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lunedì 11 maggio 2020

De humano genere et sua exstinctione


Ecco, ce l’ho fatta, ho ricominciato. Ci voleva la pandemia? Può darsi. Oppure è solo quella insana voglia di scrivere che talvolta non si riesce a tenere dentro e deve sprigionarsi per forza.

La Natura ci ha fatto grandi doni. Oltre alla vita stessa, voglio dire. Come sappiamo bene, o almeno una parte di noi ne è a conoscenza, l’inestimabile ricchezza disponibile sul pianeta Terra ce la ritroviamo soprattutto per una grossa botta di fortuna. Al contrario, la presenza dell’uomo è indifferente alla Natura stessa. Meglio, forse le era indifferente fino a qualche tempo fa, visto che nell’attuale era dell’antropocene la stiamo violentando in grave modo. Ancora non vi è una presa di coscienza generale, per mancanza di cultura o per grandi interessi economici, del fatto che tale violenza sia un boomerang ridiretto verso l’uomo. I catastrofisti credono che di questo passo ci estingueremo.

Lo stesso coronavirus pare sia figlio dell’atteggiamento prevaricatore, tipicamente umano, verso madre Natura. Abbiamo spinto per anni sull’acceleratore del consumismo, dello sfruttamento, del volere tutto al prezzo più basso, soddisfacendo i nostri egoismi a danno anche di alcune zone del mondo e dei suoi abitanti. Risultato? Un sensibile spostamento degli equilibri biologici planetari verso aree di grande instabilità. Ma il coronavirus, come tutti gli esseri viventi, continua a seguire il suo istinto primordiale, ciò per cui la Natura lo ha programmato: replicarsi. Perché ci infetta e in alcuni casi ci fa soccombere? Semplice, dentro di noi trova ambiente fertile per riprodursi, per conservare la sua specie, non perché gli siamo particolarmente antipatici. Tutti gli animali, scopro l’acqua calda, non hanno mai perso la funzionalità primaria per cui esistono: continuare a riprodursi. Banale, vero? Ne avevo parlato qui tempo fa.

Tutti gli animali, dicevo. Siamo proprio sicuri? Anche l’uomo rientra in questa logica? A guardare il nostro DNA sembrerebbe di sì. O, nell’alternativa di chi crede, secondo il progetto del Creatore. Ma la specie umana è, nel regno animale e comunque su tutto il pianeta azzurro, quella più dotata di intelligenza. Essa ci contraddistingue perché ci dà coscienza di chi siamo (almeno in teoria), ci permette di avere una visione del futuro, lasciandoci adattare alle avversità, e di programmare in tempo come comportarsi (se non siamo volutamente ciechi). Naturalmente non è solo questo. Lo sviluppo neurale umano di molte migliaia di anni ha portato anche altro. Parlo di quel carattere borderline dell’intelligenza che sfocia nella considerazione smodata di sé stessi, nell’egoismo, nella furbizia, nel nostro tornaconto. Nessun altro animale possiede tali aspetti. L’uomo, nel passaggio da erectus a sapiens ed infine alla sua versione iperconnessa, ha sviluppato un Io molto spinto, dimenticando il Noi. Ecco il nocciolo della questione.

Non più procreazione e riproduzione della specie, ma tensione eccessiva di un edonismo fine a sé stesso, limitato al proprio orticello, ma difficilmente condiviso. Ci affanniamo giornalmente per essere migliori degli altri, non per essere migliori con gli altri. Non abbiamo più un progetto unico che ci faccia remare nella stessa direzione, magari sfruttando le giuste correnti. Ognuno va da sé, e quando qualcuno si permette di dissentire, lo tacciamo di ignoranza, perché la nostra soluzione è sempre quella giusta, la perfetta. Si è persa la capacità di ascolto, fondamentalmente. E, last but not the least, il fatto che i tassi di natalità vadano drasticamente calando nei paesi “civilizzati”, è un ulteriore segno di questo pseudo-progresso. Indaffarati come siamo, persi dietro a superficiali miserie, procreiamo molto meno di un tempo, con la convinzione che ciò sia solo uno degli inevitabili aspetti del benedetto progresso. Però il rischio è che tra gli inevitabili aspetti rientri pure la chiusura dei porti, o anche il ruotare il capo dall’altra parte se incrociamo lo sguardo di un mendicante. Finchè qualche presidente di regione risolverà presuntuosamente quest’ultimo problema, togliendoceli dalla vista.

