando per un attimo alcuni fondati discorsi di giustizia sociale, si potrebbe rispondere che è il merito a far pendere la bilancia in modo così ripido. O almeno questa è una delle possibili risposte. Ma, a pensarci bene, la distribuzione delle capacità umane non segue la regola 80:20. Ad esempio, per l'intelligenza, il QI medio è 100, ma nessuno ha un QI di 1000 o 10000. Lo stesso vale per l'impegno, misurato in termini temporali: alcuni lavorano più ore della media e altri meno, ma nessuno lavora moltissime volte più di chiunque altro. Eppure, quando si guardano i compensi, certi "soggetti" hanno patrimoni mille e più volte maggiore rispetto a noialtri.

Così un team dell'Università di Catania, condotto dal dottor Alessandro Pluchino, ha creato un modello informatico del talento umano, che tiene conto del modo in cui le persone lo usano per sfruttare le opportunità nella vita. Il modello consente al team di studiare il ruolo del caso in questo processo, utilizzando simulazioni che riproducono fedelmente la distribuzione della ricchezza reale. Ma gli individui più ricchi non sono i più talentuosi, anche se le abilità non possono mancare; udite, udite, sono i più fortunati. E questo ha implicazioni significative per il modo in cui si possono ottimizzare i rendimenti che si ottengono dagli investimenti in qualsiasi ambito, anche nello scientifico.

Il modello si basa su un gruppo di persone, ognuna con un certo livello di talento, che è distribuito statisticamente intorno ad un valor medio, con alcune deviazioni standard. Quindi alcune persone hanno più talento della media e altre meno, ma nessuno possiede capacità decisamente superiori al resto del gruppo. Si tratta dello stesso tipo di distribuzione osservata per varie abilità umane, o anche per altezza o peso, dato che le nostre caratteristiche dimensionali non mostrano grosse diversità. Il modello classifica ogni individuo supponendo una vita lavorativa di 40 anni, durante la quale agli individui si assegnano eventi fortunati o sfortunati, decisi in modo casuale dal calcolatore. Così, sempre all'interno del modello, tali eventi possono essere sfruttati per aumentare la loro ricchezza, per chi è in grado di farlo.

Alla fine della simulazione, i ricercatori siciliani hanno classificato le persone in base alla loro ricchezza, approfondendo quali sono le caratteristiche per un maggior successo. Inoltre hanno calcolato la distribuzione della ricchezza, ripetendo la simulazione molte volte per verificare l'affidabilità delle conclusioni. La classificazione degli individui in base alla ricchezza è risultata avere la stessa distribuzione di quella esistente in realtà. Dunque, il 20% più ricco è quello dotato di maggior talento, vero? Nemmeno per idea. Gli individui più ricchi di solito non corrispondevano ai più capaci o intelligenti. "Il massimo successo non coincide mai con il massimo talento, e viceversa", afferma il dott. Pluchino. E aggiunge "La nostra simulazione mostra chiaramente che il fattore predominante è solo la pura fortuna".

Non hanno però impostato e affinato un tale modello per curiosità, ma per adottare, se possibile, una strategia efficace per sfruttare il ruolo della fortuna nel successo. Poichè il loro settore è quello della ricerca scientifica, secondo questi studiosi l'applicazione di un simile risultato porta a dire che i migliori rendimenti dagli investimenti in ricerca si ottengono se si dividono equamente i finanziamenti tra tutti i ricercatori. Difatti, il team ha studiato tre modelli, in cui il finanziamento della ricerca è distribuito alla stessa maniera a tutti gli scienziati, o assegnato casualmente ad una parte di essi, oppure dato preferenzialmente a quelli che hanno avuto maggior successo in passato. Proprio la prima delle tre possibilità è stata quella vincente in termini economici.

Ora permettete una considerazione personale. Molte volte per disconoscere i meriti altrui amiamo dire "tutta fortuna!". Da questo studio, pur essendo solo una semplificazione della vita reale, sembrerebbe  quindi trionfare un tale ragionamento qualunquista. Ovvio che non è così. Certo, alcune volte la dea bendata dà veramente una mano, ma senza l'audacia di sfruttarla, le competenze giuste, la capacità di trovare ottimi collaboratori, niente andrebbe in porto. Lo scrivo perché c'è il rischio che qualche adolescente "in ascolto" potrebbe pensare che studio e perseveranza contano relativamente. No, contano eccome. Sono la condizione necessaria. Forse non sufficiente, ma sicuramente necessaria.



