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lunedì 18 marzo 2019

G+, titoli di coda



Immaginate per un attimo che Mark Zuckerberg, dopo aver preso un colpo alla testa, decida di chiudere Facebook. Cosa sarebbe delle vite di circa 2 miliardi di iscritti: un disastro totale? Può darsi. Molti andrebbero in paranoia, gli spioni del XXI secolo soprattutto, ma anche chi trova nella vita digitale una sorta di conforto che in quella reale non ha. Io credo che tutti starebbero meglio, ma è solo la mia modestissima opinione. Comunque, per chi vive solo di Facebook la notizia è questa: esistono altri social. Che? Possibile? Scherzi a parte, la vera news è che un altro social, di nome G+, molto meno noto del primo, sta per chiudere davvero. Funerali e solenne sepoltura previste per il 31 marzo 2019. Si “spengono” circa 300 milioni di utenti.

Appena acquisita la mia mail su Gmail, contestualmente mi iscrissi a G+, che ovviamente non conoscevo. Parliamo dell’autunno 2012. Ok, non è lontanissimo, ma con la velocità digitale del web potrebbe equivalere anche al secolo scorso. Subito dopo sbarcai su Twitter. In altre parole, dato che su Facebook sono tornato solo pochi anni fa, G+ (che sta per Google Plus) è il social dove sono presente da più tempo. Voi direte: e un bel “chissenefrega” non ce lo mettiamo? Vi capisco. Era una sintesi di come dovrei essere affezionato alle persone che ho conosciuto (virtualmente): in effetti con alcune di esse ho fatto amicizia. Insomma, tra qualche giorno sarò costretto a salutarle. Sarà un addio? Io spero di no.

I social fanno parte delle nostre vite molto più di quanto ce ne accorgiamo. Ne siamo dipendenti, riusciamo a stare al massimo un’ora (anche meno) senza verificare eventuali notifiche, o per segnalare in qualche modo che noi, in quella bolgia di fake, fotoritocchi e pettegolezzi, ci siamo. Digito ergo sum. Però, finché si parla di persone che hanno la sola funzione di accrescere il numero di follower la cosa conta poco, diverso è quando condivisioni e scambi ci portano a pensare che si sia creata un’amicizia, che magari è sfociata pure in quella reale. Ad un certo punto, come sta per accadere su G+, questi amici li perderemo di vista. Non è un dramma, beninteso, finiscono amori e si guastano famiglie, però qualcosina si incrina nel nostro precario equilibrio tra il reale e il virtuale. Sempre se l’abbiamo mantenuto.

Sto esagerando, secondo voi? Probabile. Voglio dire, in fondo siamo adulti e vaccinati, si va avanti anche di fronte a problematiche ben più importanti. Però certe dinamiche relazionali e comunicative si sono molto modificate negli ultimi anni. La rivoluzione tecnologica ha portato anche una trasformazione antropologica, non certo delle fattezze umane (e pure su questo si potrebbe discutere, leggi problemi al collo per lo sguardo sempre rivolto verso lo smartphone) ma quanto degli usi e costumi, nello specifico diventati molto, molto digitali. Con le annesse dipendenze. In questo contesto è innegabile affermare che diversi di noi hanno trascurato una parte di vita reale perché illusi di tenerne i contatti sui social, oppure sostituendola con il proprio avatar. Con la benedizione di Zuckerberg, Page & co.

Va bene, perdonatemi, ho divagato. Diverse volte discuto con mio figlio sulla genesi di questo “nuovo mondo”, e la discussione ha un finale per me scontato: se non ci fosse stato Jobs e il primo iPhone ora saremmo migliori. Lo so, non è proprio così, ma noi adulti tendiamo facilmente a trovare un capro espiatorio. Tornando a G+, in questo momento sto per scaricare tutto ciò che ho postato. Già, perché decidono di chiudere e allo stesso tempo ti lasciano la possibilità di conservare i contenuti condivisi, seri e semiseri (parlo per me), come fossero fotografie da sfogliare ogni tanto con un pizzico di nostalgia. Tra l’altro G+ è stato il posto dove ho diffuso (con successi non proprio planetari) il blog che state leggendo, con le pagine a carattere tecno-scientifico ma anche con quelle di natura introspettiva. Blog che, purtroppo, mi vede sempre meno presente.

