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giovedì 20 luglio 2017

La pesante eredità ambientale


Il binomio sostenibilità-cambiamenti climatici è purtroppo sulla breccia da tempo. Si tratta di due tematiche strettamente legate tra loro, visto che il primo fa da freno al secondo: per fermare o rallentare i cambiamenti climatici si deve spingere sulla sostenibilità. Se dal lato educativo e della conoscenza molto si può fare (qui ne avevo scritto un paio di anni fa), da quello pratico si deve insistere e persistere ancora di più. Rendere sostenibili la produzione, i consumi, l'economia, l'intera macchina umana che interagisce con il pianeta, mi pare personalmente un dovere etico e morale.

Come saprete, la prima definizione di sviluppo sostenibile fu data dalla Presidente della Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo, norvegese di nome Gro Harlem Brundtland, che nel suo rapporto del 1987 usò questi termini: “lo sviluppo che è in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente, senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri bisogni”. Sono passati da allora 30 anni ma l'obiettivo è ancora molto lontano. Un recente studio condotto presso l'istituto della Terra della Columbia University afferma infatti che la riduzione delle emissioni di gas serra non è sufficiente a limitare il riscaldamento globale per proteggere il futuro dei ragazzi, ma si ha bisogno di emissioni negative. Cosa significa? Misure come la riforestazione potrebbero compiere gran parte della necessaria rimozione di CO2 dall'atmosfera, ma le continue emissioni di combustibili fossili richiedono costose soluzioni tecnologiche per estrarre la CO2 e attenuare il riscaldamento globale.

Gli effetti del cambiamento climatico sono più che evidenti: onde di calore frequenti e severe, tempeste, inondazioni e siccità, nonché l'aumento del livello del mare, fenomeni che potrebbero influenzare milioni di persone residenti nelle zone costiere, per non parlare dell'impatto negativo su flora e fauna, con una riduzione a ritmi mai visti prima della biodiversità. Se il livello del mare salisse fino ad un metro rispetto a quello odierno, entro la fine del secolo, si avrebbero conseguenze terribili. Ma l'analisi condotta alla Columbia dimostra che l'obiettivo di limitare l'aumento di temperatura del pianeta al massimo a 2 °C, rispetto all'epoca pre-industriale, non è sufficiente, perché si raggiungerebbero comunque le temperature del periodo dell'Eemiano, era interglaciale risalente a circa 120.000 anni fa, dove i livelli degli oceani erano superiori di alcuni metri in confronto agli attuali, anche a causa di altri elementi.

Il team di scienziati, guidati dal professor Hansen, ha dichiarato che la CO2 atmosferica dovrebbe essere ridotta a meno di 350 parti per milione (ppm) dal suo attuale livello di circa 410. Questo obiettivo richiede emissioni negative di anidride carbonica, cioè di estrarla dall'aria, oltre ad una rapida riduzione delle emissioni di combustibili fossili. Se iniziassimo a ridurre le emissioni di CO2 nel 2021 ad un tasso del 6% l'anno, dovremmo estrarre circa 150 miliardi di tonnellate di carbonio dall'atmosfera entro il 2100. La maggior parte di questo risultato potrebbe arrivare grazie a pratiche agricole e forestali migliorate. Queste misure possono essere relativamente poco costose e aggiungono vantaggi come una migliore fertilità del suolo e dei prodotti forestali. Tuttavia, lo studio ha evidenziato che se le emissioni di CO2 continuassero a crescere ai tassi annui attuali (2.6% medio tra 2000 e 2015), dovremmo estrarre un quantitativo 10 volte maggiore di biossido di carbonio dall'atmosfera entro il 2100. Tecnicamente ancora fattibile, ma con soluzioni molto onerose.

