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lunedì 26 novembre 2018

Le alghe per ridurre i gas serra di origine animale


Alimentazione e salute sono strettamente correlate. Un esempio classico è quello della carne rossa: diverse ricerche scientifiche affermano che aumenti la probabilità di ammalarsi seriamente. Queste sono implicazioni dirette. Ve ne sono poi di indirette, ma non certo meno gravi. Sto parlando della sostenibilità e dei cambiamenti climatici. Che c’azzecca, dirà qualcuno di voi, come quell’amico molisano che non si sente più. E’ presto detto. Gli animali macellati che finiscono sulle nostre tavole, durante la loro “onorata” esistenza, inquinano più di quello che credete.

Ogni anno, l’allevamento di bestiame produce gas serra in modo equivalente all’effetto di circa 7 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, praticamente come l'industria dei trasporti. Se il 60% dipende dall’indotto umano, il restante 40% viene prodotto durante la digestione: bovini ed ovini ruttano e producono metano. Ciò dipende dal processo digestivo di alcuni ruminanti, noto come fermentazione enterica. I ricercatori hanno esplorato una serie di potenziali alternative per ridurre tali emissioni gassose, tra cui la selezione selettiva, i vaccini, i trasferimenti di microbiomi, vari integratori alimentari e mangimi più efficienti, tutti con risultati poco significativi.

Ora pare che le alghe possano dare un contributo importante affinchè mucche ed affini riducano la loro impronta di carbonio. Sono infatti positivi al riguardo i risultati ottenuti da uno studio alla Università della California di Davis, guidato dal professor Kebreab. La scorsa primavera, molte  vacche da latte di tipo Holstein (comunemente quelle bianche a macchie nere) sono state coinvolte in uno esperimento. Aggiungendo una piccola quantità di alga rossa al mangime, i ricercatori hanno scoperto che potevano ridurre la produzione di metano delle mucche di quasi il 60%. In proporzione, una simile riduzione applicata a tutto il settore dell'allevamento mondiale cancellerebbe quasi 2 miliardi di tonnellate di emissioni annue. Ma Kebreab sta preparando uno studio più ambizioso nei prossimi mesi, valutando se piccole quantità di una forma diverse di alghe possono alzare la suddetta percentuale.

Nel frattempo, alcune aziende hanno iniziato a studiare la fase successiva e più complessa: passare ad un’economia di scala con la stessa efficienza. L’input al lavoro sulle alghe è stato suggerito anche dall'approvazione in California di una legge del 2016, che chiedeva di ridurre le emissioni di metano dello stato del 40%. Ciò ha posto una reale pressione sulle imprese per trovare modi efficaci ed economici di farlo, in particolare tra aziende di allevamento e produttori di latte. In realtà la legge verteva sulle emissioni provenienti dal letame, ma si è rivelata oculata e funzionante anche per altri motivi, così da portare ottimi feedback, locali e globali.

Un effetto collaterale nello studio dell’università di Davis è che il bestiame inizialmente mangia con meno voracità. Ciò è stato attribuito al gusto salato dell’alga, subito mitigato con dell’aggiunta di melassa. Per i produttori di latte e carne infatti la nuova dieta non deve assolutamente modificare i quantitativi precedente. A breve, il professor Kebreab supervisionerà un esperimento della durata di sei mesi con 24 bovini, sia per valutare che l'effetto dirompente sul metano persista nel tempo, sia per capire come l'integratore influisce sulla qualità della carne. In teoria le alghe dovrebbero aiutare ad ingrassare gli animali, perché i carboidrati che chimicamente non vengono utilizzati per formare metano costruiscono un maggior tessuto muscolare.

Nell’immediato futuro ci sono dunque diverse valutazioni da compiere. Una sarà quella di capire se l’investimento prevede un buon ritorno economico, rispetto al costoso approvvigionamento della speciale alga utilizzata. L’altro è come realmente ottenere i grandi quantitativi di queste alghe, sia per il completamento dello studio che per far passare questo prodotto su scala commerciale. E, non ultimo, ci sarà da analizzare la catena alimentare completa: la carne da questo bestiame meno inquinante ma alimentato in modo non tradizionale non dovrà essere dannosa per i consumatori finali. Nell’attesa, questi ultimi potranno continuare a tutelare, sé stessi e l’ambiente, con i mezzi attuali: mangiare carne con moderazione.


(fonte https://www.technologyreview.com/s/612452/how-seaweed-could-shrink-livestocks-global-carbon-hoofprint; nella foto, un bovino in un prato di Pila - AO)

giovedì 3 maggio 2018

Insistere sulla sostenibilità agro-alimentare



Nata nel 1970, la giornata mondiale della Terra vuole sin d'allora sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali del nostro pianeta. Ed è stato così anche il 22 aprile scorso. A Roma, al Villaggio della Terra, tra le altre iniziative si è tenuto il talk “Obiettivo 2030, l’Italia e lo Sviluppo Sostenibile”. Ormai da molte parti e da diversi anni, la necessità di spingere verso una crescita sostenibile è continua. Di recente si è mossa anche l'Accademia scientifica dei paesi europei, evidenziando in un loro rapporto che l'attuale approccio comunitario al cibo, all'agricoltura e all'ambiente non è affatto sostenibile.