L’intelligenza umana è diventata più una sorta di cattiveria ragionata. L’animale esterna la sua aggressività solo se motivato dall’istinto della fame o della sopravvivenza. Per l’uomo non è così. Si mette in difficoltà un familiare, il vicino, un collega, uno Stato più debole per puro sadismo, per manifestare la propria forza, per ingrassare le proprie tasche, ridendo delle disgrazie in cui finirà chi stiamo schiacciando. Anche il non comprendere quale importanza abbia per l’intera umanità, dunque per il singolo, la sostenibilità ambientale, la minimizzazione della nostra impronta ecologica, sono il frutto dello stesso concetto: nel mio piccolo non posso nulla, devono essere i politici, i sindaci a rendere vivibile e pulito il posto dove risiedo. E se inquino traendone vantaggio, che vadano a farsi fottere i cambiamenti climatici! Il termine Rispetto, nella sua accezione più ampia possibile, è sparito dal nostro vocabolario. Le ragioni personali hanno prevalso sulla ragione di tutti e sull’istinto di specie, votato alla conservazione della stessa, quindi soprattutto dei più deboli.

Dire che ci estingueremo può sembrare eccessivo. Se guardiamo al numero di abitanti della Terra, in rapido aumento, ci appare l’esatto contrario. Ma siamo cicale che cantano e godono dei frutti che, pur se con poco merito, ci arrivano dalla Terra. Quanto durerà ancora l’estate? Le formiche, molto più previdenti, capirebbero che è tempo di invertire rotta, facendo le dovute provviste e combattendo unite per la “casa” che le ospita, ossia per la loro specie. Perché senza questa meravigliosa dimora, noi spariremmo davvero. Abbiamo paesi con popolazione in crescita esponenziale e povertà estreme, altri che le multinazionali hanno “colonizzato”, arrivando all’estremo di schiavitù infantili. E poi, appena acquistiamo un fiammante smartphone, oppure scarpe sportive griffate, i cui importi sfamerebbero numerose famiglie del quarto mondo, li mostriamo fieri come trofei di caccia. Con la differenza che, a lungo andare, siamo diventati noi le prede: oggi del coronavirus, domani di chissà quale altra pandemia ancora più terrificante.

Non è mia intenzione fare terrorismo sociale. Sono, le mie, solo riflessioni di un comune viandante di passaggio su questa Terra, che prova a fotografare lo stato dell’arte del genere umano. Ma che altresì vorrebbe urlare “Siamo ancora in tempo per salvarci! Adesso!”. 


PS: Per il vezzo del latino titolo, ho dovuto chiedere al liceale di casa che lo sta studiando. Se non lo trovate corretto, vi prego di contattarlo… Ah, un’ultima cosa: perdonate la prolissità.

giovedì 18 luglio 2019

Cuore e tecnologia: possibili scenari



Questo blog tra 15 secondi si autodistruggerà. Quindici, quattordici, tredici…
E no, non accadrà. Però vi confesso che ci ho pensato. Alle scuole di comunicazione digitale insegnano che un blog, come un sito, una pagina Facebook, insomma un posto virtuale dove mostrate qualcosa di voi, sono tutte entità astratte che vanno alimentate. Con le parole, i contenuti, le novità, i segni evidenti che ci siamo, che lavoriamo, per chi si aspetta qualcosa da noi. Ma io qui manco da circa 4 mesi… Ok, il mio blog non è mai stato di grandi pretese, vi rivelo che ho avuto post da più di 1000 contatti e altri di soli 50. Lo so, si tratta di numeri ridicoli nel mare magnum del web. E poi dovrebbe interessarmi poco, dato che non lo faccio per il vile denaro. Però…

Il muscolo cardiaco, indispensabile per la vita, ma anche per l’amore - direbbe qualcuno, è unico. Non ce n’è un altro uguale al nostro. Più tecnicamente, si parla di esclusività della firma cardiaca, un po’ come l’impronta digitale o l’iride. Tale firma può essere addirittura rilevata a distanza. Un nuovo dispositivo, sviluppato per il Pentagono dietro richiesta delle forze speciali statunitensi, può identificare le persone senza vederne il volto, usando la loro esclusiva impronta cardiaca con un laser a infrarossi. Per ora funziona a 200 metri, ma distanze maggiori potrebbero essere possibili con un laser più accurato.