"È evidente che i governi stanno lasciando questo problema sulle spalle dei giovani, non sarà facile o poco costoso risolverlo", ha affermato il professor Hansen. Ed è esattamente il concetto opposto di quello espresso dalla Brundtland nell'87, ossia vi è in grande rischio "la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri bisogni". Qualcuno comunque l'ha capito bene: lo studio della Columbia University sarà la base scientifica per un'azione legale, già in corso, di 21 ragazzi contro il governo degli Stati Uniti, per aver violato i loro diritti costituzionali alla vita, alla libertà e alla proprietà, non proteggendoli dai cambiamenti climatici. Con i Donald che ci sono in giro, spero queste azioni si moltiplichino in fretta, lì e in qualsiasi altra parte del mondo.




mercoledì 1 marzo 2017

Andare di corpo e salvare l'ambiente


Dite la verità, parlo a quelli più sensibili alle tematiche ambientali, qualche volta vi è venuto il dubbio, tirando lo sciacquone del vostro bagno, che si sprechi troppo acqua. A me è successo. Io però non ho ancora trovato una soluzione al problema. Se, al contrario, non è stato un vostro pensiero ricorrente, qualcuno negli Stati Uniti ci ha riflettuto su. Sembra infatti che in quelle terre stiano pensando al recupero sostenibile delle acque reflue dei gabinetti. Pensate un po', qualche litro di biocarburante l'anno direttamente dal water. Forte, no ?

Il problema delle acque reflue mondiali non è uno scherzo. Com'è noto, il loro contenuto di sostanze organiche ed inorganiche le rende inutilizzabili per uso diretto, perciò siamo costretti a depurarle, con costi elevati. Nei soli USA la stima parla di circa 130 miliardi di litri all'anno, con i relativi 15.000 impianti di trattamento. Al 2012 l'Istat contava circa 10.000 impianti di tipo primario in Italia, di cui il Piemonte è la regione con il maggior numero. Ma non si può proprio ricavare niente da queste acque? Scienziati ed ingegneri del Dipartimento di Energia del Pacific Northwest National Laboratory, stato di Washington, hanno creato un processo, denominato liquefazione idro-termica (HTL l'acronimo americano), con il quale si ottiene un semilavorato molto simile al greggio naturale. La differenza dove sta? La natura ci mette molti millenni per produrlo, a costo praticamente nullo, i tecnici attaccano la spina e in 3/4 d'ora ecco servito il petrolio artificiale.

Naturalmente la tecnologia non funziona solo con i resti delle nostre elaborazioni interne, ma anche con altri rifiuti organici umidi. Oltre a quelli proveniente dagli impianti fognari, si parla di alghe,  letame o grossi resti vegetali (alberi potati per malattia, ad esempio). Questi una volta erano considerati fonti povere per i biocarburanti, perché i processi naturali molto lunghi tendono ad asciugare i composti, cosa che non accade nel caso della liquefazione idro-termica. Tutto ciò che serve è pressione e calore, per cuocere l'ammasso formatosi a circa 350 gradi. Non è il solo  recupero il fattore importante, che tutto sommato non rappresenta una elevata percentuale rispetto a quanto scarichiamo nei nostri bagni, ma anche la questione di evitare i costi di smaltimento, eliminare completamente i rifiuti e trasformarli in bio-carburante.

L'HTL crea inoltre una piccola quantità di solidi ricchi di nutrienti, utilizzabili nella produzione di fertilizzanti. Si tratta di una tecnologia molto più efficiente del bio-etanolo, ottenuto per fermentazione delle biomasse, dato che permette di guadagnare da tre a quattro volte l'energia necessaria per produrlo, cosa che non accade con il bio-etanolo. Poi, il bio-carburante dell'HTL può funzionare nella sua forma più pura, inserendolo direttamente nei serbatoi dei veicoli, ma con emissioni drasticamente ridotte. Hanno calcolato che la liquefazione idrotermica genera fino al 75% in meno di inquinamento da CO2 rispetto alla benzina.

L'EPA, Agenzia di Protezione Ambientale statunitense, ha valutato positivamente questa tecnologia e vuole fare un esperimento pilota; verrà condotto con la società Metro Vancouver, che sta realizzando un impianto dimostrativo. I ricercatori sono convinti che questa non sarà la panacea di tutti i mali ambientali, ma solo un tassello importante nel grande mosaico delle energie rinnovabili e della efficienza energetica. Anche perché i numeri non sono applicabili su larga scala. Si stima che con l'HTL si possa produrre fino a 45 milioni di barili di bio-petrolio all'anno, contro la necessità attuale degli USA di circa 18 milioni di barili di oro nero al giorno.