Poiché l'agricoltura condotta in modo tradizionale contribuisce in modo sostanziale al cambiamento climatico, diventa urgente l'introduzione di un'agricoltura intelligente che tenga conto di questi aspetti. La mitigazione di questo contributo negativo dipende da sistemi smart di gestione territoriale e agronomica, oltre che dagli sforzi per influenzare i comportamenti dei consumatori associati alle eccessive emissioni di gas serra, in particolare gli sprechi alimentari e l'elevato consumo di carne. Mentre le modifiche alle pratiche di gestione del bestiame potrebbero contribuire alla mitigazione dei gas serra, alcuni aggiustamenti più significativi, ma con un termine temporale maggiore, richiederanno un cambiamento della domanda di prodotti zootecnici. Inoltre, in Europa ci sono sempre più possibilità di utilizzare fonti proteiche alternative, come ad ed esempio gli insetti. Siete scettici e forse disgustati al riguardo? Vi capisco, ma temo che col passare del tempo dovremo fare di necessità virtù.

Le accademie nazionali europee delle scienze e l'InterAcademy Partnership (struttura simile ma extra UE), nel rapporto dal titolo “Opportunità e sfide per la ricerca su sicurezza alimentare e nutrizione e agricoltura in Europa”, hanno chiesto pertanto ai responsabili politici di ripensare con urgenza il loro approccio al cibo e all'agricoltura. Essi affermano che l'attuale conduzione silente da parte delle governance nei confronti di queste tematiche sia il modo peggiore di non onorare gli obiettivi ambiziosi posti con la conferenza di Parigi 2015. Un approccio integrato ai sistemi alimentari comprende tutte le fasi coinvolte, dalla crescita delle materie prime fino al consumo dei prodotti finiti, passando per trasformazione, trasporto, commercializzazione e acquisto, evitando il più possibile gli sprechi.

Basilare quindi esercitare un radicale cambiamento da parte dei consumatori. Perché, se non è ancora chiaro, il cambiamento serve innanzitutto a noi, con benefici alla salute derivanti sia dalla riduzione di gas climalteranti, sia degli effetti negativi conseguenti all'assunzione di grandi quantità di cibo da fonti animali. Una stima ha infatti suggerito che l'adozione di decisi orientamenti da parte dell'OMS verso diete sane potrebbe ridurre la mortalità globale fino al 10% e le emissioni di gas serra fino al 70%, entro il 2050.

Oltre a modificare i modelli di consumo, l'utilizzo delle più recenti pratiche e tecnologie agricole, utili alla sostenibilità, restano fondamentali per il futuro del cibo. A tal proposito dalle accademie scientifiche arriva l'invito ai responsabili politici europei a non ostacolare la tecnologia, compresi i prodotti basati sulle innovazioni di genomica. L'agricoltura di precisione sarà importante per le aziende agricole, che dovranno tenersi al passo con nuovi sviluppi e miglioramenti di tecniche già in atto. Si parla di macchine agricole autonome, di coltivazioni biologiche come l'acquaponica, dell'uso di smartphone abbinati a piccoli sensori di imaging iperspettrale per rilevare parassiti e malattie delle piante, oppure parassiti dei pesci in acquacoltura. Le accademie chiedono una migliore integrazione della ricerca e dell'innovazione, al fine di capitalizzare le opportunità scientifiche.

Si tratta in conclusione di un vasto quadro con numerosi focus, ma l’intervento a voce alta della scienza ufficiale ribadisce un concetto fondamentale: l’importanza degli interventi sinergici e coordinati da parte di tutti gli attori coinvolti: decisori, investitori, ricercatori, fino a noi “semplici” cittadini. Il cambiamento del singolo non può nulla, quello di tutti può fare la differenza. Finché siamo in tempo.


(fonte https://www.eurekalert.org/pub_releases/2018-04/eas-eca042318.php; si ringrazia il sito https://envirn.org per la gentile concessione della foto)


lunedì 2 ottobre 2017

Uno scanner palmare per l'agricoltura del futuro


Come settore primario, l'agricoltura è stata da sempre guidata da previsioni, sapere tramandato e conoscenze empiriche. Ed è così ancora nella maggior parte dei casi. Ma il livello spinto di innovazione tecnologica sta per travolgere (nel senso buono del termine) anche tale settore. Uno dei motivi è quello dei cambiamenti climatici: l'alta imprevedibilità delle condizioni meteorologiche, aggiunta all'aumentata frequenza degli eventi calamitosi, deve far virare le buone pratiche di una volta verso metodi più sistematici e strumentali. Anche perché una ricerca di pochi mesi fa dell'Università di Harvard ha dimostrato che gli eccessivi livelli di CO2 riducono notevolmente la quantità di proteine nelle colture di base, compresi grano e riso, innalzando il rischio di sviluppare maggior carenza di proteine ​​nelle persone.