Tra i diversi dispositivi di identificazione biometrica a distanza, questo è quello che sembra promettere meglio. Sono stati fatti dei test con analisi software dell’andatura, ma tale analisi non è risultata affidabile quanto quella cardiaca. Il nuovo dispositivo, denominato Jetson, utilizza una tecnica nota come vibrometria laser per rilevare il movimento superficiale causato dal battito cardiaco. Funziona anche se il bersaglio indossa camicia e giacca. L’approccio è simile a quello solitamente utilizzato per controllare le vibrazioni a distanza in strutture come le turbine eoliche. Ci vogliono circa 30 secondi per ottenere un buon feedback, anche se al momento il dispositivo è efficace solo quando il soggetto è seduto o in piedi.

Per preparare bene il dispositivo ad oggi vi è la necessità di un database di firme cardiache. Si può però partire dai dati biometrici che sono regolarmente raccolti dalle forze armate USA in Iraq e in Afghanistan, aggiungendo appunto i dati cardiaci. Nel lungo periodo, questa tecnologia potrebbe trovare molti altri usi: ad esempio, un medico potrebbe eseguire la scansione di aritmie e altre condizioni da remoto, oppure gli ospedali potrebbero monitorare la condizione dei pazienti senza doverli collegare alle macchine.

Ma i naturali legami tra tecnologia e cuore sono in continuo divenire. Se nel caso precedente si tratta di riconoscimento perlopiù a fini militari o di sicurezza, è allo studio un altro caso a scopi puramente sanitari. Avete presente Alexa, l’assistente domestico di Amazon che risponde alle domande o interagisce con alcuni dispositivi tramite i comandi della nostra voce? Sembra che possa venirci in aiuto in caso di arresto cardiaco, semplicemente ascoltando il respiro modificato di chi inizia a star male. Il sistema, sviluppato dai ricercatori dell'Università di Washington, utilizza l'apprendimento automatico per identificare il suono ansimante (noto come respirazione agonizzante) che un individuo emette in caso di emergenza personale. Questo è un segnale di avvertimento precoce per oltre la metà di tutti gli arresti cardiaci.

I ricercatori hanno addestrato il sistema usando registrazioni di persone in pericolo di vita catturate da circa 700 chiamate del 911 di Washington. Hanno usato 729 chiamate per un totale di 82 ore di registrazioni. Inoltre, l'hanno testato con altri suoni avvertibili di solito in una stanza nelle ore notturne, come il russare, per eliminare i falsi positivi. Aggiungendo poi suoni del sonno raccolti da 35 volontari e 12 pazienti con problemi di apnea, il sistema è riuscito a identificare correttamente la respirazione agonizzante nel 97% dei casi, da una distanza massima di circa 7 metri.

Lo strumento è ancora ad uno stadio di prototipo, quindi è presto per renderlo disponibile al grande pubblico. E’ quello che ha affermato il professor Chan, team leader del gruppo di ricerca, suggerendo che per il prodotto definitivo sarà necessario che il sistema emetta un avviso di alcuni secondi agli utenti, prima di chiamare i servizi di emergenza, allo scopo di annullare eventi come i falsi allarmi. Una messa a punto necessaria, applicabile sia a sistemi come Alexa che a normali smartphone, grazie alla quale un’auspicabile larga diffusione potrà renderlo validissimo nel far giungere i soccorsi in tempo utile e salvare molte vite.