Chi lo sa, magari un giorno dal nostro bagno partirà un tubo verso la nostra pompa di benzina personale. Come diceva un vecchio adagio: "dal produttore al consumatore". Solo che in questo caso i due soggetti coincidono.


(fonte http://www.popsci.com/toilet-flushes-biofuel )


martedì 7 giugno 2016

La necessaria commistione tra città e natura


La nascita delle città come agglomerati organizzati di persone, abitazioni, infrastrutture e servizi risale solo agli ultimi due secoli. Lo spostamento dalle campagne che da noi si è avuto in buona parte dagli anni '60 in poi, assieme ai grandi flussi migratori, ha concentrato l'attenzione sociale e politica soprattutto verso questi insediamenti umani. In altre parti del mondo era successo prima, in altre ancora è più recente o sta avvenendo oggi. Alcune stime dicono che in un futuro prossimo circa il 70% della popolazione mondiale risiederà nelle medie-grandi città: è anche per questo che la tecnologia si sta ipersviluppando verso nuovi paradigmi, uno su tutti quello della smart city. Ci stiamo dimenticando qualcosa ?

Pochi giorni fa su Science è stato pubblicato un articolo che fa molto riflettere al riguardo. E' stato scritto a più mani da ricercatori della Università di Washington, secondo i quali le aree urbane, al di là del loro ruolo necessario, comportano un indebolimento del rapporto tra uomo e natura, causandone una sorta di disconnessione. Non solo, favoriscono anche delle tensioni emotive che contribuiscono ad aumentare malattie mentali e disturbi dell'umore, legate proprio allo scarsissimo accesso alla natura.

Forse ricorderete un'intervista fatta ad alcuni bambini nostrani tempo fa, ai quali si chiedeva quante zampe avesse un gallina, portando l'esempio del pollo come animale gastronomico più vicino alla loro realtà. La risposta di alcuni fu "otto", semplicemente perché nella confezione famiglia portata a casa vi erano altrettante cosce che, ad un occhio profano come il loro, dava l'idea di un animale unico con quel numero di zampe. A questo si può aggiungere, senza tema di smentita, che molti a quell'età una moltitudine di stelle l'hanno vista solo nei film a cartoni, oppure sul web. Il professor Kahn, che ha guidato lo studio, ha definito questo vuoto "amnesia generazionale ambientale", ossia quella ridotta facoltà delle nuove leve di correlarsi con la natura, anche selvaggia, e di riuscire a derivare un senso comune rispetto alla specie cui apparteniamo.

Ma il problema non investe solo la fascia sociale dei minori. Anche la maggior parte degli adulti, abituati ormai a dare per scontata la dimensione vitale tra cemento e traffico, basano la propria esperienza su canoni molto distanti da quelli ambientali. E' forse questo il motivo, temono i ricercatori, della scarsa sensibilità delle persone alle nefaste variazioni planetarie e alle nostre dirette responsabilità. Non si sente l'urgenza perché la si vive come qualcosa fuori dai propri orizzonti. Sarà banale, ma non c'è niente di naturale in una metropoli, o in città di dimensioni ancora superiori.

Bisogna spingere sulle possibilità concrete di vivere in maniera sicura, anche dal punto di vista della salute, nelle città del futuro. L'ideale sarebbe coniugare in modo intelligente i vantaggi sociali degli insediamenti urbani con un minimo e costante accesso ad aree verdi ed in qualche modo staccate dagli stress a cui siamo sottoposti. Se così non fosse, la progettazione dovrebbe prevedere zone promiscue, con residenze e uffici a stretto contatto con giardini pensili ed orti urbani; finestre vere con la possibilità di essere aperte per il ricambio d'aria, senza attivare alcun dispositivo artificiale; tetti e pareti verdi dove possibile; poter fare una pausa respirando per un momento aria pura, sentire gli odori della campagna, anche se questa non è proprio a due passi da noi. Tutto ciò passa attraverso nuove logistiche e nuovi approcci, soprattutto mentali da parte di tutti, nel capire i benefici fisici e psicologici di tali interazioni, in una osmosi totale con il mondo naturale. 