Da alcuni anni si sente parlare di agricoltura di precisione, come quella strategia gestionale che si avvale di strumentazioni innovative per la esecuzione di interventi agronomici, tenendo conto delle effettive esigenze colturali e delle caratteristiche biochimiche e fisiche del suolo. Detto così sembra un compito improbo, ma deve essere pensato come una cura più puntuale di tutte le fasi che portano al raccolto. Circa gli strumenti, esistono alcuni sensori sul trattore che possono rivelare la condizione dei campi, oppure i droni, molto quotati per lo scopo, per mostrare le aree meno in salute delle parcelle e focalizzare l'intervento proprio su quelle. Ma ora sta uscendo uno strumento in più per i coltivatori, uno scanner palmare per determinare immediatamente i contenuti nutrizionali del raccolto.

Il dispositivo, chiamato GrainSense, dal nome della società finlandese che lo sta sviluppando, analizza grano, avena, segale e orzo scansionando un campione con varie frequenze di luce vicino agli infrarossi. La quantità di ogni tipo di luce assorbita consente di individuare con precisione i livelli di proteine, umidità, olio e carboidrati contenuti nel campione rappresentativo di quel punto dell'appezzamento. Uno strumento che potrebbe rivelarsi fondamentale per mitigare gli effetti del cambiamento climatico sulla qualità del cibo.  Questa tecnica è stata utilizzata per decenni in laboratorio, ma questa è la prima volta che viene reso disponibile immediatamente su un dispositivo palmare. E poi i tempi dei laboratori sono di giorni o addirittura settimane, con analisi su circa mezzo chilo di cereale. Così nel frattempo le condizioni del raccolto stanno già mutando. Al contrario, GrainSense richiede poche decine di chicchi per rivelare la loro composizione in alcuni secondi. Queste informazioni, insieme alle coordinate GPS del punto in cui sono state effettuate le misurazioni, sono collegate ad un'applicazione mobile.

I risultati in tempo reale indicano agli agricoltori se devono aggiungere fertilizzanti o ridurre i livelli di umidità quando i raccolti crescono. Ne beneficia sia il terreno, senza una carica aggiunta eccessiva, ed anche il coltivatore che risparmia tempo e denaro. L'applicazione può quindi essere utilizzata per valutare l'impatto delle condizioni ambientali e la qualità del suolo, in funzione del raccolto, anno per anno. Ma la tecnologia potrebbe essere adattata per valutare il contenuto proteico di qualsiasi materiale organico, compresa la carne. Ciò significa che si apre la porta anche ad altri dispositivi consumer, al fine di scoprire, un giorno, cosa c'è nel cibo che acquistiamo e portiamo sulla nostra tavola. Tant'è vero che qualcuno si sta muovendo per miniaturizzare sensori più piccoli, magari con funzionalità ridotte, da collegare ad uno smartphone.

La ricerca e l'innovazione sono elementi essenziali per l'agricoltura nell'era dello sviluppo sostenibile: preservare gli ecosistemi e produrre cibo sufficiente e sano per tutti. A confronto con altre potenze mondiali tutta l'Europa (Italia compresa) è in ritardo in questo campo, posizionandosi dopo Cina, Usa, Giappone e Corea del Sud. Una situazione che trova origine in un progressivo disallineamento tra i laboratori e i campi, tra la ricerca teorica e le esigenze concrete delle imprese e dei consumatori. Ma la sostenibilità passa anche dai piccoli passi: ben vengano dunque significative tecnologie come quella di GrainSense, per dare strumenti diretti agli operatori della terra, ai quali viene chiesto di accrescere la propria sensibilità sul tema, mettendo talvolta in discussione tradizioni secolari.




giovedì 27 luglio 2017

Auto elettriche, il futuro è già qui?


Tutte le grosse innovazioni non riescono a prendere piede rapidamente. Si ha bisogno di tempo sia da parte di chi le progetta e le rende fruibili, sia da parte dei consumatori finali. Per non dire delle leggi necessarie a regolamentarle. è stato ed è così anche nel campo dei trasporti, quello automobilistico per la precisione. Sto parlando della transizione dall'alimentazione a combustibili fossili a quella ad energia elettrica. è superfluo precisare che, se anche questa verrà spillata all'interno delle batterie a partire da carbone o petrolio, avremo cambiato poco e niente.

è di poche settimane fa l'annuncio di Volvo, secondo cui dal 2019 ogni nuovo modello avrà sempre un motore elettrico a spingerla, eventualmente in combinazione ad uno termico. è intenzione del gigante svedese far uscire completamente di produzione le auto con trazione esclusivamente a carburante fossile. Ma la Volvo non è l'unica. Ora anche la Toyota sta lavorando in questo senso. La casa nipponica, già molto avanti nell'ibrido visto che 20 anni orsono lanciò la Prius, sta sviluppando una batteria detta "allo stato solido" con due grossi intenti: ridurre il tempo di ricarica e aumentare l'autonomia. Sono questi infatti i dubbi attuali che assalgono chi, dovendo cambiare auto, valuta un modello a doppio motore, oppure solo elettrico, oltre alla titubanza dovuta all'infrastruttura (colonnine di ricarica) ancora latitante.

