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mercoledì 13 dicembre 2017

Migrazioni pre-moderne: una storia da rivedere


Quanto credete nel vostro dio? Non necessariamente quello cattolico, un dio sui generis a cui affidate la vita, o una qualsiasi altra entità che vi aiuta a sperare, fosse anche il vostro spirito? Fermi là, oggi non vi tedierò con argomenti religiosi, né tantomeno filosofico-esistenziali. E’ che il tema che sto proporvi ben si sposa con certe considerazioni, circa l’uguaglianza, la fratellanza, ciò che ogni dio del bene ma anche un uomo che si rispetti dovrebbe avere insito nel suo essere. Vedetelo pure come madre natura, invece che un dio, e la cosa, da quanto leggerete, vi risulterà più chiara.

Gli studi moderni sull’apparizione dei primi proto-ominidi parlano dell’Africa: secondo la genetica l’homo si colloca temporalmente intorno a 200.000 anni fa e attraversa le fasi di homo ergaster, homo erectus e homo neanderthalensis (di quest'ultimo vi avevo raccontato qualcosa qui). Poi, all’incirca 60.000 anni fa, ci fu una massiccia ondata di colonizzazione dell'Eurasia e dell’Oceania, processo ribattezzato Out-of-Africa. Ciò valeva fino a ieri. Di recente, invece, i progressi tecnologici nell'analisi del DNA e altre tecniche di identificazione dei fossili, nonché lo sviluppo della ricerca multidisciplinare, stanno rivedendo tale storia. Alcune scoperte mostrano infatti che gli umani hanno lasciato l'Africa più volte prima di 60.000 anni fa e che si sono incrociati con altri ominidi in molte località dell'Eurasia.

L'analisi condotta da ricercatori del Max Planck Institute for the Science of Human History, di Monaco di Baviera, in collaborazione con la University of Hawai, a Manoa, ha esaminato a fondo le numerosissime scoperte dell'Asia nell'ultimo decennio, mostrando che l'homo sapiens raggiunse parti distanti del continente asiatico e dell'Oceania molto prima rispetto a quello che si pensava. Fatto fondamentale, si è avuta la prova che gli umani moderni si sono incrociati con altri ominidi già presenti in Asia, come il Neanderthal e il recente Homo di Denisova, diversificando la storia evolutiva della nostra specie. Gli autori hanno identificato fossili umani moderni in aree lontane dell'Asia con caratteristiche molto più antiche come, per esempio, resti di Sapiens rinvenuti in Cina meridionale e centrale, datati tra 70.000 e 120.000 anni fa. Ulteriori reperti hanno confermato la nuova ipotesi che tali ominidi abbiano raggiunto il sud-est asiatico e l'Australia in epoca antecedente a 60.000 anni fa.

La ricerca genetica più innovativa ha sciolto il dubbio degli incroci avvenuti tra ceppi diversi, identificando combinazioni tra umani più recenti con i Neanderthal, ma anche con i nostri parenti  scoperti nel 2010, i "Denisovani", nonché con una popolazione attualmente non identificata di ominidi pre-moderni. C'è stata dunque una sovrapposizione temporale e spaziale di diversi categorie di homo, con interazioni anche sociali.  Una tale crescente evidenza fa scaturire riflessioni differenti su come si sia diffusa la cultura materiale nei millenni, con maggiori complicazioni rispetto al passato. Il professor Bae, dell'Università di Manoa, ha spiegato: "Stiamo osservando come le variazioni comportamentali che hanno portato all'uomo moderno si sono verificate non tramite un semplice processo nel tempo da ovest a est, ma dovute ad un insieme di modi di fare, di usi e costumi, mescolati tra loro grazie all'unione di diverse popolazioni di ominidi presenti in Asia, durante il tardo Pleistocene".

L'approccio multidisciplinare alla ricerca, ossia una strategia comune con la quale diversi settori scientifici affrontano un tema o risolvono un problema, è senza dubbio una sinergia vincente. Scoprire con precisione movimenti e comportamenti dell'uomo preistorico ci dà la possibilità di comprendere meglio la storia moderna, colmando le tante lacune ancora esistenti. Ma forse introduce anche altre domande. E' probabile che alla luce di queste nuove scoperte si dovranno  riesaminare i materiali raccolti prima dello sviluppo dei moderni metodi analitici, per estrarne maggiori conoscenze. Certamente, il significato recondito (e forse neanche tanto) che si evince dagli studi fatti è che l'uomo non si è mai negato alle migrazioni per il miglioramento di sé stesso e della propria comunità, non è mai stato stanziale nell'accezione negativa del termine, indifferente al proprio destino. Ispirato dalla propria volontà, dalle proprie paure o da uno o più dei, è andato avanti anche a costo della propria vita.