Non può esistere una città a misura d'uomo che non sia contaminata, nel vero senso della parola, dai doni offerti dalla natura, conclude lo studio pubblicato su Science. Deve essere un coinvolgimento continuo tra l'energia dell'area urbana ed il benessere armonico e stimolante che possono dare le specie vegetali con il proprio humus. La loro funzione psicologica va rivista e fortemente riproposta, per preservare al meglio l'integrità degli ecosistemi ma anche la salute pubblica. Se la natura è la fonte della nostra esistenza, non possiamo scordarcene proprio dove siamo più presenti.




mercoledì 13 aprile 2016

Referendum, una scelta consapevole


Trivelle Si, trivelle No. Sembra quel pezzo di Elio e le storie tese, e forse il parallelo ci sta pure bene, visto che è un problema di Italia si, Italia no. Italia si, per salvare il nostro mare, la sua bellezza e la sua pulizia (pulizia ? ok, lasciate correre la vostra fantasia), Italia no, per condannarla definitivamente (o quasi) ad essere un paese inquinato e, soprattutto, ad essere preda di multinazionali senza scrupoli. Bè, non è proprio così, ma c'è da pensarlo sul serio dopo le ultime realtà al riguardo. Il caso Guidi / Tempa Rossa docet.

Ho provato a fare, nel mio piccolissimo, una sorta di intervista sull'argomento che ci vedrà al voto il prossimo 17 aprile, pur non chiedendo su quale particella si dovrebbe mettere la X. L'idea mi è venuta trovando in rete un'intervista ad una geologa (professione strettamente legata alle tematiche ambientali) che si è espressa a favore del non voto. Cosa per me abbastanza riprovevole, se non fosse che le sue motivazioni mi sono apparse ben articolate e praticamente vicine ai sostenitori del NO. Insomma una voce fuori dal coro, questo il link , che non intendo qui sviscerare. Così ho sottoposto quanto da lei affermato a persone spiccatamente a favore del SI, nello specifico, 3 blogger, 2 giornalisti di professione ed un amico che lavora nel settore Ambiente, con perfetta ripartizione tra i due sessi.

Dei 6, due ad oggi non mi hanno ancora risposto, una credo per scelta (chi è questo, chi lo conosce, ora do un parere a lui, tsè), l'altra perchè impegnata in un evento (l'ho saputo dopo averle sottoposto il quesito), a questo punto se ne sarà dimenticata, chissà. Quindi cerco di riassumere il parere dei restanti 4. Ora, sarà che sui social (specie su Twitter) è difficile esprimere un parere su argomenti seri, ma resta il fatto che solo una blogger è stata piuttosto esaustiva nella difesa del SI, un altro ha scritto che gli 8 punti della suddetta geologa sono smontabili uno ad uno, facendo comunque un plauso allo sforzo da lei fatto. Le risposte degli altri due "intervistati" sono quindi state: il primo si è appellato al fatto che si trattava di un articolo redatto solo per diventare virale e senza veri contenuti, non motivando la sua brillante intuizione, l'altro si è limitato a dire che la capacità corruttiva delle multinazionali è senza confini.

Non mi aspettavo certo che si dedicassero a rispondere per le rime, nè a me nè tantomeno a chi osato andare contro le spietate campagne per il SI, contro la difesa estrema dell'ambiente, a spada tratta, perchè il pianeta va salvato e chi lo sfrutta va fermato. Sia chiaro, io ci tengo almeno quanto loro, pur non essendo mai stato integralista o estremista, riguardo all'ambiente o a qualsivoglia settore. C'è però nell'aria una sorta di conformismo, di sensibilità green dell'ultima ora, senza una piena consapevolezza dei fatti e di ciò che si va a votare, che non è per niente rassicurante. Conosciamo bene tutte le implicazioni del SI ? siamo davvero certi che sia un bene per il nostro paese ? e non parlo dei lavoratori che potrebbero perdere il posto, li rispetto e mi spiacerebbe per i loro familiari se così fosse. Non sono per il NO, sia chiaro, ma a volte ho il sospetto che possa prevalere, ancora una volta, quel gran senso "pecoronico" italico del farlo perchè lo fanno gli altri, perchè è di moda, perchè "io voto, faccio il mio dovere di cittadino" (parente del "io pago le tasse" di una volta), senza invece esprimersi in modo ragionato e con cognizione di causa.