La batterie agli ioni di litio, tecnologia peraltro largamente diffusa in questi veicoli, sta per arrivare al suo limite. Per quanto in molti abbiano provata a migliorarla, resta ancora legata a tempi di ricarica dell'ordine dei 20-30 minuti, nel migliore dei casi e con dispositivi performanti, consentendo tragitti di poche centinaia di chilometri. Invece le batterie che vorrebbe usare la Toyota sono quelle a stato solido, con tempi di ricarica di pochi minuti e maggiori autonomie. Esse sono inoltre più sicure avendo un elettrolita solido. La portavoce del colosso giapponese ha dichiarato che è loro intenzione partire con la produzione subito dopo il 2020, sperimentando questa tecnologia su una vettura elettrica completamente nuova. Agli addetti del settore è sembrato un target temporale molto ottimista; la BMW ad esempio si sta cimentando con lo sviluppo di batterie a stato solido, ma guarda alla mass production entro 10 anni o più.

Non si può parlare di veicoli elettrici senza menzionare la Tesla. A fine luglio negli USA iniziano le consegne dell'auto chiamata Model3, destinata a coprire un segmento di mercato meno luxury e più accessibile (per quanto lo sia un prezzo di base pari a 35.000 dollari, che nei singoli paesi diventa certamente superiore). è forse il vero produttore rivoluzionario in questo campo, dato che realizza solo auto elettriche, con durata in chilometri superiore alla media. Per chi guida un auto del genere, comunque, l'approccio è ben diverso dalle vetture tradizionali. Ci si concentra sul livello della batteria, per non farsi prendere troppo dall'ansia, e non ci si può permettere di saltare una ricarica notturna. Il passo successivo nello stile di guida "elettrico" sarà quello di usare un solo piede/pedale. Ad oggi infatti, al di là del cambio automatico e quindi dell'assenza della frizione, i pedali di acceleratore e freno sono ancora presenti. Nelle elettriche a breve il concetto di freno potrebbe essere modificato.

Nissan sta lavorando ad un'opzione denominata e-Pedal. I pedali continueranno a sembrare uguali agli attuali, ma il freno sarà utilizzato raramente. Qual è la novità allora? Per ottenere il massimo beneficio dalla guida di una vettura elettrica, l'acceleratore (o comunque il comando che ora fa da acceleratore) controlla sia l'accelerazione che il rallentamento. Premendo il pedale, l'automobile si muove e acquista velocità, ma sollevando il piede la macchina rallenta. Se già oggi durante la frenata si recupera energia ricaricando in parte le batterie, con l'e-Pedal si frena in automatico facendo decelerare il motore elettrico che comanda le ruote. Per noi "piloti della prima ora" sarebbe un cambiamento radicale....

Addio dunque a dischi, pinze ed accessori dell'impianto frenante? L'intenzione dei progettisti è di lasciare un pedale del freno da usare solo in casi di emergenza, durante rallentamenti poderosi per evitare impatti, insomma quella che Nissan ha definito la "frenata aggressiva". Notevoli i vantaggi conseguenti, alcuni già implementati, tipo i costi di manutenzione della parte frenante saranno di gran lunga inferiori, le polveri sottili dovute all'attrito pastiglie-dischi diminuiranno di conseguenza, ma, soprattutto le distanze di arresto saranno più corte, poiché l'auto comincerà a rallentare non appena il conducente inizia a sollevare il piede dall'acceleratore, evitando di spostarlo sul freno e guadagnando tempo utile.

La tecnologia dei motori elettrici nel campo automotive è più che matura. Lo dimostra anche lo sviluppo di veicoli commerciali: Renault, dopo il lancio della Zoe nel 2013, ora punta ad una Zoe Van, per fare consegne in città abbattendo l'inquinamento e promuovendo una logistica sostenibile. Vi è dunque venuto il dubbio che ora tocca ai nostri governanti permettere la diffusione della mobilità elettrica? Toglietevelo allora, chè per me è una certezza.




giovedì 20 luglio 2017

La pesante eredità ambientale


Il binomio sostenibilità-cambiamenti climatici è purtroppo sulla breccia da tempo. Si tratta di due tematiche strettamente legate tra loro, visto che il primo fa da freno al secondo: per fermare o rallentare i cambiamenti climatici si deve spingere sulla sostenibilità. Se dal lato educativo e della conoscenza molto si può fare (qui ne avevo scritto un paio di anni fa), da quello pratico si deve insistere e persistere ancora di più. Rendere sostenibili la produzione, i consumi, l'economia, l'intera macchina umana che interagisce con il pianeta, mi pare personalmente un dovere etico e morale.

