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giovedì 8 ottobre 2015

Milano o Roma ?


L'Italia è un bellissimo paese. Ora ce lo dicono anche in autostrada, casomai con i problemi (grossi) che ci ritroviamo lo avessimo dimenticato. Dalle Alpi all'Etna, dal Gran Sasso al Gennargentu, passando per i tanti splendidi mari che toccano lo stivale, degli scorci mozzafiato abbiamo solo l'imbarazzo della scelta. Poi ci sono le città. Lo so, starete pensando che le città sono forse la nota dolente di questa penisola. Ed in parte è vero. Se poi ne vediamo le bellezze artistiche rischiamo di scordarci tutte le negatività, che sono (ahiloro) affanno quotidiano per chi ci vive. Ma ci sono città e città. Nel bene e nel male, intendo.

Prendete Milano, ad esempio. Io ci ho vissuto per 4 anni. Non vi dico come sono stato: potrei anche farlo subito ma poi rovinerei il pezzo. Milano è una città fredda. Per alcuni. Non parlo solo di temperatura, lo avrete capito. E' quella città che a stento ti dà il buongiorno e il buonasera, che se abiti in un anonimo condominio a metà strada tra centro e periferia, conosci a stento i vicini di casa. All'inizio, per chi viene da fuori (sud o paesino, scegliete voi) può sembrare quasi un paradosso italiano. Poi, pian pianino ti abitui, ti sembra tutto normale ed un po' ti piace. Essere liberi di fare ciò che ti pare senza essere giudicati. Camminare per le vie di una città che fa di tutto per essere europea, ma che alla seconda occhiata ancora non lo è. Usare, con discreto successo, i mezzi pubblici, poter andare all'una di notte (ho sentito dire spesso “alla una” a Milano, ancora non ho approfondito la relativa grammatica) più o meno da un posto all'altro della città senza troppe difficoltà, sentirti chiedere l'elemosina con discrezione, quasi con eleganza.

Poi (indovinate un po' ?) c'è Roma. La città eterna. La città eternamente ancorata alla sua storia. Anche nel modo di fare, storico, lento, lassista, fatale. Ma basta uno sguardo al centro, un tramonto dal Gianicolo o una serata a Trastevere, per sentirsi insieme a casa e al centro del mondo (bè, ho esagerato, meglio al centro dell'Italia), per emozionarsi con il brivido di 2000 anni di passato che è ancora presente. Qui la privacy rispetto alla città lombarda è forse un po' meno tale, ma se proprio vogliamo farla rispettare basta urlare. Far capire al prossimo di farsi li caxxx sua. Che in fondo siamo nella capitale d'Italia, dove tutti devono farsi quelli propri, ed infatti se li fanno. Per approfondimenti, chiedere alle varie caste, politiche, mafiose, e non. Quanto a me, non ci ho abitato per tempi lunghi, ma esserci andato più volte negli ultimi anni della mia carriera (sì, lo so, il termine non è adeguato ma con questa città ci stava bene) mi ha aiutato a valutarla meglio. E, devo dire, i difetti di cui sapevo li ho trovati tutti, i pregi (leggasi bellezza e fascino) li ho apprezzati meglio nella versione live. In più ho apprezzato anche le voragini nell'asfalto e il decoro urbano non proprio smart.

C'è quindi un modo per dare i voti a due città agli antipodi ? Sapreste dare la risposta se è più buona la carne o il pesce ? In assoluto credo proprio di no, ma ognuno ha un'opinione, ed è stupido chi non la esprime. Da una parte c'è la Milano (però non è più “da bere”) che, nonostante l'etichetta di città a bassa temperatura, raccoglie generi di prima necessità per i profughi. Dall'altra Roma, ci vai e te ne innamori, ma è meglio che ci lasci solo il cuore, usare la testa non è proprio semplice. Arriva Dan Brown con uno dei suoi libri ed è subito film, poi James Bond scorrazza per il prossimo 007, ma anche Sorrentino non scherza affatto (tralascio l'infinita e prestigiosa cinematografia capitolina). Un alito di vento e ti sembra di volare, per quanto il cupolone ti avvisa che l'autonomia è limitata. I peccatori sono pregati di passare in Vaticano per le indulgenze del caso. Invece nella città del Manzoni i peccatori sono ben accetti. I più grossi sono stati addirittura al governo. Sul tema, serrata la lotta con i pari ruolo romani.