Ma quanto all'italico fare c'è anche chi, pur essendo al centro della stanza dei bottoni, propone di non andare a votare. A me pare un'offesa alla democrazia, una mancanza di rispetto verso il senso civico che dovremmo avere e verso la libertà di espressione di una scelta. Io, a differenza di costui, della geologa e di tanti altri, ho una certezza: il 17 mi recherò alle urne, così come spero che lo faccia almeno il 51% degli aventi diritto. Ma possiedo anche un'altra, di certezze: le voci fuori dal coro, quando vengono da persone competenti, non fanno mai male.


mercoledì 2 dicembre 2015

La COP21 potrebbe non servire


Clima, non c'è trippa per gatti. E' il primo, brutale, pensiero che mi è venuto quando ho letto un articolo pubblicato sul webzine dell'MIT di Boston da uno scienziato climatologo, Ken Caldeira, che lavora presso il Dipartimento di Ecologia Globale della Carnegie Institution for Science, alla Stanford University. In parole povere, Caldeira afferma che tutti gli sforzi provenienti dalla COP21 di Parigi non serviranno a niente se, da come sembra, i politici si impegneranno ad un livello molto al di sotto del necessario per ridurre in modo sostanziale il rischio climatico. Allora il destino del nostro splendido pianeta è davvero segnato ?

Caldeira parte da una sua analisi introspettiva e di crescita della sua consapevolezza, essendo passato da un ottimismo basato sull'uso sfrenato, con le necessarie tecnologie, dell'energia eolica e solare, fino ad una più recente comprensione del fatto che queste due fonti rinnovabili, sommati ad una più capillare diffusione del gas naturale, potrebbe solo ridurre le emissioni di gas serra derivanti dalla produzione di energia elettrica di circa due terzi. Risultato non sufficiente perchè l'elettricità è responsabile solo per circa un terzo del totale dell'inquinamento globale dovuto all'anidride carbonica, che aumenta di oltre il 2% l'anno. Quindi, anche se sistemassimo questo settore, entro un decennio o due le emissioni tornerebbero ai livelli di oggi.

Oltre all'azione immediata di drastica riduzione dei gas climalteranti, con timeline molto stretta, è assolutamente necessario invertire la rotta sulle deforestazioni, passare rapidamente alla mobilità elettrica ed utilizzare la stessa elettricità anche per il riscaldamento, tendenza ormai in disuso visto la sua bassissima efficienza; investire su sistemi di stoccaggio dell'energia eolica e solare e forse ripensare all'energia nucleare. Ciò richiederebbe un sistema di produzione di energia elettrica molto più grande e complesso di quello odierno. Possiamo davvero utilizzare la tecnologia esistente per ampliare questo sistema in modo così evidente, e allo stesso tempo far decrescere le emissioni nocive in termini importanti ?

Dato che entro la fine del secolo saremo circa 11 miliardi, secondo Caldeira il fabbisogno di energia potrebbe crescere di un fattore 10. Ma lo stesso fattore servirebbe allo stato attuale per decimare il livello totale di emissioni. Il conto finale potrebbe essere drammatico: dover ridurre le emissioni totali di un fattore 100, il che è mera utopia. Com'è noto, la maggior parte della crescita delle emissioni è prevista venire dalle economie emergenti, desiderose di dare alle loro popolazioni povere un'assistenza sanitaria di base, un'adeguata istruzione e un lavoro. Potrà allora il lato occidentale del mondo chiedere che le persone di quei paesi poveri facciano morire di fame i bambini o non curino persone malate solo perchè non devono utilizzare combustibili fossili ? I paesi più ricchi pagherebbero per i più poveri la differenza di costo tra i sistemi di energia puliti e quelli inquinanti? Certo, sulla carta, ma non in pratica, visto che non hanno neanche la mentalità di investire in tecnologie green per proteggere loro stessi.