Come saprete, la prima definizione di sviluppo sostenibile fu data dalla Presidente della Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo, norvegese di nome Gro Harlem Brundtland, che nel suo rapporto del 1987 usò questi termini: “lo sviluppo che è in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente, senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri bisogni”. Sono passati da allora 30 anni ma l'obiettivo è ancora molto lontano. Un recente studio condotto presso l'istituto della Terra della Columbia University afferma infatti che la riduzione delle emissioni di gas serra non è sufficiente a limitare il riscaldamento globale per proteggere il futuro dei ragazzi, ma si ha bisogno di emissioni negative. Cosa significa? Misure come la riforestazione potrebbero compiere gran parte della necessaria rimozione di CO2 dall'atmosfera, ma le continue emissioni di combustibili fossili richiedono costose soluzioni tecnologiche per estrarre la CO2 e attenuare il riscaldamento globale.

Gli effetti del cambiamento climatico sono più che evidenti: onde di calore frequenti e severe, tempeste, inondazioni e siccità, nonché l'aumento del livello del mare, fenomeni che potrebbero influenzare milioni di persone residenti nelle zone costiere, per non parlare dell'impatto negativo su flora e fauna, con una riduzione a ritmi mai visti prima della biodiversità. Se il livello del mare salisse fino ad un metro rispetto a quello odierno, entro la fine del secolo, si avrebbero conseguenze terribili. Ma l'analisi condotta alla Columbia dimostra che l'obiettivo di limitare l'aumento di temperatura del pianeta al massimo a 2 °C, rispetto all'epoca pre-industriale, non è sufficiente, perché si raggiungerebbero comunque le temperature del periodo dell'Eemiano, era interglaciale risalente a circa 120.000 anni fa, dove i livelli degli oceani erano superiori di alcuni metri in confronto agli attuali, anche a causa di altri elementi.

Il team di scienziati, guidati dal professor Hansen, ha dichiarato che la CO2 atmosferica dovrebbe essere ridotta a meno di 350 parti per milione (ppm) dal suo attuale livello di circa 410. Questo obiettivo richiede emissioni negative di anidride carbonica, cioè di estrarla dall'aria, oltre ad una rapida riduzione delle emissioni di combustibili fossili. Se iniziassimo a ridurre le emissioni di CO2 nel 2021 ad un tasso del 6% l'anno, dovremmo estrarre circa 150 miliardi di tonnellate di carbonio dall'atmosfera entro il 2100. La maggior parte di questo risultato potrebbe arrivare grazie a pratiche agricole e forestali migliorate. Queste misure possono essere relativamente poco costose e aggiungono vantaggi come una migliore fertilità del suolo e dei prodotti forestali. Tuttavia, lo studio ha evidenziato che se le emissioni di CO2 continuassero a crescere ai tassi annui attuali (2.6% medio tra 2000 e 2015), dovremmo estrarre un quantitativo 10 volte maggiore di biossido di carbonio dall'atmosfera entro il 2100. Tecnicamente ancora fattibile, ma con soluzioni molto onerose.

"È evidente che i governi stanno lasciando questo problema sulle spalle dei giovani, non sarà facile o poco costoso risolverlo", ha affermato il professor Hansen. Ed è esattamente il concetto opposto di quello espresso dalla Brundtland nell'87, ossia vi è in grande rischio "la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri bisogni". Qualcuno comunque l'ha capito bene: lo studio della Columbia University sarà la base scientifica per un'azione legale, già in corso, di 21 ragazzi contro il governo degli Stati Uniti, per aver violato i loro diritti costituzionali alla vita, alla libertà e alla proprietà, non proteggendoli dai cambiamenti climatici. Con i Donald che ci sono in giro, spero queste azioni si moltiplichino in fretta, lì e in qualsiasi altra parte del mondo.




martedì 27 giugno 2017

La carta del futuro


Pare che Mosè e il suo "amico" lassù avessero visto bene. Come sapete, si narra che i dieci comandamenti furono scritti su tavole di pietra. Ora, fin qua nessun problema, la carta era lontana da venire e poi, ad onor del vero, era necessario un materiale duraturo. Magari fisicamente non è arrivato a noi, ma il suo significato sì. Come dite? I comandamenti non li rispetta più nessuno? Vero pure questo. Non è stato chiaramente l'unico esempio storico di scrittura scolpita. Uno molto noto è la stele di Rosetta. E poi tantissimi altri. Ma, come dicevo, i due "personaggi" e tutti gli altri nostri antenati ci avevano azzeccato nell'usare la pietra come supporto per lo scripta manent. Perché più di duemila anni dopo qualcuno ci sta riuscendo con successo. Con qualche passaggio supplementare.

Nonostante l'uso sfrenato e sconsiderato dei dispositivi digitali, la domanda di carta nel mondo è destinata a raddoppiare entro il 2030. Il riciclo può essere un'arma importante, ma ci sono alcuni casi in cui gli alberi per la produzione non possono essere risparmiati. E allora? Povera aria e poveri noi senza il filtro della sintesi clorofilliana. Così, la startup giapponese TBM Co. sta realizzando un materiale, chiamato Limex, con tanto di licenza e brevetto, a partire dal calcare roccioso. Dal Limex poi ottiene la carta. Per dare qualche numero, se per fare una tonnellata di carta normale sono necessarie circa 100 tonnellate di acqua e 20 alberi, lo stesso quantitativo di carta Limex si ottiene da circa 700 kg di calcare e 300 kg di poliolefina, un composto chimico derivato dalla polimerizzazione di petrolio o gas naturale.