Ho già salutato a mio modo gli amici di GooglePlus. Lo rifaccio ancora una volta, ringraziandoli per aver apprezzato i miei post e i miei commenti. Per me è stato un piacere leggervi, anche per il modo pacato di porsi, senza il super-io o la cattiveria di taluni su altri social. Siamo ai titoli di coda, ma presto o tardi ci rincontreremo. Vi abbraccio, tutti.


giovedì 22 febbraio 2018

Cosa so dell'amore


Sere fa ho guardato in TV con molto piacere un nuovo episodio della serie "Il commissario Montalbano". Si dice spesso che quantità non vuol dire qualità, ma credo che uno share di circa il 50%, come avvenuto per questo e per lo scorso episodio, sia coinciso con una trasmissione di grande qualità, di contenuti di spessore, quelli derivanti dai romanzi di Camilleri, arricchiti naturalmente dalla regia di Alberto Sironi, oltre che dalla bravura degli attori. L'episodio si chiamava "Amore" e, per la cronaca, prendeva spunto da un piccolo racconto contenuto in una raccolta del grande maestro girgentano. Ad un certo punto uno dei protagonisti diceva "Si vede che non era vero amore, se se n'è andata", riferendosi alla compagna che, a prima vista, l'aveva lasciato.

Saltando di palo in frasca, provate ora a pensare a tutto ciò che si scrive sui social network riguardo al più nobile dei sentimenti. Che c'entra, starete dicendo. Era solo per girare intorno ad una questione per niente semplice. Lì, nella vostra home page, timeline e via discorrendo, trovate di tutto e di più, banalità, frasi prese a caso dal web, pensieri anche belli e spontanei, stralci di canzoni: forse è l'argomento di cui si scrive di più, direttamente e indirettamente (a parte la politica di questi giorni). Molte parole sono messe insieme anche in un modo stilistico degno di nota, da vate del passato o da penne del presente, che ci fanno riflettere, sorridere, soffrire o comunque soffermarci su ciò di cui non possiamo fare a meno, in qualunque forma esso sia. L'amore, appunto.

Era dunque un accostamento all'apparenza insensato, quello tra il più bravo scrittore vivente italiano (non lo è per voi? fa niente) e la superficialità dei social media. L'ho fatto perché è tema essenziale per le nostre esistenze, checché ne dicano alcuni soloni che lo rifuggono. Si può avere la maestria di scrittori, poeti, artisti, ma anche la semplicità degli umili e l'ingenuità dei bambini, per averne testimonianza quotidiana. Ognuno prova a raccontarlo, anche non volontariamente, con il filtro della propria anima, con il bagaglio di esperienze vissute, positive o negative. Meglio ancora se lo vive appieno, senza parlarne. Guai però a dire che esiste un qualche teorema al riguardo, un'asserzione che circoscriva l'amore all'interno di uno schema, quantitativo e qualitativo. E' qui, infatti, che mi sovviene il dubbio, quando penso alla frase del succitato personaggio dell'altra sera. L'amore, quindi, ha una durata minima per definirsi tale? deve essere considerato sentimento di serie A solo se i due soggetti coinvolti stanno insieme tutta la vita?

"Si vede che non era vero amore, se se n'è andata". Poiché la nostra storia è finita, significa che non mi amava davvero. L'ha detto un uomo lasciato, in una fiction, ma forse l'avrete sentita da entrambi i sessi, anche nella vita reale. A parziale consolazione di chi, non recuperando una razionale motivazione all'accaduto, accampa alibi poco solidi. Stare insieme per sempre è uguale ad amore vero e profondo. Equazione non soddisfatta per alcun valore dell'incognita, l'incognita della vita, potremmo aggiungere. L'intensità di questo sentimento che ci sconvolge, ci fa trepidare, ci ammalia, togliendo il respiro per uno o più attimi, guastando il sonno per la sua estatica bellezza o per i mille dubbi che ci travolgono, come valanga del cuore; dicevo, questa intensità dell'amore, può durare tutta una vita? Ecco, ho appena detto più sopra che non ci sono regole, e stavo per contraddirmi. Certo che può durare. Ma anche no, risponderanno altri. Però, è la durata o l'intensità a caratterizzare i brividi del calore umano più grande? Come si fa a dire che, solo perché ad un certo punto è finita, l'amore non era amore, smentendo il fuoco sentito?