mercoledì 17 gennaio 2018

I tratti distintivi dell'essere cool


Coloro che amano gli inglesismi sanno che per essere alla moda devi vestire fashion, se hai la fortuna di comprarti una potente auto sportiva possiedi una supercar, quando un’azienda investe in efficienza energetica si dice che è green. E per le persone? Oggi esistono gli influencer (molto adatti al nostro livello di “pecoroni”), ma una volta si usava di più dire cool, riferito ad un/una tale particolarmente in vista, dalla spiccata personalità, che fa parlare di sé, fa tendenza.  Usando un termine poco noto, coolness, gli psicologi dell'Università di Sydney hanno definito quali potrebbero essere i criteri associabili ai tratti di questa personalità che non passa inosservata.

Non vi è certamente una definizione di persona cool: forse carismatico è un buon sinonimo. Potrebbe essere qualcuno che riesce sempre ad avere il controllo sulle sue emozioni, oppure il collega d'ufficio che ha più interlocutori nella pausa caffè, o ancora quella tizia con moltissimi follower sui social, che commentano inde-fessi (il trattino non ci vuole ma ne capirete il motivo) sotto ogni suo post. Nonostante ciò, proviamo ammirazione o invidia per la popolarità di chi è cool. Si può inoltre dire che certe caratteristiche dipendono anche dell'epoca a cui facciamo riferimento (per esempio, certe twitstar senza l'uccellino che cinguetta sarebbero stati dei perfetti sconosciuti).

Gli autori dello studio hanno effettuato un approccio empirico alla coolness, concentrandosi sugli attributi valutativi che portano le persone a essere percepite come cool dagli altri, all'interno di un certo contesto. Tali qualità possono essere suddivise in due categorie. Nella prima vi è una "coolness standard", vale a dire quei tratti socialmente desiderabili come essere amichevole, gradevole e competente. Direttamente opposti a questi sono quelli che rientrano nella categoria della "coolness inversa", cioè la tendenza ad essere distaccati, ribelli e un po' taglienti. Il lavoro si è concentrato su queste due dimensioni di personalità, basandosi sul modello denominato Big Five, molto usato in psicologia, dove cinque parametri sono utilizzati ognuno con il proprio opposto: estroversione - introversione, gradevolezza - sgradevolezza, coscienziosità - negligenza, nevroticismo - stabilità emotiva, apertura mentale - chiusura mentale. 

Nel 2012 all'Università di Rochester era stata condotta un'analisi simile, con la quale si erano evidenziati alcuni aggettivi per meglio identificare la coolness standard: premuroso, ambizioso,  carismatico, attraente, che ispira fiducia, ed altri per la coolness inversa: ribelle, sarcastico, aggressivo, distaccato, in cerca del brivido, non convenzionale ed egoista. Le ricerche più recenti hanno rivisto quello studio, utilizzando anche un questionario sull'autostima, per permettere ai partecipanti (tutti studenti universitari) di valutare sé stessi utilizzando un insieme di auto-descrittori. Tra l'altro, proprio l'autostima, essendo possibile camuffarla, è stata misurata in un modo del tutto originale: tramite la grandezza della firma con carta e penna. Sembra infatti che più è grande la firma, maggiore è l'autostima cosiddetta implicita.

Se da un lato lo studio di Sidney ha confermato i tratti che si evincevano da quello di Rochester, dall'altro ha scoperto che la persona cool, sia in modo aperto e cordiale, che in quello più snob, possiede un alto tasso di estroversione, è aperta a nuove esperienze, tende ad agire rapidamente nella risoluzione dei problemi. In più è stato sottolineato che ciò che rende le persone interessanti aiuta le loro relazioni, rafforza l'autostima e la capacità di perseguire obiettivi. Se possedere un valore di coolness elevata può migliorare la propria identità, ne consegue che è più semplice adottare dei comportamenti personali associabili all'essere amichevoli, aperti, sicuri di sé e orientati agli obiettivi. Allo stesso tempo avere una natura ribelle è compatibile con una buona sicurezza nel proprio io, sempre che una vita troppo anticonformista non sfoci nella instabilità della personalità e in troppi dubbi che tendono a minarla.