Per lo scienziato statunitense, due soluzioni semplici, almeno dal punto di vista economico, sarebbero di tassare l'utilizzo di combustibili fossili, in funzione di quanto emettono, e di puntare fortemente (e nuovamente) sugli incentivi. Anche perchè la rimozione ed il sequestro della CO2 non funzionano come inizialmente sperato: più facile purificare gli scarichi delle ciminiere, molto difficile pensare di pulire l'atmosfera dai gas già presenti o che si immettono senza alcun filtro. Naturalmente, in aggiunta a tecnologie e politiche fiscali, la cultura generale dovrebbe cambiare rapidamente: fare scelte importanti, quando si progetta un edificio o un veicolo, che vadano al di là dei costi e che tengano conto in primis dell'aspetto ambientale.

Sarà puro catastrofismo quello del professor Caldeira ? Può darsi. La COP21 porterà una svolta decisiva per il bene dei nostri discendenti, oppure (è il caso di dire) solo fumo negli occhi ? Ce lo auguriamo davvero. Certo, l'adesione massiccia della quasi totalità dei paesi mondiali è emblematica della portata del problema. Ma di qua a dire che possa venirne anche una corretta soluzione, la strada è lunga e tortuosa.



(fonte http://www.technologyreview.com/featuredstory/543916/stop-emissions/ ; si ringrazia il sito http://zeenews.india.com/ per la gentile concessione della foto)

venerdì 12 giugno 2015

Climate change, quanto vale la cultura della conoscenza


E’ noto che quando una notizia si basa solo su statistiche l’uomo della strada tende a non dargli molto peso. Se la cronaca riporta un evento, piacevole o meno, lo prendiamo per buono ed eventualmente ci comportiamo di conseguenza. Quando invece mancano le certezze, siamo talvolta portati a sottovalutare i numeri, i grafici, i trend, specie se provenienti da indagini sommarie. La statistica costruisce un’ipotesi ma non è realtà acclarata. Però, nel caso dei cambiamenti climatici derivanti dall’antropocene, una realtà c’è, e non è affatto positiva. Così all’università di Plymouth (Regno Unito) hanno condotto un sondaggio che dà importanti indicazioni su come molte persone non seguano le statistiche sui disastri ambientali, ricavandone un quadro sull’importanza di aumentare la conoscenza e la comprensione sulle questioni energetiche.

Nonostante l'energia sia un fattore trasversale a tutti gli aspetti della vita contemporanea e, pur essendo il risparmio energetico una risposta cruciale al cambiamento climatico, lo studio ha evidenziato che le iniziative al riguardo in materia di istruzione e vita pubblica, ossia di alfabetizzazione energetica tra i cittadini, sono piuttosto frammentarie e disorganizzate. C’è bisogno di una forte motivazione per cambiare i comportamenti, anche perché gli intervistati sono apparsi dubbiosi circa la loro capacità di influenzare imprese e politici su questioni di rilevanza ambientale. In sostanza si è osservato che se da un lato il 90% circa ha sentito parlare di queste problematiche, meno del 20% pensa che sia la questione nazionale (inglese) più importante da risolvere. Molti hanno detto di cercare di assumere comportamenti per il risparmio energetico, tipo spegnere le luci o disattivare apparati in standby, usare la bici per gli spostamenti brevi, ecc; oppure hanno provato a convincere amici e parenti di modificare i loro stili di vita in questo senso, non trovando però il giusto interesse da parte degli interlocutori. 

Un altro sondaggio è stato condotto negli USA, circa il tema delle smart cities, da parte degli autori della piattaforma Meeting of the minds, creata per diffondere conoscenza condivisa sulla sostenibilità urbana. Le smart cities rappresentano un modello sociale e culturale, oltre che tecnologico, delle città presenti e future: un ambito evidentemente legato alla perdita di “greenicità” sia delle stesse città che di tutto il pianeta. Ebbene, solo il 40% circa degli intervistati ha dichiarato di conoscere correttamente il significato di città intelligente. Gli americani, storicamente interessati al legame ricchezza-cultura, hanno individuato una tendenza secondo cui la consapevolezza sul tema cresce insieme al reddito di chi ha risposto. Nonostante ciò, a conferma che i soldi non sempre corrispondono a menti attente e sensibili, quasi tutti hanno legato il concetto di smartness ai soli dispositivi tecnologici e non alle potenzialità del crowdsourcing, quell’intelligenza collettiva che deve essere abilitata dalla tecnologia e allo stesso tempo guidarla, senza subirla passivamente. 