Ho dato un bel titolo al post. Pochissimi, sono sicuro, ci saranno cascati e avranno cliccato sul link per scoprire le mie personali verità al riguardo. Che non rivelerò. Si sa, su certi argomenti le bucce di banana sono disseminate e ben nascoste, basta un niente e oplà, ci ritroviamo per terra. No, non corro il rischio, non avrò l'ardire di filosofeggiare su un tema così complesso. Perché poi è facile, vi trovate a leggere banalità, e allora ridete di me, oppure scoprite di saperne meno di me, e vi sentite umiliati. Vero? Suvvia, scherzavo. Certamente una risposta alla domanda che ho posto più sopra non ce l'ho. Almeno non una definitiva.
Buona riflessione.


"C'è un giorno che ci siamo perduti
Come smarrire un anello in un prato
E c'era tutto un programma futuro
Che non abbiamo avverato" - I.Fossati



(ringrazio il sito https://weheartit.com per la gentile concessione della foto)

mercoledì 17 gennaio 2018

I tratti distintivi dell'essere cool


Coloro che amano gli inglesismi sanno che per essere alla moda devi vestire fashion, se hai la fortuna di comprarti una potente auto sportiva possiedi una supercar, quando un’azienda investe in efficienza energetica si dice che è green. E per le persone? Oggi esistono gli influencer (molto adatti al nostro livello di “pecoroni”), ma una volta si usava di più dire cool, riferito ad un/una tale particolarmente in vista, dalla spiccata personalità, che fa parlare di sé, fa tendenza.  Usando un termine poco noto, coolness, gli psicologi dell'Università di Sydney hanno definito quali potrebbero essere i criteri associabili ai tratti di questa personalità che non passa inosservata.

Non vi è certamente una definizione di persona cool: forse carismatico è un buon sinonimo. Potrebbe essere qualcuno che riesce sempre ad avere il controllo sulle sue emozioni, oppure il collega d'ufficio che ha più interlocutori nella pausa caffè, o ancora quella tizia con moltissimi follower sui social, che commentano inde-fessi (il trattino non ci vuole ma ne capirete il motivo) sotto ogni suo post. Nonostante ciò, proviamo ammirazione o invidia per la popolarità di chi è cool. Si può inoltre dire che certe caratteristiche dipendono anche dell'epoca a cui facciamo riferimento (per esempio, certe twitstar senza l'uccellino che cinguetta sarebbero stati dei perfetti sconosciuti).

Gli autori dello studio hanno effettuato un approccio empirico alla coolness, concentrandosi sugli attributi valutativi che portano le persone a essere percepite come cool dagli altri, all'interno di un certo contesto. Tali qualità possono essere suddivise in due categorie. Nella prima vi è una "coolness standard", vale a dire quei tratti socialmente desiderabili come essere amichevole, gradevole e competente. Direttamente opposti a questi sono quelli che rientrano nella categoria della "coolness inversa", cioè la tendenza ad essere distaccati, ribelli e un po' taglienti. Il lavoro si è concentrato su queste due dimensioni di personalità, basandosi sul modello denominato Big Five, molto usato in psicologia, dove cinque parametri sono utilizzati ognuno con il proprio opposto: estroversione - introversione, gradevolezza - sgradevolezza, coscienziosità - negligenza, nevroticismo - stabilità emotiva, apertura mentale - chiusura mentale. 