lunedì 18 marzo 2019

G+, titoli di coda



Immaginate per un attimo che Mark Zuckerberg, dopo aver preso un colpo alla testa, decida di chiudere Facebook. Cosa sarebbe delle vite di circa 2 miliardi di iscritti: un disastro totale? Può darsi. Molti andrebbero in paranoia, gli spioni del XXI secolo soprattutto, ma anche chi trova nella vita digitale una sorta di conforto che in quella reale non ha. Io credo che tutti starebbero meglio, ma è solo la mia modestissima opinione. Comunque, per chi vive solo di Facebook la notizia è questa: esistono altri social. Che? Possibile? Scherzi a parte, la vera news è che un altro social, di nome G+, molto meno noto del primo, sta per chiudere davvero. Funerali e solenne sepoltura previste per il 31 marzo 2019. Si “spengono” circa 300 milioni di utenti.

Appena acquisita la mia mail su Gmail, contestualmente mi iscrissi a G+, che ovviamente non conoscevo. Parliamo dell’autunno 2012. Ok, non è lontanissimo, ma con la velocità digitale del web potrebbe equivalere anche al secolo scorso. Subito dopo sbarcai su Twitter. In altre parole, dato che su Facebook sono tornato solo pochi anni fa, G+ (che sta per Google Plus) è il social dove sono presente da più tempo. Voi direte: e un bel “chissenefrega” non ce lo mettiamo? Vi capisco. Era una sintesi di come dovrei essere affezionato alle persone che ho conosciuto (virtualmente): in effetti con alcune di esse ho fatto amicizia. Insomma, tra qualche giorno sarò costretto a salutarle. Sarà un addio? Io spero di no.

I social fanno parte delle nostre vite molto più di quanto ce ne accorgiamo. Ne siamo dipendenti, riusciamo a stare al massimo un’ora (anche meno) senza verificare eventuali notifiche, o per segnalare in qualche modo che noi, in quella bolgia di fake, fotoritocchi e pettegolezzi, ci siamo. Digito ergo sum. Però, finché si parla di persone che hanno la sola funzione di accrescere il numero di follower la cosa conta poco, diverso è quando condivisioni e scambi ci portano a pensare che si sia creata un’amicizia, che magari è sfociata pure in quella reale. Ad un certo punto, come sta per accadere su G+, questi amici li perderemo di vista. Non è un dramma, beninteso, finiscono amori e si guastano famiglie, però qualcosina si incrina nel nostro precario equilibrio tra il reale e il virtuale. Sempre se l’abbiamo mantenuto.

Sto esagerando, secondo voi? Probabile. Voglio dire, in fondo siamo adulti e vaccinati, si va avanti anche di fronte a problematiche ben più importanti. Però certe dinamiche relazionali e comunicative si sono molto modificate negli ultimi anni. La rivoluzione tecnologica ha portato anche una trasformazione antropologica, non certo delle fattezze umane (e pure su questo si potrebbe discutere, leggi problemi al collo per lo sguardo sempre rivolto verso lo smartphone) ma quanto degli usi e costumi, nello specifico diventati molto, molto digitali. Con le annesse dipendenze. In questo contesto è innegabile affermare che diversi di noi hanno trascurato una parte di vita reale perché illusi di tenerne i contatti sui social, oppure sostituendola con il proprio avatar. Con la benedizione di Zuckerberg, Page & co.

Va bene, perdonatemi, ho divagato. Diverse volte discuto con mio figlio sulla genesi di questo “nuovo mondo”, e la discussione ha un finale per me scontato: se non ci fosse stato Jobs e il primo iPhone ora saremmo migliori. Lo so, non è proprio così, ma noi adulti tendiamo facilmente a trovare un capro espiatorio. Tornando a G+, in questo momento sto per scaricare tutto ciò che ho postato. Già, perché decidono di chiudere e allo stesso tempo ti lasciano la possibilità di conservare i contenuti condivisi, seri e semiseri (parlo per me), come fossero fotografie da sfogliare ogni tanto con un pizzico di nostalgia. Tra l’altro G+ è stato il posto dove ho diffuso (con successi non proprio planetari) il blog che state leggendo, con le pagine a carattere tecno-scientifico ma anche con quelle di natura introspettiva. Blog che, purtroppo, mi vede sempre meno presente.