Roma caput mundi. Milan l'è on gran Milan. Milano con il suo lavoro, lavoro e poi il lavoro. Sarà questo il segreto dei meneghini e del loro circondario ? Forse. Anche nella capitale si lavora, ma a volte c'è qualcuno che continua a farlo allungato sui triclini come un paio di millenni fa.

(si ringrazia il sito http://www.diariodivic.it/ per la gentile concessione della foto)

venerdì 3 ottobre 2014

La forza dei rifiuti intelligenti


Un rifiuto di per sé non può essere intelligente. E’ intelligente, è smart, l’uso che se ne fa. Si tratta di un concetto piuttosto recente che viene continuamente confermato da diversi analisi e studi di settore. Gli ultimi due ne sottolineano anche le possibilità economiche ed occupazionali, oltre che gli ovvi benefici ambientali. La prima relazione, dal titolo Smart Waste, è stata rilasciata dalla compagnia di consulenza internazionale Navigant Research; la seconda è WAS Report 2014, redatta da Waste Strategy, la divisione di Althesys (società italiana di assistenza strategica alle aziende) che si occupa di gestione rifiuti e di riciclo.

I rifiuti devono essere considerati una risorsa rinnovabile, sia dal punto di vista di recupero dei materiali che da quello energetico. Questo afferma Smart Waste. Puntare a migliorare lo smaltimento ed aumentare il costo d’uso delle discariche: sono due nodi cruciali per spingono la ricerca verso soluzioni più intelligenti per i rifiuti solidi urbani (RSU), anche perché si prevede un aumento del 50% globale di RSU nei prossimi 10 anni. Dunque è necessario affiancare le opportunità di business che ne possono derivare alla indispensabile tutela dell’ambiente.  A tal proposito vanno potenziati e migliorati gli impianti di incenerimento, portati avanti i progetti di cattura dei gas nocivi da discarica, realizzate delle bioraffinerie, contenenti una serie di processi per ottenere composti utili all’uomo dagli scarti agro-industriali. Per i prossimi 10 anni si stimano dei ricavi di circa 40 mld di dollari intorno a questi settori più evoluti.

Il Was Report 2014 focalizza maggiormente l’attenzione sull’Italia, evidenziando buone possibilità a breve termine nell’ambito occupazionale: si parla infatti di una triplicazione degli attuali 68000 posti di lavoro relativi agli RSU, se si riducesse drasticamente l’uso delle discariche. L’illegalità in questo campo è naturalmente una grossa piaga: ne risentiamo sia in termini di qualità dell’aria e dei prodotti raccolti, sia in quelli economici, viste le sanzioni comunitarie che ci tocca affrontare. Secondo gli analizzatori di Waste Strategy, esperti nel seguire la filiera completa dei rifiuti e quindi nel centrarne le potenzialità, si potrebbero ottenere circa 8 mld di euro nei prossimi 6 anni, con una buonissima riduzione di quasi 4 mln di tonnellate di spazzatura in discarica. Certamente la volontà politica dovrà essere una leva fondamentale per raggiungere questi risultati. 