Nel 2012 all'Università di Rochester era stata condotta un'analisi simile, con la quale si erano evidenziati alcuni aggettivi per meglio identificare la coolness standard: premuroso, ambizioso,  carismatico, attraente, che ispira fiducia, ed altri per la coolness inversa: ribelle, sarcastico, aggressivo, distaccato, in cerca del brivido, non convenzionale ed egoista. Le ricerche più recenti hanno rivisto quello studio, utilizzando anche un questionario sull'autostima, per permettere ai partecipanti (tutti studenti universitari) di valutare sé stessi utilizzando un insieme di auto-descrittori. Tra l'altro, proprio l'autostima, essendo possibile camuffarla, è stata misurata in un modo del tutto originale: tramite la grandezza della firma con carta e penna. Sembra infatti che più è grande la firma, maggiore è l'autostima cosiddetta implicita.

Se da un lato lo studio di Sidney ha confermato i tratti che si evincevano da quello di Rochester, dall'altro ha scoperto che la persona cool, sia in modo aperto e cordiale, che in quello più snob, possiede un alto tasso di estroversione, è aperta a nuove esperienze, tende ad agire rapidamente nella risoluzione dei problemi. In più è stato sottolineato che ciò che rende le persone interessanti aiuta le loro relazioni, rafforza l'autostima e la capacità di perseguire obiettivi. Se possedere un valore di coolness elevata può migliorare la propria identità, ne consegue che è più semplice adottare dei comportamenti personali associabili all'essere amichevoli, aperti, sicuri di sé e orientati agli obiettivi. Allo stesso tempo avere una natura ribelle è compatibile con una buona sicurezza nel proprio io, sempre che una vita troppo anticonformista non sfoci nella instabilità della personalità e in troppi dubbi che tendono a minarla.

Forse mi sono dilungato troppo ma, come capirete, quando si tratta di scienze sociali l'argomento porta facilmente a dettagliare. La conoscenza degli altri, quella reale, è fondamentale per raggiungere una certa serenità. Ma poter avere il polso della propria personalità e sapere quali sono i punti deboli su cui lavorare, lo è ancora di più. Scienza sociale, dicevamo. Quando invece del sociale ci riferiamo al social e ai social, il carisma individuale rischia di mescolarsi alle troppe indecenze digitali. Perciò, se arriveremo a pendere dalle labbra della Ferragni di turno, facciamoci qualche domanda. Meglio una coolness reale, anche se per pochi, che una virtuale, così ritenuta da sconosciuti di poco valore.




mercoledì 21 dicembre 2016

Le sforbiciate di Natale


Da quando certi buontemponi americani hanno ideato i social network, l'amicizia reale e quella virtuale si sono mischiate, contaminate, confuse, direi. E pericolosamente pure. Alcuni canoni delle due tipologie di questi sentimenti sono comunque distinti. Volete mettere una stretta di mano vera con un "ciao" più emoticon su facebook ? oppure un abbraccio sincero e caloroso in confronto ad un "ti sono vicino" scritto giusto per ? O ancora, un sonoro vaffa (in Grillo style) detto dal vivo a pieni polmoni, rispetto ad uno trasmesso via adsl ? E' inutile, se dico che l'amicizia reale prevale alla grande su quella social, faccio un po' la figura del Catalano ai tempi di "Quelli della notte". Ma, e qui viene il bello, c'è un grande vantaggio ad usare twitter, facebook, google+, e così via, che la vita reale non ha, oppure lo ha in misura più ridotta. Esiste un tastino che, una volta cliccato, ci fa sentire più leggeri, vivere più in sintonia con noi stessi e con le nostre (poche) convinzioni. Basta un tocco del mouse, una ditata sul touch e la vita torna a sorriderci. Avete capito cos'è ?

Esci dal social ? No, non intendo questo. Se qualche volta lo avete fatto, ne avete sentito la mancanza. Non me la date certo a bere. Ma vi è mai capitato di rimuovere un contatto ? di non seguire più qualcuno ? Su, ragazzi, siamo tutti adulti. Per qualsiasi motivo sia accaduto, vi capisco. E' un atto liberatorio che significa "qui posso tagliare con quello, chi la vede più quella quando mi collego, non leggo più le sue ca...volate, non commenterà più inutilmente sotto i miei post, offuscandone l'originale bellezza..... Esci dalla mia vita, buono/a a nulla!" (perchè i veri buoni a nulla sono sempre gli altri, lapalissiano). E' cinismo questo ? no, solo un virtuale libero arbitrio che nella realtà non potete esercitare. Tanti lo avranno fatto, ne sono sicuro, magari senza il preavviso di certi personaggi che (giuro) hanno scritto testualmente "se vedete ancora questo post vuol dire che non siete tra quelli che ho cancellato dai miei contatti. Sapete, oggi era giorno di pulizie....".