La TBM fa dei biglietti da visita il suo core business. Tali articoli sono banali solo all'apparenza, perché se lo offrite stropicciato e conservato male non fate una bella figura. La versione proposta dalla TBM è invece molto resistente, più difficile da strappare o piegare rispetto ai comuni biglietti di carta. E' resistente all'umidità e, per i più audaci, dotati di penne speciali, può essere scritto anche sott'acqua. La produzione è iniziata nel giugno 2016 in un impianto a Miyagi, una delle regioni devastate dal terremoto di Fukushima. Dopo l'apertura dell'impianto ad inizio 2015, superata la fase di assestamento, i primi biglietti da visita usciti hanno sorpreso tutti per affidabilità e sensazione di qualità che danno.

Il CEO Nobuyoshi Yamasaki afferma di aver trovato una materia prima per la carta quasi inesauribile: "Questo materiale è la risposta alle preoccupazioni per la deforestazione e la carenza di acqua, vista anche la crescita costante mondiale di uso della carta. Esso potrà svolgerà un ruolo attivo in molti luoghi dove davanti ad un incremento demografico si combatte con la mancanza di acqua". E dove non ci si può permettere di sprecarla, aggiungerei. La TBM ha già individuato allo scopo regioni povere d'acqua e ricche di calcare come il Marocco e la California. C'è inoltre in previsione di costruire un centinaio di impianti su tutto il globo. Lungimiranza tipicamente nipponica.

Ma il Limex non è solo la base della carta del futuro, almeno secondo Yamasaki. Hanno pensato anche ad una plastica derivante dal Limex. Può essere usata per pellicole e fogli di plastica, quindi  con dei passaggi di lavorazione meccanica simili a quelli della carta: si eviterebbe allora l'utilizzo di prodotti basati al 100% su petrolio e derivati. In definitiva, se con la produzione cartacea di TBM si minimizza l'impatto ambientale risparmiando sull'acqua e sul taglio dei preziosi alberi, con le materie plastiche la startup giapponese riuscirà a consumare meno risorse fossili, riducendo drasticamente l'inquinamento che ne consegue. Un chiaro esempio di sostenibilità globale.

L'uso della carta riciclata è un metodo buono e giusto per risparmiare risorse naturali. E' comunque una procedura a costo non nullo, ma resta preferibile rispetto a quella di realizzare la carta ex novo. Rientra nel concetto di economia circolare, con la quale si preserva l'ambiente e si creano nuovi posti di lavoro. Quando poi vengono fuori idee geniali come questa del Limex si crea un settore ancora più virtuoso. La natura ringrazia e noi non possiamo che gioirne. Specie se prenderà piede anche la plastica ottenuta con lo stesso principio. D'ora in poi, la carta-roccia non sarà più solo sinonimo di presepe e di Natale, ma anche di nuove produzioni future. Scriveremo anche noi sulla roccia, Mosè permettendo.



venerdì 9 dicembre 2016

Illuminare la notte sull'Himalaya


Nel villaggio di Photoksar, appartenente alla regione Ladakh dello stato indiano, un impianto solare finanziato dal governo centrale ha elettrificato molte case, alcune delle quali oggi affittano camere agli escursionisti di alta quota. Ma la disponibilità energetica è in generale scarsa, dato che circa la metà della popolazione della zona vive senza elettricità. Dove però la mano dell’uomo non arriva la natura regala risorse importanti: sono aree in cui l’irraggiamento solare per metro quadro è superiore del 25% rispetto alla media nazionale indiana a livello del mare. Al riguardo qualcuno ha osservato che i componenti di un impianto fotovoltaico di tipo domestico sono alla portata economica di molti, risultano affidabili e piuttosto efficienti, anche nel tempo, se la manutenzione viene fatta correttamente.

Di recente una missione coordinata dal gruppo Global Himalayan Expedition (GHE) ha portato alcuni ingegneri a Leh, la città più grande della regione Ladakh, che si trova in un deserto d'alta quota, circondato da cime frastagliate e vertiginose. La loro destinazione finale era il monastero buddista di Gompa nel remoto villaggio di Lingshed, circa 225 chilometri da Leh e quasi ad un giorno di “passeggiata” dalla strada rotabile più vicina. In sei giorni sono riusciti, dopo tanta fatica, ad installare 14 microreti (microgrid per gli amanti degli inglesismi) a energia solare in tutto il monastero e in una scuola elementare vicina. Con grande soddisfazione hanno portato la luce dove le principali fonti di illuminazione artificiale erano candele e lampade a cherosene. E l’hanno fatto usando una fonte sostenibile e affidabile di energia elettrica.

Ogni microrete comprende un pannello da 250W di potenza, due batterie da 12V a forma tubolare al piombo (somiglianti alle comuni batterie da auto) appositamente progettate per sistemi solari, più una trentina di lampadine a Led da 3W (equivalenti alle tradizionali ad incandescenza da 25W).  Utilizzando la corrente continua piuttosto che la corrente alternata si ha un passaggio diretto dall'energia ricavata dal sole verso quella utilizzata dalle lampade, senza perdere efficienza nella conversione. Infatti i pannelli solari generano energia elettrica in corrente continua (quella del + e – di una pila), ma solitamente perché ne possiamo usufruire è necessaria trasformarla in alternata (quella che attingiamo dalle prese di casa).