Ho già salutato a mio modo gli amici di GooglePlus. Lo rifaccio ancora una volta, ringraziandoli per aver apprezzato i miei post e i miei commenti. Per me è stato un piacere leggervi, anche per il modo pacato di porsi, senza il super-io o la cattiveria di taluni su altri social. Siamo ai titoli di coda, ma presto o tardi ci rincontreremo. Vi abbraccio, tutti.


lunedì 18 febbraio 2019

L’intelligenza artificiale rimpiazzerà i medici?



Siamo giunti in un periodo storico in cui inizia a delinearsi una certa rivalità tra uomini e macchine. Ieri era solo fantascienza: molti film si sono basati su questo dualismo, con la ovvia vittoria finale dell’uomo. Oggi e domani sarà anche così? In molti settori i robot stanno sostituendo la manodopera, con grandi conseguenze negative sociali, dato che la spinta avanguardista del progresso e l’egoismo monetario se ne fregano di chi resta indietro. Scusate la brutalità, però era doveroso dirlo. Ma ora, oltre all’esempio degli operai in fabbrica, dovrebbero temere anche professioni una volta ritenute intoccabili. Sto parlando dei medici.

Anche se le macchine intelligenti non sono ancora migliori dei medici, la sfida di perfezionarle è tecnicamente intrigante, a causa della capacità pressoché illimitata di elaborazione dati e del conseguente apprendimento. Con il cosiddetto deep learning (apprendimento profondo) i sistemi imparano costantemente senza le potenziali difficoltà intrinseche dell'apprendimento umano, derivanti da scuole di pensiero o da preferenze culturali. Così si integrano continuamente nuove conoscenze, comprese quelle di carattere etico ed economico, con velocità che gli esseri umani non possono uguagliare. In alcuni casi si sono ottenute diagnosi migliori di quelle umane: in radiologia, dermatologia e terapia intensiva, ma pure nel generare modelli prognostici e nell’eseguire piccoli interventi chirurgici. Certi sistemi intelligenti possono anche monitorare i pazienti da remoto. Tutte prestazioni considerevoli, se si pensa che il fabbisogno mondiale di medici è inferiore alla domanda.

La grande quantità di dati sanitari, di dispositivi di monitoraggio personali, di cartelle cliniche elettroniche, e così via, può essere integrata in sistemi armonizzati. Ciò accade già nella rete sanitaria svizzera. L'obiettivo è fornire alle macchine un'immagine quanto più completa possibile della salute dei pazienti ed una profonda conoscenza delle loro patologie. “L'idea che i medici di oggi possano approssimare questo sapere, tenendosi al corrente delle attuali ricerche, al contempo mantenendo uno stretto contatto con i loro pazienti, è un'illusione, non da ultimo a causa dell'enorme volume di dati”, dice il professor Jörg Goldhahn, vicepresidente dello Institute of Translational Medicine, al Politecnico di Zurigo. Questi sistemi evoluti hanno un altro vantaggio: elaborano il linguaggio naturale e possono quindi "leggere", in tempi non umani, la letteratura scientifica del caso ed incrementare il livello di auto-conoscenza.

La capacità di stabilire relazioni con i pazienti è spesso vista come la carta vincente a favore dei medici tradizionali: in poche parole, dovrebbe crearsi empatia. Già, perché la fiducia dei pazienti nel proprio interlocutore scientifico fa comprendere necessità e qualità della cura. Ma macchine e sistemi possono essere più affidabili se si guarda all’imparzialità e ai conflitti di interesse. Affermare che gli individui richiedono sempre l'empatia dei medici significa ignorare importanti differenze tra gli stessi: pare infatti che i più giovani e i pazienti con disturbi minori desiderino semplicemente una diagnosi accurata e un trattamento che funzioni. Inoltre, in alcune situazioni molto personali i servizi di un robot potrebbero aiutare i pazienti a non provare vergogna. Anche nel caso di diagnosi gravi o terminali può valere qualcosa di simile: studi recenti mostrano che i sistemi con “agenti conversazionali” hanno il potenziale per tracciare le condizioni dell’ammalato e suggerire più attenzione quando serve, guidandolo fino a fine vita.