Al di là dei numeri, ciò che risalta dai due studi è il valore della conoscenza come strumento per migliorare i  processi decisionali a tutti i livelli. Sono dunque necessari maggiori sforzi per collegare l'apprendimento formale con la vita quotidiana, per migliorare la consapevolezza delle buone pratiche e del loro stretto legame con il consumo energetico. Analogamente si può dire delle smart cities e degli smart citizens, i quali devono acquisire la consapevolezza e la responsabilità della nuova rivoluzione tecnologica urbana. Conoscere per agire in previsione futura, instaurare meccanismi di causa-effetto con la giusta cognizione del beneficio che ci autocostruiamo. Conosco, quindi sono. Anzi, siamo. Perché solo minimizzando certi individualismi e potenziando le azioni collettive si possono rallentare i nefasti cambiamenti ambientali, per provare a vincere le sfide della sostenibilità globale.



venerdì 5 giugno 2015

Un nuovo batterio per la produzione di biocarburanti


L’inquinamento delle nostre strade e delle nostre città dipende essenzialmente dai veicoli che le attraversano. E’ noto a tutti l’effetto deleterio per l’ambiente nel produrre energia meccanica con il ciclo Otto (mezzi a benzina) piuttosto che con il ciclo Diesel (mezzi a gasolio). Un decreto italiano di ottobre 2014 impone ai produttori di carburanti di usare almeno il 5% in peso di biocarburanti, di origine vegetale e rinnovabile, rispetto al restante 95% di origine fossile, con un piccolo, graduale aumento del 5% negli anni a venire. Ma il vero problema è come ricavare tali biocombustibili, sia dal punto di vista della materia prima usata, che da quello economico-produttivo. Di recente al centro scientifico di BioEnergie (BESC) del Tennessee hanno sviluppato un prodotto che potrebbe accelerare in modo significativo il loro sviluppo.

I principali biocombustibili sul mercato sono il biodiesel, ottenuto dagli oli vegetali di colza e girasole, con proprietà e prestazioni simili a quelle del gasolio, e il bioetanolo, prodotto per via fermentativa a partire da biomasse, tipo residui di coltivazioni agricole, forestali, ma anche da rifiuti urbani. Gli scienziati statunitensi si sono concentrati sul secondo: dalle loro parti il bioetanolo si ricava dagli scarti di lavorazione del mais, ma circa un terzo resta inutilizzato, nella forma di uno zucchero chiamato xilosio. Così hanno progettato un particolare lievito, denominato C5 Fuel™, in collaborazione con l’azienda Mascoma, che offre alte capacità di fermentazione per ottenere etanolo, stabilendo un nuovo rendimento di conversione degli zuccheri di biomassa fino al 97%. Il tutto con tempi di lavorazione di sole 48 ore, di gran lunga inferiore rispetto alle metodologie  esistenti.

Anche se la biomassa cellulosica della paglia di mais o di altri resti fibrosi è abbondante e a buon mercato, il problema era il rilascio di zuccheri per la conversione in etanolo: la soluzione con il nuovo lievito si è rivelata molto efficace nella conversione dello xilosio. Se da un lato i tecnici del BESC sono riusciti a mettere a punto il batterio giusto per la trasformazione, dall’altro l’esperienza della Mascoma ha giocato un ruolo cruciale per portare i risultati della ricerca di base verso un prodotto commerciale. Si tratta di un importante e lungo cammino verso la riduzione del costo del bioetanolo e verso l’incremento del numero di impianti produttivi dello stesso: un esempio lampante di come la partnership con l'industria può favorire ed amplificare la capacità di ricerca fino a giungere ad efficaci prodotti in economia di scala.

La trasversalità delle fonti rinnovabili impatta fortunatamente anche sul settore trasporti. Quando si parla di efficienza energetica e di energia pulita il pensiero va spesso al modo di produrre elettricità. E’ impensabile però generare un’energia green da usare nelle mura domestiche (o nelle fabbriche) quando poi aprendo le finestre l’aria che si respira in città non è affatto salubre. Il global warming va fermato, questo è indubbio, anche abbattendo gli scarichi nocivi di auto, bus, camion e di ogni mezzo alimentato a carburante fossile. Come ? ad esempio incentivando l’utilizzo della mobilità pubblica, che funzioni sempre meglio in intermodalità e che faccia usa di veicoli a basso impatto ambientale (a metano o meglio ancora elettrico, giusto per dare una risposta semplice ma convincente). Ma la partnership tra la Mascoma e il centro BESC va vista come una buona pratica, sia per i risultati ottenuti, sia per come istituzioni, aziende e politiche oculate possono essere la sinergia vincente per un futuro dall’aria più limpida e dalla salute più sicura.