Ma io non ho avuto l'ardore di digitare tutto ciò. Non ho questa cattiveria dentro di me. Non fino a questo punto. Al limite cancello e basta. Un bel taglio e via. Dobbiamo pure sbandierare ai quattro venti ciò che stiamo facendo ? mica c'è l'obbligo di scrivere tutto quello che si fa ! Ops, questa è una mezza verità: si va in vacanza e si postano le foto, si mangia un piatto speciale e si fa venire l'acquolina in bocca a tutti, partecipiamo ad un evento esclusivo e lo spiattelliamo alla grande. Come diceva quel tizio, chi è senza peccato scagli il primo sasso. Tornando al punto, mi è successo alcune volte di dover rimuovere, di non seguire più, qualche soggetto, facendolo molto a malincuore (sul "malincuore" credeteci, basta un piccolo sforzo). Magari il gesto impulsivo rischia di aver un minimo di contraccolpo psicologico (come l'avrà presa?), ma basta qualche giorno (minuto, volevo dire) e siamo più rilassati.

Voi avete tagliato i ponti con degli amici nella vita reale ? bravi i cattivoni, i senza scrupolo, i freddi e cuoredipietra. A me non è riuscito. Ma sui social, bè, lì è tutta un'altra storia. Insisto: se io vivo un momento particolare, c'è una che continua a scrivere cose che in questo periodo proprio non sopporto, che faccio, continuo a trovarmela davanti tutte le volte che mi collego ? neanche per idea. Sono libero di rimuovere e rimuovo. Stop. Power to the (disconnecting) people. Una volta (zitti però) ho tagliato un follower che poi se l'è presa. Mi ha chiesto il perchè, citando la sua dignità. Cheeeee ? signori, ma ci rendiamo conto ? Altra situazione: integralismo selvaggio su certi argomenti e presunzione di avere una visione più ampia della mia. Un taglio anche stavolta.

Vi starete chiedendo: alla faccia che educazione, che buongusto, che digital-empatia. Vi assicuro che nella vita vera sono diverso. Ma solo perchè non esiste quel tasto. E va bene, qualche volta mi è accaduto di mandare a quel paese delle persone (poche, per una volta sono sincero), ma l'ho fatto con garbo. E il garbo costa, va pesato con i toni, le misure, le parole per far capire. Porta agitazione, sudori, ci vuole coraggio a guardare in faccia chi si riceverà il nostro goodbye. I social hanno queste sfumature ? fortunatamente no. E allora, regalatevi anche voi per questo Natale qualche bella sforbiciata. C'è quello che da tempo vi assilla con assurde richieste, c'è quell'altra che vi fa l'occhiolino ma che non vi va a genio; ancora, un bel gruppo che vi sembrava adatto a resuscitare remoti interessi si è rivelato un disastro? via il primo, la seconda e pure il gruppo (che sicuramente non sentirà la vostra mancanza). Diciamola tutta, è un gesto che ci fa bene, ci fa guardare con serenità la nostra timeline. Proprio in questi tempi in cui si leggono spesso slogan tipo "vogliatevi bene", "curate innanzitutto voi stessi", come fare a non prendere al balzo siffatti suggerimenti e a non cestinare uno o più follower insopportabili ?

Sono sicuro che incontrando il malcapitato per strada, se risiede dalle vostre parti, non vi darà nemmeno la soddisfazione di fare l'offeso. Buon per voi.
Felice Natale ai provetti sarti !