Per concludere, nell'epoca in cui si riparla di muri e qualcuno ricomincia a costruirli, si scopre che madre natura, o chi per lei, ha sempre "tramato" per continui scambi ed incontri tra uomini provenienti da posti molto lontani. Un insegnamento che dovrebbe farci riflettere.


(fonte https://www.eurekalert.org/pub_releases/2017-12/mpif-rts120117.php; si ringrazia il sito http://www.eurthisnthat.com/ per la gentile concessione della foto)


mercoledì 18 gennaio 2017

L'estetica ai tempi di Neanderthal


Nell'evoluzione della specie umana, restringendo il campo agli ultimi quattro milioni di anni, si è passati dagli australopitechi, che avevano conquistato l'abilità di camminare su due zampe, oppure di costruirsi degli utensili di pietra, agli umani veri e propri, nei quali lo sviluppo cerebrale e del senso di sè ha portato ben altri traguardi. Tra essi, ricordiamo "in ordine di apparizione", l'homo erectus, l'homo neanderthalensis, l'homo sapiens. Sorvolando sull'erectus e su quanto ci sia rimasto oggi di sapiens, concentriamoci sull'uomo di Neanderthal, il cui nome deriva dalla valle di Neander, vicino Düsseldorf, dove furono ritrovati i primi resti fossili. La sua esistenza si colloca più o meno tra 200.000 e 40.000 anni orsono.

Se nell'accezione comune, l'uomo di Neanderthal si associa ad un cavernicolo tozzo, con spalle curve e praticamente animalesco, intento solo a sopravvivere, di recente la scienza sta scoprendo alcune novità che contraddicono questi pregiudizi preistorici. L'ultimo studio parla di una sua possibile ricerca dell'estetica, nel senso di distinguere la bellezza di certi oggetti. Difatti, secondo un'analisi condotta dall'Università del Kansas, in un sito archeologico croato è stato scoperto un pezzo di roccia calcarea diversa da quella tipica del posto, come se qualcuno l'avesse spostata lì solo perché gli piaceva. Pensate a quando siete in montagna o al mare e una pietra vi stupisce per colore e forma: che fate ? ve lo portate a casa. Il Neanderthal avrebbe fatto la stessa cosa, dicono gli antropologi.

Il sito è quello di Krapina Neanderthal, circa 40 km a nord di Zagabria. Le tracce rinvenute sono state datate intorno a 130.000 anni fa. La roccia oggetto dello studio era stata ritrovata più di 100 anni fa, insieme ad artigli d'aquila, composti a formare un rudimentale gioiello; in posti simili, sempre risalenti allo stesso periodo, alcuni archeologi avevano trovato conchiglie colorate in modo grezzo con dei pigmenti naturali. Nello specifico di quella roccia, è stato escluso che possa trovarsi nella grotta per altri usi, visto che non presenta danni o modifiche forzate dall'uomo. Facendo convergere vari dati, gli scienziati hanno desunto nuove caratteristiche dell'uomo di Neanderthal, lontane da quel primitivo musone ed incapace di provare sentimenti più tipici degli ultimi stadi dell'evoluzione. Dunque, alcuni di essi avevano iniziato ad incorporare oggetti simbolici nella loro cultura.

La grotta presso il sito Krapina è di roccia arenaria, così la roccia calcarea ritrovata era certamente di provenienza esterna. Durante la scoperta del sito, ad inizio XX secolo, nessuno degli oltre 1.000 oggetti catalogati aveva caratteristiche confrontabili con la calcarea, ma gli archeologi non l'avevano notato. Gli scienziati dello studio attuale credono che l'uomo raccolse la roccia da un luogo a pochi chilometri a nord di Krapina, dove sono noti affioramenti di calcare grigio simile a quello spostato. Ma la provenienza precisa non cambia la novità: il "sasso" era stato portato volontariamente dall'uomo nella sua grotta, senza che ne avesse una utilità specifica. Per dirla con parole a noi più consone, l'usufruttuario di quella dimora, dallo stile esageratamente rustico, probabilmente amava collezionare oggetti naturali e riportava tra le mura domestiche alcune pietre, diverse da quelle che era solito scalciare durante le passeggiate a pochi passi da casa.

In definitiva, cosa sappiamo realmente dei nostri avi ? tanto, ma poco rispetto a cosa potremmo e potremo sapere. La storia dell'uomo ci riserva ogni tanto qualche notevole sorpresa come questa, che si può definire una sorta di primo approccio alla bellezza. Quanto ai pregiudizi, dobbiamo necessariamente usarli anche con i nostri simili così indietro nel tempo ?




martedì 26 luglio 2016

La morte, il prezzo da pagare per l'evoluzione



Quando si fa una ricerca sul web, specie se si tratta di una domanda, spesso si trovano riscontri in alcuni forum più o meno affidabili. A volte è sufficiente la spiegazione di Wikipedia, altre volte  abbiamo una domanda particolare per cui non è semplice individuare la giusta risposta. Ho conosciuto il sito americano Quora mentre cercavo un argomento di cui scrivervi. Si tratta di un portale dove potete porre un quesito ed attendere che qualcuno davvero competente vi soddisfi. Insomma una vera e propria condivisione della conoscenza, potremmo dire. Così, un tizio coreano, affranto dalla perdita contemporanea di due cari, ha posto la classica domanda da un milione di dollari: perchè moriamo ? Non è dato di sapere se si trattasse di un quesito meramente filosofico, ma la risposta è venuta da una biologa evoluzionista, la dottoressa Suzanne Sadedin, e personalmente l'ho trovata molto interessante.