Se il primo report mostra chiaramente “l’intelligenza” dei rifiuti, il secondo lo sottintende. I rifiuti smart devono entrare nel senso comune, sia che si tratti di RSU che di altri scarti. In un quadro di incremento generale degli stessi, imputabile sia alla fisiologica crescita dei paesi in via di sviluppo che ad un aumento smisurato dei consumi nell’occidente del mondo, non è più pensabile uno scarto  abbandonato a sè stesso. Si deve necessariamente considerarlo come una forza e una risorsa, promuovendo, allo stesso tempo, un’educazione e uno sviluppo che lo minimizzi; in ogni caso modificando lo stile di vita secondo cui il rifiuto buttato non ci appartiene più. Basti pensare che nel solo territorio di Roma e dintorni sono state individuate più di 1700 discariche abusive (si legga http://astrolabio.amicidellaterra.it/node/609 ). La sensibilizzazione in questo campo deve investire l’intero pianeta, ma se cominciassimo dal nostro stivale, dove l’immondizia rischia di deturpare anche le grandi bellezze ereditate dal passato, non sarebbe affatto male.




lunedì 29 settembre 2014

Nuove percezioni, indotte e vissute


Cos’hanno in comune l’astronautica e l’arte grafica, la tecnologia raffinata ed eccellente che fa stare alcuni uomini nello spazio, anche se solo per pochi mesi, con le incisioni e i disegni che mostrano costruzioni impossibili e forme trasmutanti ? Apparentemente nessuna, tranne gli ovvi stupore e fascino che due attività umane, a prima vista distanti, possono suscitare. E invece no, hanno in comune un importante pensiero, o almeno così mi è parso nell’ultimo weekend.

Sono stato a Frascati durante la Notte Europea dei Ricercatori, tra l’altro ho partecipato ad una presentazione dell’ESA (European Space Agency) nella sede italiana dell’ESRIN (European Space Research Institute), in occasione del 50-esimo anno dalla fondazione dell’ESA. Dopo alcune presentazioni sulla storia e sulle attività dell’agenzia, del suo ruolo fondamentale per la ricerca, ecco arrivare l’astronauta Paolo Nespoli, che ha vissuto sulla stazione spaziale internazionale (International Space Station, ISS) per 5 mesi nel 2011, partendo a dicembre 2010. Nespoli ci parla di quanto sia complesso prepararsi per una missione del genere, dei rischi che si corrono, di come lo scheletro degli astronauti ritorni invecchiato di 10 anni per l’interruzione fisiologica di alcuni meccanismi naturalmente attivi sulla Terra. Ma quello che colpisce di più è come i gesti comuni cambino radicalmente in assenza di gravità (o in microgravità), come i riferimenti dell’alto e del basso, dettati sulla terra appunto dalla forza gravitazionale, sulla ISS non esistano e perciò si vive praticamente a 360°, sfruttando tutte le superfici allo stesso modo. Una maniera totalmente nuova di vedere le cose che li circondano, che sottopone i loro cervelli, in mancanza di radicati riferimenti, a continui adattamenti. Tra di loro, gli astronauti sulla ISS si chiamano “extraterrestri”.

A Roma non ero mai stato al Chiostro del Bramante, opera dell’autore quattrocentesco trasferitosi da Milano a Roma dopo la caduta di Ludovico il Moro. In verità non sono andato per vedere questo ottimo esempio di architettura rinascimentale, ma per farmi incantare dalle opere di Maurits Cornelis Escher, incisore e grafico olandese del ‘900, in una mostra a lui dedicata. All’ingresso della seconda sala, contenente la famosa Mano con sfera riflettente, vi era la sua frase “Siete davvero sicuri che un pavimento non possa essere anche un soffitto?”. L’artista rimette in gioco le certezze della visione umana, del pensiero, mediante i suoi disegni impossibili, fatti di costruzioni paradossali, ma anche di metamorfosi geometriche e animate allo stesso tempo. Con questa inversione dei ruoli fisici, con questo scambiare il sopra col sotto, la sinistra con la destra, intrecciando sapientemente il bianco col nero ed ingannando l’osservatore, Escher mina le convinzioni della mente umana. Contrappone le forme perfette dei cristalli, alle quali l’elasticità neurale è poco avvezza, alla normale disarmonia della quotidianità. Descrive un criterio di guardare le cose lontano dal comune modo di farlo, quasi con occhi non terreni.