PS Ho giocato scherzosamente solo per uno svago letterario. Deponete le forbici, indossate un sorriso. Tanti Auguri a tutti !

lunedì 2 novembre 2015

Fermare l'abuso di alcol nei minorenni tramite Instagram


I social network, spesso tacciati di essere alienanti dalla realtà e di far ridurre la comunicazione a quattr'occhi, specie tra i ragazzi, a volte si rivelano strumenti di utilità sociale. L'ultimo caso viene dell'Università di Rochester, stato di New York, dove un team di ricercatori ha dimostrato che usando foto e testi prelevati dal social Instagram si possono individuare comportamenti deprecabili di minorenni che fanno abuso di alcol, ma anche effettuare ricerche di mercato abbinando alcune marche o tipi di alcolici a gruppi demografici o aree geografiche.

Negli ultimi tempi Instagram si va diffondendo rapidamente tra i più giovani, i quali fanno in fretta a postare molte foto, corredandole di hashtag o commenti più o meno rilevanti. Si tratta pertanto di una grossa mole di informazioni, anche se perlopiù in forma di immagini. Inoltre, come altri social, rappresenta una vetrina che per alcuni serve a mostrare l'ultima bravata, tra cui la serata divertente in un tale posto, serata “rallegrata” da bevande più o meno alcoliche. La condivisione permette quindi, avendo a disposizione strumenti di analisi informatica evoluta, di rintracciare una categoria di persone in base alla loro età e risalire ai loro costumi. E' proprio quello che hanno fatto i ricercatori statunitensi.

Il monitoraggio di queste tematiche così importanti per la crescita giovanile non aveva fin'ora un corretto allineamento con la realtà, forse perché nei sondaggi i protagonisti tendevano a raccontare solo mezze verità. Ma applicando tecniche di computer vision, il team è riuscito ad estrarre informazioni dalle immagini, analizzando i volti del profilo di Instagram per ottenere ipotesi sufficientemente esatte circa età, sesso e razza. Dopo aver selezionato un gruppo di utenti minorenni per lo studio, gli studiosi hanno monitorato l'attività relativa a ciò che bevono e a quanto bevono, attraverso l'analisi dei tag presenti nelle foto, usando sia termini dello slang giovanile sul web che di parole collegate ai brand delle bevande. Hanno così scoperto che il consumo di alcol dei minorenni segue all'incirca quello degli adulti circa la temporalità, ossia fine settimana e giorni festivi, e che non c'è una proporzione predominante tra un sesso e l'altro. Inoltre le diverse marche di alcolici sono più o meno tutte utilizzate dagli adolescenti, con alcune preferenze più spiccatamente di genere per certe tipologie di bevande. Tutte informazioni utili a contrastare il fenomeno, specie per chi si occupa del settore e lavora a stretto contatto con ragazzi soggetti a queste gravi problematiche.

Uno strumento di indagine come questo potrebbe essere appetibile ai commerciali di grandi produttori e distributori di superalcolici. Ma il vero uso sociale sarebbe quello di promuovere campagne di informazione sociali, ad esempio nelle scuole, sui pericoli di questi abusi, facendo magari degli interventi mirati in funzione delle zone dove c'è maggior consumo. Allo stato attuale i ricercatori affermano però che è necessario verificare i risultati delle loro indagini con altri strumenti statistici, al fine di garantire che la loro metodologia funziona davvero. Se così fosse si potrebbe estendere anche ad altri problemi giovanili, come tabacco, droga, gravidanze adolescenziali, stress o depressione, e magari anche attraverso altri social media.

Dunque la tecnologia informatica funziona benissimo se applicata alle problematiche sociali, quella tecnologia spesso vista come un demone che crea bisogni e poi li soddisfa. Uno strumento come quello dell'Università di Rochester fa capire, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto sia l'uso stesso della tecnologia a fare la differenza. Noi la creiamo, noi la utilizziamo, noi, razionalmente, abbiamo il potere e il dovere di decidere a cosa serve.