Forse mi sono dilungato troppo ma, come capirete, quando si tratta di scienze sociali l'argomento porta facilmente a dettagliare. La conoscenza degli altri, quella reale, è fondamentale per raggiungere una certa serenità. Ma poter avere il polso della propria personalità e sapere quali sono i punti deboli su cui lavorare, lo è ancora di più. Scienza sociale, dicevamo. Quando invece del sociale ci riferiamo al social e ai social, il carisma individuale rischia di mescolarsi alle troppe indecenze digitali. Perciò, se arriveremo a pendere dalle labbra della Ferragni di turno, facciamoci qualche domanda. Meglio una coolness reale, anche se per pochi, che una virtuale, così ritenuta da sconosciuti di poco valore.




mercoledì 12 ottobre 2016

Invidiosi, non siete soli al mondo !


E' ufficiale, il carattere dell'invidia nell'umana specie è quello predominante. Lo sapevate già ? Certo, è la classica scoperta dell'acqua calda. Ma ora vi è qualche fondamento scientifico a decretarne una maggiore sicurezza, fondamento che viene fuori da uno studio dei ricercatori della università Carlo III di Madrid, condotto con i colleghi delle università di Barcellona, Saragozza e di Rovira i Virgili. Lo studio ha analizzato le risposte di 541 volontari per centinaia di dilemmi sociali, le cui opzioni portavano alla collaborazione o al conflitto con gli altri, sulla base di interessi individuali o collettivi. Si calmino però i disfattisti: la percentuale degli invidiosi risultata è solo del 30%, non altissima ma comunque la maggiore rispetto alle altre categorie di atteggiamento sociale in cui i volontari sono stati suddivisi.

Il lavoro fatto si è basato su una particolare sezione della matematica chiamata teoria dei giochi, che si applica bene in ambiti come la sociologia e l'economia. In sostanza, i partecipanti devono prendere delle decisioni in certe situazioni, e vengono accoppiati ogni volta con una persona diversa, affinché il comportamento ne sia condizionato. Così ognuno di loro può decidere di collaborare con il suo partner temporaneo, di opporsi alla sua scelta, o di fare il doppio gioco fingendo di starci e poi scegliendo una soluzione diversa al problema che gli è stato posto. Aumentando il numero di prove, viene fuori la vera indole dei giocatori, ossia di come sono inclini  a comportarsi e relazionarsi con gli altri.

Grazie ad un complesso algoritmo, i ricercatori sono riusciti a classificare il 90% dei partecipanti in quattro gruppi, in ordine decrescente: 30 % composto da invidiosi, ai quali non importa il risultato, ma solo arrivare prima degli altri; 20 % di ottimisti, i quali stimano che il partner momentaneo darà sicuramente buoni frutti; uno scarso 20% di pessimisti, che hanno fatto delle scelte solo perché meno peggiori di altre; i restanti, anche questi poco meno del 20%, definiti come fiduciosi, quelli che puntavano alla cooperazione e alla sinergia, a prescindere dall'esito finale. Dalle categorie l'algoritmo ha tralasciato un 10% (o poco più) di volontari, non abbinabili nettamente ad una delle quattro, a sottolineare come le sfumature nei comportamenti possono essere notevoli.

Secondo gli studiosi l'algoritmo ha prodotto un'eccellente valutazione proprio perché ha scovato un numero ben definito di personalità predominanti. E l'ha fatto senza un'influenza e una soggettività di giudizio tipicamente umane. La sua applicazione all'analisi comportamentale è quasi rivoluzionaria, dato che in altre occasioni la suddivisione dei tipi era affidata all'esperienza degli scienziati sociali che organizzavano questi esperimenti, lasciando poi l'abbinamento all'intelligenza artificiale. "L'obiettivo di utilizzare la matematica era proprio quello di garantire l'imparzialità ", ha detto il dottor Sánchez, uno degli autori.

I risultati ottenuti vanno contro quelle teorie storiche che vedono la ratio prevalere nella maggior parte delle scelte umane (anche se ultimamente, a livello mondiale, di ratio se ne usa sempre meno), pertanto potrebbero essere utili quando si disegnano delle nuove politiche economiche e sociali. Futuri sviluppi, di tutt'altra natura, si prevedono addirittura per dare un carattere più umano ai robot di domani, quelli che, a quanto pare, ci faranno compagnia tra le mura domestiche. Potranno mai batterci quanto ad invidia ? Non credo proprio.


