martedì 14 luglio 2015

Gli uomini e la Chiesa: riflessioni morettiane


Quando frequentavo l’Azione Cattolica, ormai un secolo fa, ascoltavo gli educatori ma per la giovane età che avevo non mi facevo troppe domande e non le ponevo neanche a loro. Poi, crescendo, avrei voluto farne tante, recuperare in qualche modo, su tematiche come la fede, la Chiesa, il rapporto uomo-Dio, a chi mi si parava davanti e giudicavo abile a rispondere, ma raramente qualcuno mi ha soddisfatto al riguardo. Così sono arrivato in età matura senza molte certezze sull’argomento. Per un periodo mi sono definito agnostico. E forse lo sono ancora.

Qualche settimana fa ho guardato per la prima volta, con colpevole ritardo, il film Habemus papam di Nanni Moretti. Sicuramente molti di voi l’avranno visto. Io l’ho trovato geniale. E’ stato prodotto e pensato in epoca Ratzinger: chissà se il girotondino Moretti l’avrebbe girato ugualmente nell’epoca odierna di Francesco. Credo di sì, visto che l’umanità e la grandezza del pontefice attuale non può d’amblè sciogliere come neve al sole tutti i dubbi di chi, come me, si è perso per strada in questo pseudo-cammino spirituale.  

Quei dubbi sono gli stessi che affliggono il papa nel film, appena dopo la sua elezione. Un papa che sente il peso del suo ruolo e fugge perché davanti ad una carica così grande gli tornano in mente i dubbi di tutta la sua vita. Un papa che va in crisi perché ha le paure umanissime di tutti gli uomini che devono sopportare le responsabilità, che appartengono a quel ruolo ma sono, per certi versi, le stesse della vita vera, fatta di problemi quotidiani e di famiglie da tenere in piedi con mille problemi. Un papa che in qualche modo anticipa la stessa crisi di Ratzinger del 2013 e forse di tutta la chiesa, la crisi di vocazioni, di ragazzi e di giovani che si sono allontanati da certe “congreghe”, oppure non si sono mai avvicinati, anche perché presi da genitori troppo attenti ai loro risultati materiali.

Significativi alcuni passaggi, come quando lo psicologo interpretato da Moretti cerca di rendere semplici certe “visioni” che la Chiesa nel tempo ha sempre volutamente esagerato per tenere la plebe alla dovuta distanza. Oppure la presenza della guardia svizzera dietro la finestra dove dovrebbe esserci il Pontefice eletto, che invece è in giro per Roma a ritrovar sé stesso; così i cardinali scambiano la guardia per il Papa e si rincuorano. Qui ne ho visto un piccolo parallelo con un film dalle logiche attinenti, L’ultima tentazione di Cristo, di Scorsese: Willem Defoe, nei panni di Gesù, lascia la croce andando a vivere una vita normale con Maddalena e si crea una famiglia, ma ad un certo punto sottolinea che la gente ha sempre bisogno del miracolo della resurrezione, indipendentemente da come sia andata davvero. 

Habemus Papam mi è parso, al di là della centralità dell’ambiente ecclesiastico, un film sugli uomini, ognuno con la propria storia carica di vissuto e di perché mai svelati, sulle voci dell’intimità che vengono fuori e si sovrappongono, che difficilmente ci abbandonano. Oserei dire che la sua riuscita, a mio modesto parere, deriva anche dal fatto che il regista è un non credente, scevro da certi populismi e arretratezze non ancora risolte. Un cardinale, di fronte alle grandi difficoltà di un semplice torneo di pallavolo, dice a Moretti “Perché non giochiamo a palla prigioniera ?” e lui  “Cardinale, ma non esiste più da 50 anni”…. E’ il film di un papa che gira tra le persone, smarrito, che va in auto con la psicanalista e i suoi figli, che si mostra molto vicino a noi, senza distanze. 

Per fortuna che ad accorciare certe distanze l’attuale papa Francesco è un vero maestro. Assomiglia molto ad un Maestro di 2000 anni fa. Sembra che facesse proprio così. 

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