(fonte http://www.eurekalert.org/pub_releases/2015-10/uor-ntc102815.php ; si ringrazia il sito http://www.cbc.ca/ per la gentile concessione della foto)



martedì 30 giugno 2015

Gli hashtag, una miniera anche per gli studi clinici


I social networks sono forse una delle rivoluzioni culturali più importanti degli ultimi decenni. Importanti non per la qualità delle cultura che se ne può discernere ma per l’impatto sociale che hanno portato. Certo, ci sono i detrattori che sottolineano come col tempo avremo sempre più la testa in avanti e problemi al collo perché guardiamo troppo il nostro smartphone, per non dire del tempo sottratto alle relazioni umane reali. Ed in parte è vero. Ma i social a volte nascondono delle sorprese positive. Se ne sono accorti i ricercatori dell’Università del Vermont, scoprendo grazie a Twitter ed ai suoi hashtag una nuova tecnica per captare interazioni farmacologiche potenzialmente pericolose e sconosciuti effetti collaterali.

L'obiettivo generale del progetto, sostenuto dalla National Science Foundation, era quello di scoprire una relazione tra due farmaci ancora non individuata. Poiché studi precedenti avevano dimostrato che da Twitter si possono estrapolare alcuni spunti farmacologici, gli scienziati del Vermont si sono spinti oltre, focalizzando la loro attenzione su alcuni hashtag che richiamano problemi di salute, per trovare nuove associazioni. Hanno paragonato gli hashtag addirittura ai neuroni, per la loro capacità di inviare un segnale specifico e realizzare delle sinapsi multiple che possono rivelare un percorso sorprendente tra due o più farmaci. L’algoritmo messo a punto permette di collegare gli hashtag ad altre parole chiavi, costruendo una fitta mappa dalla quale, dopo gli opportuni filtraggi, si può giungere ai percorsi più brevi che connettono due farmaci. In sostanza, senza conoscere i meccanismi su cui si basa l’interazione, scandagliare i tweet permette almeno di intercettarla.

Ad esempio dall’hashtag #happythanksgiving l’algoritmo ha confermato un percorso tra l'aspirina e l’antistaminico Benadryl, noti in medicina per i loro effetti combinati disturbanti. Ma ancora più sorprendente è stata l’interazione, del tutto inesistente sui database medici, tra il principio attivo Ibuprofene (alla base di molti analgesici ed antiinfiammatori) e la marijuana medica, oggettivata grazie all’hashtag #Alzheimer. Dopo il primo sconcerto degli scienziati è venuto fuori che alcuni “twitternauti” stavano condividendo i risultati di uno studio nuovissimo secondo cui l'Ibuprofene ha una certa capacità di bloccare o ridurre gli effetti dannosi sulla memoria di chi usa marijuana con frequenza, effetti inizialmente associati alla malattia di Alzheimer. Lo studio è apparso prima su Twitter e poco dopo è finito nel più grande database di pubblicazioni mediche PubMed, gestito dal National Center for Biotechnology Information, di proprietà USA.

A proposito di effetti collaterali, questo studio realizzato nel Vermont ne ha uno di grande importanza. Nel settore della ricerca medica alcuni lavori pubblicati sono troppo spesso slegati dalle nuove scoperte scientifiche, anche se realmente avrebbero un nesso, perché le biblioteche digitali hanno problemi di codifica e rintracciabilità. In queste mastodontiche aggregazione di dati, infatti, le parole chiave associate agli studi sono inserite manualmente, con tutto ciò che questo comporta in termini di tempi e di probabili errori. Quindi, con il nuovo algoritmo potrebbe essere possibile interconnettere le informazioni cliniche in modo più puntuale.

Tra le tante, tantissime chiacchiere di Twitter e dei mille altri social, scovare delle prove scientifiche emergenti o addirittura individuarne alcune ignote può essere una forma di rivalutazione di certi tool bistrattati, a torto o a ragione. In fondo si tratta di una quantità enorme di dati che, se ben sfruttati, costituiscono un importante supporto in moltissimi settori: per chi fa marketing, per esempio, si tratta del pane quotidiano. In altre parole, una forma di intelligenza connettiva e collettiva che può avere davvero una gran forza. Basta non dimenticare però di fare le dovute verifiche.