(fonte https://www.eurekalert.org/pub_releases/2016-10/ciuo-aso100716.php ; si ringrazia il sito http://www.tips2stayhealthy.com/ per la gentile concessione della foto)



lunedì 19 settembre 2016

Preservare gli antichi linguaggi


Qualche tempo fa, alla veneranda età di 80 anni, mia madre ha pubblicato il suo primo libro. Non è mai stata una scrittrice e nemmeno le è venuta l’ispirazione tardiva. Oltre ad essere insegnante di scuola elementare, ha sempre avuto due passioni, quella per la musica, che ha trasmesso in modi molto diversi a me e a mia sorella, e quella per il dialetto. Per quest’ultimo ha spesso cercato significati, usi e costumi legati al vernacolo del suo paese di nascita, scavando in vari testi, raccogliendo citazioni e cercando etimologie recondite ed ancestrali. Finchè, spinta anche dai familiari, è riuscita a completare la sua opera prima proprio su questo argomento. Ora, non è che abbia venduto chissà quante migliaia di copie, ma pare che il suo tentativo di preservare e tramandare il dialetto e le relative tradizioni non sia il solo. Un signore dalle origini indiane (d’America) sta provando a farlo in modo tecnologico.

Le lingue hanno da sempre avuto periodi di evoluzione, interagendo con le culture e con i luoghi dove vengono parlate. Di recente linguisti e antropologi sono preoccupati sul fatto che certe lingue indigene stanno scomparendo, in modo molto rapido. All’UNESCO stimano che la metà delle 6.000 o più lingue del mondo non sarà più parlato entro il 2100, se non si interviene per invertire questa tendenza. Il ragionamento di base è che questi linguaggi non sono solo un modo di comunicare, ma offrono visioni e dettagli unici su chi li usava per esprimersi. E’ quasi impossibile apprezzare appieno una popolazione o un'etnia senza capire la loro lingua. Quando una lingua tace, si rischiano di perdere sia la saggezza che le informazioni di base di certi uomini del passato.

Nell'anno 2000, Joshua Hinson, un americano discendente dalla tribù nativa degli Chickasaw, appena nato il suo primogenito, si è reso conto che non aveva strumenti con cui insegnargli le sue vere radici e la sua cultura d'origine. Così, deciso a realizzare questo obiettivo, ha iniziato innanzitutto ad apprenderle approfonditamente per conto proprio. Gli era mancata un'esperienza vissuta da indiano, ed è partito con le basi: imparare la lingua. Poi, successivamente, ha provato ad insegnare ai bambini quella stessa la lingua, ma l'ostacolo principale era convincerli che valeva la pena di parlarla, visto che il tempo libero per loro era preso totalmente dalla tecnologia. Il signor Hinson non si è demoralizzato, piuttosto ha deciso di abbracciare la tecnologia come un'opportunità. Questa intuizione manca oggi a molti linguisti, i quali preferiscono scrivere documenti accademici e troppo tecnici per destare attenzione nei profani.

Con l'appoggio degli altri membri originari Chickasaw, è stato creato un vero e proprio programma di rivitalizzazione linguistica, partendo prima con un canale TV, poi con un sito web e un app per smartphone. Oltre ad insegnare l'alfabeto, le parole e le frasi essenziali, e i metodi per la costruzione di una frase, l'app contiene anche registrazioni in madrelingua per affinare la pronuncia e la cadenza. Questo è accaduto nel 2009 e da allora gli utenti sono solo aumentati. Naturalmente sono stati i più giovani, avvezzi al diteggio telefonico, a coinvolgere e suscitare l'interesse nei relativi genitori. Addirittura in alcune famiglie hanno cominciato ad usare termini di quella lingua indiana in casa, per individuare oggetti di uso comune, anche senza una sistematicità.

Non si può trattare comunque solo di un gioco, altrimenti dopo un po' ci si stancherebbe, hanno osservato alcuni moderni linguisti americani, molto propensi all'uso del digitale. In ogni caso, abbinare una lingua antica al nuovo modo di comunicare del XXI secolo, via smartphone intendo, può far superare il concetto secondo cui le lingue indigene appartengono solo al passato. Potrà quindi essere questo il modo di tramandare alle generazioni future quelle lingue, ma non solo dal punto di vista grammaticale, anche da quello della cultura e della storia, di quel passato dal quale veniamo e che non dovremmo mai dimenticare.

Per chiudere, non tutti i dialetti possono essere considerati lingue nel vero senso della parola. Ma è il loro uso come vettore di storie, individuali, familiari e di intere comunità, che va salvaguardato. Conoscerlo, comprenderlo, anche senza parlarlo correntemente. Intuirne le sfumature per apprezzare le radici così da non stravolgerle solo per effimere mode.


PS Se proprio volete togliervi la curiosità, questo il link su IBS del libro scritto dalla mia genitrice.