lunedì 6 luglio 2015

Ridurre la mortalità infantile con bassi investimenti e metodi scientifici


Nel mondo muoiono più di 6 milioni di bambini sotto i 5 anni ogni 12 mesi. E’ una tristissima realtà. Ci consideriamo una civiltà evoluta sotto molti aspetti, ma quando lo facciamo dimentichiamo un mucchio di problemi irrisolti. Uno di essi è appunto l’altissimo tasso di mortalità infantile. Si deve fare di più, molto di più. Intanto alcuni programmi di finanziamenti internazionali per questo scopo qualche risultato l’hanno raggiunto. All’IHME (Institute for Health Metrics and Evaluation) dell'Università di Washington, in collaborazione con il Segretariato ONU per lo sviluppo degli obiettivi su salute e malaria, hanno recentemente redatto un bilancio positivo secondo cui dal 2000 al 2014 sono stati salvati circa 34 milioni di bambini, grazie ad investimenti mirati.

In questi 15 anni la somma della spesa per la salute infantile è stata di circa 200 miliardi di dollari, suddivisa in 2/3 nei paesi a basso-medio reddito procapite (salvandone 20 milioni) contro il restante 1/3 speso da quelli a reddito medio-alto (salvandone 14). La cifra stimata per ognuno di questi piccini va dai 4000 ai 10000 dollari, a seconda del posto dove vivono (meglio, dove sono riusciti a sopravvivere). Oltre alle cifre riscontrate lo studio ha realizzato un importante metodologia di valutazione a punteggio (scorecard in inglese) con la quale si riesce a monitorare concretamente come funzionano gli investimenti e quali risultati portano. Lo scorecard è stato realizzato seguendo le linee guida della Millenium Declaration, firmata nel 2000 da tutti i paesi dell’ONU con l’obiettivo di ridurre di 2/3 il tasso di mortalità dei bambini sotto i 5 anni in ciascun paese fino al 2015. 

Per ogni bambino un investimento limitato può dare il massimo risultato ottenibile in termini di impatto sociale. Questo accade a maggior ragione nei paesi più poveri, dove il costo dei programmi nutrizionali, vaccini e cure è più basso. Ad esempio la minima spesa di 4200 dollari è stata necessaria in paesi in condizioni di estrema difficoltà, come Tanzania ed Haiti. D’altro canto, a fronte di sforzi come quelli fatti, sono ancora troppi i bambini che muoiono e senza una pianificazione internazionale che possa appoggiarsi ai risultati incoraggianti emersi da questa ricerca, non si potrà incrementare il livello di salute. 

Gli aiuti che arrivano ai paesi in difficoltà vanno monitorati, sia da parte di chi li riceve, per concentrarsi sui programmi che si sono rivelati più efficaci a salvare vite umane, sia per chi li elargisce, in modo da avere una visione globale del flusso di contributi ed individuare aree poco sostenute. Questo ora è possibile grazie alla messa a punto dei ricercatori del metodo con lo scorecard: se ad un paese con investimenti in aumento non corrisponderà la relativa decrescita del tasso di mortalità il metodo darà una pronta segnalazione, al fine di correggere il tiro prima possibile. Insomma una gestione manageriale degli aiuti, rigorosa e dai caratteri scientifici, pur ottenuta con cifre irrisorie rispetto all'incommensurabile valore dei risultati. 

All’IHME sperano che lo scorecard sarà ulteriormente sviluppato e aggiornato ogni anno per misurare gli effetti degli investimenti, incentivare il progresso e l'innovazione socio-economica. E, non ultimo, questa cartina di tornasole potrà essere uno strumento importante per promuovere  responsabilità e sensibilità, accelerando il cammino verso l'obiettivo fondamentale di diminuire la sofferenza in tutto il mondo.



(fonte http://www.eurekalert.org/pub_releases/2015-07/ifhm-moc070215.php; si ringrazia il sito http://www.gogomojosuperfly.com per la gentile concessione della foto)


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