(fonte http://www.eurekalert.org/pub_releases/2015-06/uov-nrf062915.php; si ringrazia il sito http://www.kevinmd.com per la gentile concessione della foto)

venerdì 19 settembre 2014

Certi tipi di donne



Nella giostra delle provocazioni, in questo giro sono capitate le donne. Lungi da me l’idea di essere un uomo perfetto e di poter additare comportamenti sbagliati, al mio genere ed a quello femminile, come se io non ne avessi. Ma, come recita il sottotitolo di questo blog, a volte scrivo anche grazie al filtro dell’anima: "ella" questa volta mi ha suggerito di fare un po’ d’ironia sul gentil sesso.

L’altra sera c’era Miss Italia, l’ho scoperto perché guardando la mia timeline di Twitter c’erano diversi post con il relativo hashtag. Credo sia arrivato alla 101-esima edizione, sbaglio ? se la batte con il festival di Sanremo e gli anni di Pippo Baudo, più o meno. Scherzi a parte, va avanti dal ’46, ha superato il ’68, il femminismo degli anni ’70, l’edonismo reganiano degli ’80, Mirigliani (padre) non c’è più eppure il concorso è ancora qua, forse con meno audience di una volta, forse con qualche domanda (intelligente?) in più, ma con la stessa trama del primo anno: votare la bellezza, giudicare la corteccia delle donne. Che sono tutte lì per sbaglio, vi partecipano perché iscritte da una madre/sorella/amica, mai convinte e sempre finaliste. Delle madri per educazione non ne parlo. Dobbiamo proprio apprezzare questo modello di donna ? 

Fino ad alcuni anni fa, la superficialità si misurava solo dal vivo, al massimo in televisione. Oggi ci sono anche i social network e lì in certi casi quel vizio impera: donne che usano i social per mostrare agli altri i particolari fisici di cui madre natura le ha temporaneamente dotate, tipo foto con gambe nude distese (al mare e non), facce tagliate senza occhi, corpi tagliati senza volto, oppure per postare parole di Brad Pitt come fossero di Immanuel Kant. Ribadisco il concetto, non voglio condannare nessuna, la lezione di Cristo e Maddalena la imparai bene da piccolo (e poi nei social anche noi uomini non siamo da meno). Però, se da una parte trovo donne sensibili che scrivono pensieri molto pertinenti, o news davvero interessanti, dall’altra mi chiedo: cosa ci si può aspettare da quelle rappresentanti della categoria che pubblicano foto delle ultime scarpe acquistate, con tacchi da trampoliere, o che contano i MiPiace/Preferiti/+1 e si addormentano contente di siffatti apprezzamenti ?

Voglio solo dire che mettersi in mostra come avviene con Miss Italia e sui social fa un po’ a cazzotti con la parità tanto cercata (a ragione, naturalmente), con le quote rosa (che personalmente mi sembra un contentino della stanza dei bottoni per farle stare buone), la voglia di mostrare un vero contenuto, la stretta attinenza con la Merini, Hack o Levi Montalcini. Queste ultime erano donne con dei grandi attributi, che hanno cambiato il mondo: nessuno pretende che si arrivi a tanto (visto che pure Leopardi ed Einstein sono stati irripetibili), però quegli attributi si potrebbero mostrare semplicemente usando il cervello: e allora, usatelo ‘sto benedetto cervello, subito dopo il vostro cuore grande. 

Concludendo, di difetti pure noi uomini ne abbiamo a scatafascio, tanto i difetti, si sa, non hanno sesso. Siamo allo stesso modo superficiali e vanitosi, crediamo di saper la verità su signore e signorine; di più, a volte qualcuno vive bene con il tipo di donna che ho citato, diventando complice del peccato veniale di incosciente leggerezza. Per fortuna nella vita ognuno ha le sue priorità ed un giorno, scoprirsi vecchi e felici, o presunti tali, anche con una ocheggiante ex miss a fianco che ha fatto dell’immagine il suo intento primario, non sarà la fine del mondo. Forse, paradossalmente, lo sarà per chi ha cercato invano la donna dei propri sogni, con un intelletto da sballo, ed è rimasto solo.


(si ringrazia il sito youqueen.com per la gentile concessione della foto)