Ognuno dei tecnici di questo viaggio è un volontario che ha aderito ad un programma dello IEEE Smart Village, ente dell’IEEE (Institute of Electrical and Electronic Engineers) che supporta progetti mediante fonti rinnovabili per comunità isolate nelle zone povere del mondo, e partner di GHE su diversi impianti in Himalaya. Alcuni dei volontari avevano già lavorato su progetti umanitari simili, ma questo ha implicato molta più applicazione manuale e condizioni di vita disagiate. Piuttosto che dirigere squadre di operai, hanno personalmente issato i pannelli fotovoltaici sui tetti, sistemate le intelaiature con blocchi di cemento, collegato i pannelli alle batterie, cablato stanze, scale e corridoi per avere centinaia di punti luce.

Non sono mancati gli assistenti durante le fasi di installazione. Sia i monaci che gli studenti hanno dato volentieri una mano, insieme a degli elettricisti locali, grazie ai quali si effettuerà la manutenzione e si istruiranno i residenti di Lingshed alle riparazioni di base. Lo IEEE Smart Village ha finanziato l’intero hardware delle microreti, ma la proprietà collettiva passerà al villaggio. Ogni famiglia depositerà un canone mensile in un cassa condivisa per coprire la manutenzione ed eventuali espansioni. Se invece qualcuno vorrà installare un televisore o altri dispositivi non previsti inizialmente dovrà comprarseli in autonomia.

Mentre la maggior parte del team si è instancabilmente adoperato presso il monastero, altri tecnici si sono diretti verso una zona più bassa per installare un'altra parte del progetto: un laboratorio informatico per gli studenti, con un collegamento satellitare per l'accesso ad internet. Alla fine, è stato realizzato anche un piccolo centro di innovazione himalayana. Così, da una sera all’altra, oltre alle luminosissime stelle della zona si sono aggiunte le luci a led dell’energia solare. Ancora più luminose. Artificiali ma più utili. Dicono che sia stata un'emozione per tutti, soprattutto per gli ingegneri. Sono tornati a casa con un'esperienza indimenticabile, con la netta sensazione di aver ricevuto dal punto di vista umano più di quello che avevano dato. Perchè, e forse stenterete a crederlo, anche gli ingegneri hanno un'anima.



martedì 5 gennaio 2016

Due mezzi in uno


Usciamo da un anno importante per la mobilità ed i trasporti, che ha visto succedersi 2 eventi scottanti negli ultimi mesi, il primo in negativo, il secondo in positivo, almeno per le promesse. Stiamo parlando dello scandalo Volkswagen e della COP21. L'ovvio legame che c'è tra i due poggia su come la quota parte dell'inquinamento dovuto alle scie sporche lasciate dai nostri mezzi possa essere ridotta all'osso. Al riguardo, oltre agli accordi politici, diversi costruttori di veicoli nel mondo stanno concependo tecnologie innovative che, pur dovendo essere sottoposte alle necessarie economia di scala per essere vincenti, possono affascinare per inventiva ed utilità. E' di pochi giorni fa la notizia che la Ford ha brevettato un particolare monociclo elettrico "estraibile" da un'auto.

Molte città stanno tentando, a fatica, di realizzare parcheggi di scambio per far lasciare l'auto a chi viene da fuori e rendere disponibili i mezzi pubblici o, nella migliore delle ipotesi, una bicicletta elettrica. In questo caso non ci sarebbe nulla di veramente innovativo, se non l'applicazione di moderne concezioni di mobilità, per le quali è chiaramente essenziale una forte componente culturale da parte di chi si muove. La Ford invece ha di recente depositato un brevetto secondo cui un'autovettura possiede una delle 4 ruote con capacità mai viste prima. Già distinguibile ad occhio nudo rispetto alle altre, essa promette di trasformarsi in un monociclo elettrico. Infatti, a veicolo fermo, l'auto si solleva automaticamente sulla ruota speciale, mediante un pistone idraulico, e permette di staccare la ruota: così si montano facilmente un minuscolo sellino, due poggiapiedi ed  un piccolo manubrio telescopico. All'interno della ruota sono invece contenuti il motore elettrico, la batteria e l'elettronica di gestione.

Al di là dei dettagli ancora da mettere a punto, l'idea è al limite del geniale. Si erano già visti in passato mezzi a due ruote ripiegabili o comunque trasportabili in auto, con la doppia problematica di doverli ricaricare e dell'ingombro nel portabagagli. Invece la ruota-monociclo potrebbe essere ricaricata durante la normale guida e toglierà dal volume della capacità di carico posteriore solo lo spazio minimo per gli accessori da assemblare. Certo, l'utilizzo più logico sarà quello di una sola persona che guida l'auto, parcheggia e poi va via con il monociclo, senza inquinare, riducendo il traffico e a costo quasi zero. In questo senso non è applicabile a sistemi di car pooling, ma se prenderà piede forse passare a due ruote rimovibili piuttosto che ad una potrebbe essere fattibile.  Di più, se ne uscisse una versione dell'auto completamente elettrica il vantaggio ambientale sarebbe enorme.