(fonte http://www.eurekalert.org/pub_releases/2015-06/drnl-bmd060315.php ; si ringrazia il sito http://www.caradvice.com.au per la gentile concessione della foto)

mercoledì 6 maggio 2015

Il recupero sostenibile del fosforo


Quando si parla di fosforo il pensiero va immediatamente alla memoria. Molti sono quelli che, per problemi legati alla sbadataggine, si sono sentiti dire “forse hai bisogno di fosforo, dovresti mangiare più pesce”. Il fosforo non esiste in natura allo stato elementare ma deriva dai suoi minerali fosfatici: oltre che nei pesci è contenuto in molte sorgenti proteiche, tipo le uova e la carne. E’ un elemento essenziale per lo sviluppo delle ossa e dei denti, ma utile anche come fertilizzante in agricoltura. Tra l’altro noi umani tendiamo ad espellerlo attraverso la nostra urina, perciò si trova in molte acque di scarico, all’interno dei conseguenti impianti di trattamento. Citiamo inoltre due ulteriori riferimenti a questo elemento chimico, uno di “preistoria” informatica (i monitor ai fosfori verdi), l’altro, più triste, che riguarda le armi al fosforo bianco.

Sembra però che la domanda di fosforo stia crescendo rapidamente. Non è una novità in assoluto, dato che l’incremento demografico globale risente di problematiche come queste per molte materie prime. Così al Centro per la Sicurezza Ambientale della Arizona State University hanno realizzato un modello matematico per il recupero del fosforo dalle acque di scarico, basato sui due attuali metodi per estrarlo, quello chimico e quello biologico. Nel primo caso si realizza una soluzione apposita, nel secondo l’introduzione di alcuni batteri permette la raccolta del fosforo da speciali fanghi. Però nessuna delle due tecniche è sempre la migliore, dipendendo anche dalla qualità dell’acqua del posto. Allora gli scienziati statunitensi hanno ideato una metodologia che combina entrambe le metodologie.

Lo studio ha dimostrato che un impianto di trattamento tipico potrebbe recuperare circa 490 tonnellate di fosforo ogni anno in forma di struvite, un minerale fosfato (nota: alcuni lo conosceranno come prodotto dei calcoli renali in certi animali) . Così facendo si arriverebbe ad estrarre circa il 90% di fosforo presente nelle acque reflue, circa il doppio dei metodi tradizionali,  con un costo di estrazione inferiore ed un tempo di recupero dell’investimento di soli 3 anni. In più, ne guadagnerebbe la salute delle acque, dato che
l'accumulo di fosforo può causare problemi come fioriture di alghe che, col tempo, riducono l'ossigeno presente e compromettono il delicato equilibrio della vita acquatica.

Come in moltissimi altri casi, anche in questo può (e deve) funzionare l’economia circolare del riciclo. Tutto il prezioso fosforo che usiamo e che scarichiamo si perde nell'ambiente e, banalmente, comporta un paio di svantaggi: il mancato recupero ed il danno per fiumi, mari e quindi tutto l’ecosistema. Si parla di migliaia di tonnellate di fosforo, quantitativi importanti che possono soddisfare, almeno in parte, l’esigenze di quei paesi in grossa difficoltà alimentare e nutritiva. Se poi, come in questo progetto della Arizona State University, in tempi ragionevoli si intravede anche un profitto, ci sono tutti i presupposti per una rapida e conveniente implementazione, economica, sociale e naturale. Affinché la coscienza ambientale diventi vero driver per un futuro sostenibile.


(fonte http://www.eurekalert.org/pub_releases/2015-05/asoa-ama050515.php; si ringrazia il sito http://remediatenow.com  per la gentile concessione della foto)