lunedì 19 settembre 2016

Preservare gli antichi linguaggi


Qualche tempo fa, alla veneranda età di 80 anni, mia madre ha pubblicato il suo primo libro. Non è mai stata una scrittrice e nemmeno le è venuta l’ispirazione tardiva. Oltre ad essere insegnante di scuola elementare, ha sempre avuto due passioni, quella per la musica, che ha trasmesso in modi molto diversi a me e a mia sorella, e quella per il dialetto. Per quest’ultimo ha spesso cercato significati, usi e costumi legati al vernacolo del suo paese di nascita, scavando in vari testi, raccogliendo citazioni e cercando etimologie recondite ed ancestrali. Finchè, spinta anche dai familiari, è riuscita a completare la sua opera prima proprio su questo argomento. Ora, non è che abbia venduto chissà quante migliaia di copie, ma pare che il suo tentativo di preservare e tramandare il dialetto e le relative tradizioni non sia il solo. Un signore dalle origini indiane (d’America) sta provando a farlo in modo tecnologico.

Le lingue hanno da sempre avuto periodi di evoluzione, interagendo con le culture e con i luoghi dove vengono parlate. Di recente linguisti e antropologi sono preoccupati sul fatto che certe lingue indigene stanno scomparendo, in modo molto rapido. All’UNESCO stimano che la metà delle 6.000 o più lingue del mondo non sarà più parlato entro il 2100, se non si interviene per invertire questa tendenza. Il ragionamento di base è che questi linguaggi non sono solo un modo di comunicare, ma offrono visioni e dettagli unici su chi li usava per esprimersi. E’ quasi impossibile apprezzare appieno una popolazione o un'etnia senza capire la loro lingua. Quando una lingua tace, si rischiano di perdere sia la saggezza che le informazioni di base di certi uomini del passato.

Nell'anno 2000, Joshua Hinson, un americano discendente dalla tribù nativa degli Chickasaw, appena nato il suo primogenito, si è reso conto che non aveva strumenti con cui insegnargli le sue vere radici e la sua cultura d'origine. Così, deciso a realizzare questo obiettivo, ha iniziato innanzitutto ad apprenderle approfonditamente per conto proprio. Gli era mancata un'esperienza vissuta da indiano, ed è partito con le basi: imparare la lingua. Poi, successivamente, ha provato ad insegnare ai bambini quella stessa la lingua, ma l'ostacolo principale era convincerli che valeva la pena di parlarla, visto che il tempo libero per loro era preso totalmente dalla tecnologia. Il signor Hinson non si è demoralizzato, piuttosto ha deciso di abbracciare la tecnologia come un'opportunità. Questa intuizione manca oggi a molti linguisti, i quali preferiscono scrivere documenti accademici e troppo tecnici per destare attenzione nei profani.

Con l'appoggio degli altri membri originari Chickasaw, è stato creato un vero e proprio programma di rivitalizzazione linguistica, partendo prima con un canale TV, poi con un sito web e un app per smartphone. Oltre ad insegnare l'alfabeto, le parole e le frasi essenziali, e i metodi per la costruzione di una frase, l'app contiene anche registrazioni in madrelingua per affinare la pronuncia e la cadenza. Questo è accaduto nel 2009 e da allora gli utenti sono solo aumentati. Naturalmente sono stati i più giovani, avvezzi al diteggio telefonico, a coinvolgere e suscitare l'interesse nei relativi genitori. Addirittura in alcune famiglie hanno cominciato ad usare termini di quella lingua indiana in casa, per individuare oggetti di uso comune, anche senza una sistematicità.

Non si può trattare comunque solo di un gioco, altrimenti dopo un po' ci si stancherebbe, hanno osservato alcuni moderni linguisti americani, molto propensi all'uso del digitale. In ogni caso, abbinare una lingua antica al nuovo modo di comunicare del XXI secolo, via smartphone intendo, può far superare il concetto secondo cui le lingue indigene appartengono solo al passato. Potrà quindi essere questo il modo di tramandare alle generazioni future quelle lingue, ma non solo dal punto di vista grammaticale, anche da quello della cultura e della storia, di quel passato dal quale veniamo e che non dovremmo mai dimenticare.

Per chiudere, non tutti i dialetti possono essere considerati lingue nel vero senso della parola. Ma è il loro uso come vettore di storie, individuali, familiari e di intere comunità, che va salvaguardato. Conoscerlo, comprenderlo, anche senza parlarlo correntemente. Intuirne le sfumature per apprezzare le radici così da non stravolgerle solo per effimere mode.


PS Se proprio volete togliervi la curiosità, questo il link su IBS del libro scritto dalla mia genitrice.




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