La realtà che ha dovuto affrontare Nespoli nei suoi mesi di ISS, senza un vero pavimento sotto i piedi, è identica a quella virtuale che ci prospetta Escher con i suoi capolavori. E’ questo il nesso che ho colto. Il primo è costretto dalla leggi della fisica, il secondo ha un’intelligenza sublime per generare continue incertezze e falsipiani nella mente di chi scruta le sue opere. L’astronauta deve rifarsi dei nuovi riferimenti, o provare a non averne, fluttuando negli ambienti chiusi a circa 400 km sopra le nostre teste; la magia di Escher mette in discussione alcuni solidi riferimenti umani, creando nuovi punti di vista o sottolineando la bellezza di quelli insoliti. Ed ancora, l’artista olandese vince le forze della natura con il suo Relatività (in figura), ma lo fanno anche Nespoli ed i suoi colleghi, grazie ai prodigi della tecnologia moderna. Entrambi ci lasciano una riflessione simile, anche se in due modi assolutamente diversi: la percezione dell’universo, dentro e fuori dall’uomo, ha bisogno di essere ridiscussa in tutte le sue sfaccettature, al fine di comprendere appieno la sua grandezza, superando gli schemi mentali, di cui Escher ne idea una fantastica metafora con quelli costruttivi.

(si ringrazia il sito www.bookmarks.mikis.it  per la gentile concessione della foto)

venerdì 12 settembre 2014

Tre tappe per capire



Tre le tappe che mi hanno portato a scrivere ciò che state per leggere. La prima nel 1996 in un comune della murgia barese, la seconda a Roma, nel settembre 2012, la terza, pochi giorni fa, qui a casa. In mezzo io, o meglio, la mia anima altalenante, a fare da filo conduttore. Ho idea che butterò giù più righe del solito.

Non ho fatto il servizio militare ma il servizio civile. Allora si dichiarava di essere obiettori di coscienza, la cosa non mi piaceva granché, fuorviato da certi pensieri socio-politici a favore delle armi, comunque senza eccessi. Il tempo e la maturità “matura” hanno poi cambiato quelle distorsioni mentali. Così nel ’96 mi trovai a fare l’obiettore tirocinante (il servizio l’avrei fatto l’anno seguente) presso alcuni posti della mia ex provincia di residenza, quella di Bari, capitando un giorno nel paese di Santeramo, in una struttura dal nome Casa Calabrese, dove venivano ospitati soggetti con problemi di disagio sociale. Ne restai profondamente scosso, non certo perché temevo il contatto con loro, quanto per la mia inquietudine di essere umano e per come la mia “specie” non riusciva (e non riesce) a risollevare degnamente queste persone.

Un paio di anni fa ho frequentato nella nostra capitale un corso in Comunicazione Scientifica, 8 weekend interessanti, essenzialmente lezioni teoriche con pochissime visite di “comunicazione applicata”. Un sabato ci siamo recati al Museo della Mente, aperto nel 2000 presso un padiglione dell’ex manicomio di Roma a Santa Maria della Pietà, l’anno dopo della chiusura definitiva di quella casa di cura (è un eufemismo, lo capite da soli) e di tutte le altre in Italia. Un museo che museo non è (tra l’altro con vicissitudini economiche non semplici), voglio dire non nel senso tradizionale del genere: si tratta di un percorso sensoriale nel vero senso della parola, atto a stimolare le coscienze su come venivano (mal)trattate le persone che vivevano là dentro. “Entrare fuori, uscire dentro” è una scritta che campeggia all’ingresso, frase emblematica di come gli ospiti, nell’imminente uscita, confondessero la realtà. Un exhibit curato da Studio Azzurro, uno dei più grandi studi italiani di comunicazione. Per chi volesse, qui è disponibile un video, preparatevi perché l’angoscia che se ne ricava (sempre meno di chi ha visto il museo, immaginate quella di chi c’era) è tanta.  