La chiave della fine del nostro tempo viene proprio dalla naturale evoluzione della specie umana, nello specifico da una forza, a tratti ancora sconosciuta, secondo cui i nostri geni devono continuare a sopravvivere. E devono farlo nel migliore dei modi. Sembra una contraddizione ma presto capirete che non lo è. Innanzitutto c'è da dire che i diversi meccanismi a cui i geni risultano soggetti sono a dir poco prodigiosi. Al di là delle questioni note di riparazione cellulare, grazie alle quali da alcune malattie riusciamo a guarire, ce ne sono altri che proteggono le cellule dalle loro mutazioni. Se queste aumentano in modo spropositato, viene bloccato il sistema di proliferazione, attivando il ripristino del funzionamento corretto; nel caso questo non sia possibile si costringono quelle cellule a suicidarsi. Ma, come sappiamo, ci sono in casi in cui le mutazioni portano a mali incurabili, e qui anche i geni non ce la fanno a proteggersi. E a proteggere noi che li "conteniamo".

Abbiamo sempre considerato l'evoluzione, sia macroscopica che microscopica, quella dei geni, come un fattore positivo per il regno animale. Lo è senz'altro, ma dobbiamo guardare le singole specie, compresa quella umana, come un veicolo sfruttato dai geni perché coltivino se stessi e cerchino di migliorarsi continuamente. Ovviamente, nei meccanismi genetici non c'è coscienza degli strati più alti, c'è solo la volontà di durare più a lungo possibile, di usare una strategia che gli permetta di proseguire nel loro sviluppo. Tale strategia è tanto più forte e probabilisticamente funzionante se l'essere in cui si trovano è giovane, lo è molto meno se ha diversi anni di età. E' come se i geni avessero un business plan, nel quale il target è molto più raggiungibile a breve periodo, mentre col passare del tempo sfuma la possibilità di raggiungerlo, che per loro significa conservarsi e copiarsi all'interno di un altro essere vivente. In altre parole i geni "investono" maggiormente in persone più giovani: non ha senso che continuino a farlo, a sostenersi e quindi a sostenere noi, all'interno di un sistema (il nostro organismo) che ha meno tempo da vivere. Affascinante, inquietante, ma razionale.

La proliferazione cellulare, il loro modo di continuare ad esistere ad un livello almeno uguale all'attuale, è più attiva nei bambini, nei ragazzi. E' come se i geni sapessero che quando c'è meno possibilità di durare non vale la pena sforzarsi per far riprodurre le cellule, continuare a lottare quando non manca tantissimo alla morte definitiva delle stesse. Sembra quasi una logica cattiva, ma provate a guardare indietro di millenni, tanti millenni: siamo ancora come eravamo allora ? no ? bè, è grazie a questo "sadismo genetico" se ci siamo sviluppati in modo eclatante rispetto all'uomo di Neandertal & co.

I geni hanno quindi un carattere molto egoista. Se sono lì, dentro di me e dentro di voi, è perchè sono stati selezionati per favorire la sopravvivenza delle copie di se stessi. Per questo, come la vita va avanti, essi smettono di preoccuparsi di ciò che ci accade. Inoltre, col passare del tempo, questo effetto si rafforza. Più è probabile che ci avviciniamo alla morte, tanto meno i geni hanno cura di noi. Meno i geni hanno cura di noi, più è probabile che il nostro cuore smetta di battere. Un tale sistema è andato avanti per tutta la nostra storia evolutiva, ed è per questo che abbiamo accumulato, a livello di genoma, tutti i tipi di "malfunzionamenti" irrecuperabili che portano al trapasso. Il genoma umano ne è pieno, e la maggior parte dei geni coinvolti sono gli stessi che regolano sviluppo e riproduzione. Queste anomalie convergono intorno ad una certa età: l'età in cui l'evoluzione smette di prendersi cura di noi, perché, statisticamente parlando, è come se fossimo già morti.

Lo so, può apparire perverso, però come si fa a non vedere dietro un simile progetto un'intelligenza superiore? E, allora, con la spiegazione scientifica data, concentrandoci sui singoli mattoncini della nostra esistenza, forse parlare di vita eterna ha più senso.


(fonte http://www.forbes.com/sites/quora/2016/07/13/biologically-speaking-this-is-why-humans-are-born-to-die )