Ad oggi è ancora presto per dire quali saranno i tempi di attesa per vederla sul mercato, o per capire se Ford davvero investirà sull'idea per industrializzarla e diffonderla. E' significativa però la trasformazione concepita, nella quale, oltre ai grandi contenuti tecnici, si intravede una multi-modalità basata su di un mezzo solo. E' questa la vera chiave di volta che potrebbe fare scuola nei concept di mobilità sostenibile applicata. Se poi, come anticipavamo, la svolta verso l'elettrico fosse più radicale, oltre alle indispensabili infrastrutture, potrebbe venire incontro un servizio come SOV-Help, presentato solo 2 mesi fa a Milano: un soccorso per una ricarica veloce ai mezzi elettrici con le batterie completamente scariche. Avanti così, perché la lotta ai combustibili fossili deve essere vinta.








lunedì 6 luglio 2015

Ridurre la mortalità infantile con bassi investimenti e metodi scientifici


Nel mondo muoiono più di 6 milioni di bambini sotto i 5 anni ogni 12 mesi. E’ una tristissima realtà. Ci consideriamo una civiltà evoluta sotto molti aspetti, ma quando lo facciamo dimentichiamo un mucchio di problemi irrisolti. Uno di essi è appunto l’altissimo tasso di mortalità infantile. Si deve fare di più, molto di più. Intanto alcuni programmi di finanziamenti internazionali per questo scopo qualche risultato l’hanno raggiunto. All’IHME (Institute for Health Metrics and Evaluation) dell'Università di Washington, in collaborazione con il Segretariato ONU per lo sviluppo degli obiettivi su salute e malaria, hanno recentemente redatto un bilancio positivo secondo cui dal 2000 al 2014 sono stati salvati circa 34 milioni di bambini, grazie ad investimenti mirati.

In questi 15 anni la somma della spesa per la salute infantile è stata di circa 200 miliardi di dollari, suddivisa in 2/3 nei paesi a basso-medio reddito procapite (salvandone 20 milioni) contro il restante 1/3 speso da quelli a reddito medio-alto (salvandone 14). La cifra stimata per ognuno di questi piccini va dai 4000 ai 10000 dollari, a seconda del posto dove vivono (meglio, dove sono riusciti a sopravvivere). Oltre alle cifre riscontrate lo studio ha realizzato un importante metodologia di valutazione a punteggio (scorecard in inglese) con la quale si riesce a monitorare concretamente come funzionano gli investimenti e quali risultati portano. Lo scorecard è stato realizzato seguendo le linee guida della Millenium Declaration, firmata nel 2000 da tutti i paesi dell’ONU con l’obiettivo di ridurre di 2/3 il tasso di mortalità dei bambini sotto i 5 anni in ciascun paese fino al 2015. 

Per ogni bambino un investimento limitato può dare il massimo risultato ottenibile in termini di impatto sociale. Questo accade a maggior ragione nei paesi più poveri, dove il costo dei programmi nutrizionali, vaccini e cure è più basso. Ad esempio la minima spesa di 4200 dollari è stata necessaria in paesi in condizioni di estrema difficoltà, come Tanzania ed Haiti. D’altro canto, a fronte di sforzi come quelli fatti, sono ancora troppi i bambini che muoiono e senza una pianificazione internazionale che possa appoggiarsi ai risultati incoraggianti emersi da questa ricerca, non si potrà incrementare il livello di salute. 

Gli aiuti che arrivano ai paesi in difficoltà vanno monitorati, sia da parte di chi li riceve, per concentrarsi sui programmi che si sono rivelati più efficaci a salvare vite umane, sia per chi li elargisce, in modo da avere una visione globale del flusso di contributi ed individuare aree poco sostenute. Questo ora è possibile grazie alla messa a punto dei ricercatori del metodo con lo scorecard: se ad un paese con investimenti in aumento non corrisponderà la relativa decrescita del tasso di mortalità il metodo darà una pronta segnalazione, al fine di correggere il tiro prima possibile. Insomma una gestione manageriale degli aiuti, rigorosa e dai caratteri scientifici, pur ottenuta con cifre irrisorie rispetto all'incommensurabile valore dei risultati. 

All’IHME sperano che lo scorecard sarà ulteriormente sviluppato e aggiornato ogni anno per misurare gli effetti degli investimenti, incentivare il progresso e l'innovazione socio-economica. E, non ultimo, questa cartina di tornasole potrà essere uno strumento importante per promuovere  responsabilità e sensibilità, accelerando il cammino verso l'obiettivo fondamentale di diminuire la sofferenza in tutto il mondo.



(fonte http://www.eurekalert.org/pub_releases/2015-07/ifhm-moc070215.php; si ringrazia il sito http://www.gogomojosuperfly.com per la gentile concessione della foto)