Il terzo step riguarda il film “C’era una volta la città dei matti”, che ho visto di recente ma è uscito in tv nel 2010. Molto brevemente (ma anche in tal caso se avete 3 ore e vi interessa, questo il link), parla di Franco Basaglia, psichiatra e neurologo italiano, della sua lotta dagli anni ’60 al 1980, anno della sua morte, per far conoscere agli italiani e al mondo intero le forme di segregazione disumane alle quali sottostavano i pazienti dei manicomi, il dolore fisico e morale che subivano, di come avessero bisogno di un riconoscimento umano da parte dei “normali”. Come viene ripetuto nel film, era il malessere della società che portava le persone ad ammalarsi e a finire in quelle strutture, veri e propri lager dove la gente veniva abbandonata, prima di tutto dai propri cari. Era il cuore di pietra e l’anima cieca del beato mondo di fuori a non far vedere la sofferenza indotta in quegli uomini, per i quali un evento drammatico della propria vita non aveva più donato la forza di ricominciare, di reinserirsi, di difendere i propri diritti e i propri affetti.  Dunque, i manicomi rappresentavano la prigione delle nostre paure, tutte lì racchiuse ed isolate, nell’illusione che certi comportamenti non visti non esistessero realmente e, peggio ancora, nell'illusione che non fosse stato nemmeno il cinismo della società, cioè noi stessi, a cagionarli. 

Franco Basaglia fu una persona veramente speciale, aperta e sensibile, che unì le sue doti professionali a quelle, più grandi, umane, diffondendo l’equazione uomo uguale dignità a prescindere, predicando ed applicando il rispetto verso quella gente e la libertà come terapia. Ma, forse, i sentimenti non sarebbero bastati se quel medico e i suoi collaboratori non avessero avuto il coraggio di continuare a lottare, perché, come disse lui stesso, “non basta affermare un diritto per realizzarlo”. E quel coraggio fu premiato con la legge 180 del 1978 che porta il suo nome, stravolgendo l’ordinamento degli istituti psichiatrici a favore dei malati. La stessa OMS gliene diede grande merito. Inoltre Basaglia combatté, sul campo e nella politica, anche per il dopo, affinché chiusi i manicomi ci fossero strutture adeguate per curare davvero chi aveva bisogno. I risultati nel tempo non sono stati generosi come lui avrebbe voluto, anche perché, al solito, è solo la nostra mentalità che può dare la svolta alle cose, sono lo spirito di comprensione delle differenze e la sensibilità nel cuore le armi di cui abbiamo bisogno.    

Per chiudere, anche facendo quella che sembra una digressione ma una digressione non è, negli ultimi anni si va parlando sempre più di innovazione, di cambiamenti, di come si debba osare per cambiare il mondo, restando “affamati e folli” per dirla alla Jobs (apro una parentesi: a me appaiono "affamati" i giovani cinesi che costruiscono quegli oggetti, "folli" coloro che acquistano un telefono a 700€). Sono doti certamente necessarie, ma serve tutt’altro quando si tratta di dare il doveroso contributo per chi sta peggio di noi. E questo vale anche se sui manicomi la pensate diversamente. Perché da quel lontano 1996 ho forse capito che cosa è necessario per lasciare un segno in questa landa sempre meno sorridente che è la Terra, per fare in modo che quel segno renda migliore la vita di chi è discriminato, ma anche, in generale, per rischiarare le nebbie del futuro. Sono la sensibilità ed il coraggio. La sensibilità di capire, il coraggio di cambiare. La sensibilità per aprire il cuore, il coraggio per diventare Uomini.


PS “Se vi togliessero tutto quello che avete, cosa resterebbe di voi ?”



(si ringrazia il sito http://www.lorenzopolvanifotografie.com per la gentile concessione della foto)