venerdì 17 aprile 2015

L’arte di seminare la tecnologia


La tecnologia come interazione concreta tra uomo e macchina, volta ad accrescere, formare, migliorare, rendere più abili e fluide le nostre vite, averne un impatto costruttivo. E’ questo il fil rouge dell’intervista realizzata di recente dal vice direttore di MIT Tech Review (e-magazine del prestigioso istituto tecnologico di Boston) al professor Kentaro Toyama, docente di Computer Science all’università del Michigan e profondo conoscitore delle connotazioni sociali derivanti dalla tecnologia.

Toyama ha scritto un libro, di prossima uscita, dal titolo Geek Heresy: Rescuing Social Change from the Cult of Technology (qui la presentazione). Al di là della prima parte ad effetto, il titolo contiene un’importante sinossi del suo pensiero, ossia di come il mondo si stia lasciando travolgere, nel senso negativo del termine, dal culto tecnologico, per il quale spesso si sacrificano i rapporti umani e sociali, i veri gangli vitali della nostra specie. Parte del testo deriva dalla sua esperienza di alcuni anni in India, dove il professore si era illuso di introdurre facilmente gli strumenti informatici allo scopo di migliorare l'istruzione e ridurre la povertà. Ma in quegli anni ha capito che se il terreno non è ben predisposto, preparato, “fertilizzato” a dovere, il seme della tecnologia e soprattutto i conseguenti benefici non possono attecchire. Si è fatto l’idea che certi tecnologi possano addirittura contrastare il progresso sociale, promuovendo delle soluzioni che predominano nel breve termine ma che a lungo andare contrastano i cambiamenti più significativi e necessari.

Nel paese del sacro Gange Toyama e il suo team di ricercatori della Microsoft hanno sviluppato moltissimi progetti pilota, ma difficilmente qualcuno di essi ha avuto un seguito nella vita quotidiana. Qualche passo avanti è stato fatto in ambito sanitario, come ad esempio in piccole cliniche rurali l’accesso ad Internet ha permesso di usare la telemedicina e poter visitare a distanza persone ammalate. Un cambiamento però superficiale che, in tema di salute, non può sostituire conquiste sociali più importanti, come la cultura della prevenzione.

L’altro tema a cui si sono dedicati è l’agricoltura, sulla quale la parte più povera dell’India basa la sua economia. All’inizio sembrava semplice portare pc e videoproiettori per illustrare e mostrare come si possono migliorare certe tecniche e provare ad insegnarle. Ma col tempo si sono accorti che era fondamentale provocare discussioni, stimolare idee: i contadini avevano bisogno di conferme ma anche di smentite tra loro, sentirsi dire che quello che la tecnologia gli spiegava era vero perché uno come loro ci stava già provando. In tal modo si è riusciti a diffondere pratiche agricole più evolute, non solo tramite presentazioni spettacolari e monodirezionali, ma con uno scambio interattivo tra i lavoratori stessi.

Per quanto riguarda l’istruzione, invece, Toyama afferma che i progetti lanciati a pioggia, tipo quelli di invadere le scuole con pc, internet, senza un mirato coinvolgimento dei piccoli, sono serviti a poco. Molti studi dicono che la sola presenza di queste moderne infrastrutture didattiche non aumentano il rendimento degli scolari. I bambini vedono questi oggetti tecnologici come dei nuovi giocattoli, all’inizio l’entusiasmo è a mille, ma col tempo senza una guida che li stimoli a provare, imparare, che li conduce verso i reali benefici che si possono ottenere, si rischia di creare inutili dipendenze. Questo concetto, dice il professore, può essere esteso a tutta la civiltà del XXI secolo. Si tende a pensare quasi sempre al contenuto e al mezzo più all’avanguardia per veicolarlo, quando invece è più fondamentale dare agli studenti, piccoli e grandi, la motivazione ad imparare qualcosa di nuovo, magari facendolo con le proprie mani su un computer, anche  non nuovissimo. Importante il riscontro e lo scoperta di come lo sviluppo mentale di chi programma sommato alle peculiari caratteristiche della propaggine elettronica possa condurre a risultati eccellenti. Ma i ragazzi vanno stimolati, incuriositi, e ciò può avvenire solo con il supporto di adulti preparati (e magari motivati anche loro stessi, ma questo forse è un altro discorso).

Quella tecnologia che ci rende la vita più semplice, che ci sembra regalare più tempo libero, può fare l’effetto contrario. I risultati che Toyama dice di aver raggiunto sono merito del gruppo di persone, sia in laboratorio che sul campo, grazie ad un intreccio di volontà e ad un saper istruire, saper donare una qualità della vita superiore che difficilmente un’intelligenza artificiale possiede. Dunque, una tecnologia che diventa qualificante solo se è uno strumento in mano a persone sapienti, diventa un beneficio a lungo termine solo con progetti a portata d’uomo, tagliati su misura per un certo territorio, una data popolazione, un settore che la recepisca entro limiti non invasivi. E forse la tecnologia è davvero abilitante se ogni nuovo dispositivo viene progettato per soddisfare un vero bisogno, non per crearne uno nuovo.




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