Il futuro vi appare freddo e distaccato? Non lo sarà se progettisti e programmatori riusciranno a donare insospettabili lati umani ai robot. Nel frattempo, la figura del medico attuale diventerà obsoleta? Nessuno può dirlo con certezza. Sicuramente aumenterà la porzione tecnologica in settori come l'analisi delle immagini o il riconoscimento di modelli; probabilmente in seguito verrà dimostrato che gli androidi col camice bianco saranno un valore aggiunto per pazienti e società. Ancora, ci si potrà trovare nella situazione in cui i medici umani faranno gli assistenti ai colleghi robot. Forse questi ultimi la spunteranno facilmente rispetto a certi attuali medici di base, ma non possederanno mai la verve del professor Sordi-Tersilli … 



mercoledì 30 gennaio 2019

Il "sentiment" dei testi nelle canzoni



Un brano musicale di qualsivoglia autore mi fa sentire in pace con me stesso, oppure arrabbiato col mondo, senza dover per forza comprenderne la ritmica, gli accordi, l’arrangiamento, e così via. Questo perché è la sfera personale ed emozionale, unica per ogni individuo, a trasmettermi quel sentimento, stimolato da un tale pezzo. Ciò vale sia per le sette note che per le lettere dell’alfabeto: per il testo, in altre parole. Ma qui può sorgere qualche dubbio: pare infatti che nel tempo i testi della musica popolare siano diventano più arrabbiati e più tristi.

La Billboard Hot 100 raccoglie annualmente le canzoni più popolari degli USA e riflette le preferenze degli appassionati di musica. Se in passato il metro era dato da vendite discografiche, trasmissioni radiofoniche e jukebox, oggi ci si basa essenzialmente su streaming e social media. I toni espressi in ogni canzone sono stati analizzati da un team di ricerca della Lawrence Technological University nel Michigan, applicando l'analisi quantitativa automatica del sentiment. Questo termine può far pensare a “sentimento”, ma non è esattamente la giusta traduzione, perché si riferisce a quello che un gruppo di parole sta dicendo, il loro tono, la forza dell’espressione, ecc. Sono stati così calcolati i sentiment di tutti testi della Hot100 di ogni anno, misurando le relative variazioni, dagli anni ’50 fino ai giorni nostri.

I risultati hanno mostrato che l'espressione di rabbia e tristezza nella musica popolare è aumentata gradualmente nel tempo, mentre la comunicazione di un sentimento di gioia è diminuita, pur se con qualche eccezione. Le canzoni pubblicate nel triennio 1982-1984 erano meno arrabbiate rispetto a qualsiasi altro periodo, ad eccezione degli anni '50. Verso la metà degli anni '90, i testi parlavano con toni negativi, in una forma più considerevole rispetto agli anni precedenti. Anche l'espressione di tristezza, disgusto e paura è cresciuta negli anni, pur se in misura meno marcata rispetto alla collera.

E’ stato infatti rilevato che una specie di disgusto si è insinuato gradualmente nelle parole cantate, in maniera meno evidente all'inizio degli anni '80 e più evidente a metà e fine degli anni '90. Anche il sentimento di paura ha avuto alti e bassi, con espressioni più spiccate durante la metà degli anni '80, seguite da un brusco calo nel 1988. Poi c’è stato un repentino aumento di testi legati alla paura nel biennio 1998 -1999, scemata subito nel 2000 (probabilmente per l’entrata del nuovo millennio – nota mia). Lo studio ha dimostrato anche che la gioia era un tono dominante nelle parole di musiche popolari durante la fine degli anni '50, ma è anch’essa diminuita nel tempo, diventando molto meno presente negli ultimi anni.

Vi avevo già parlato di connessioni tra la musica e l’intimo sentire in questo post. Qualcosa del genere è accaduto con questo recente studio, spostando il focus sui testi. Ma, a ben guardare, lo studio non mostra che la musica sia cambiata, quanto che le preferenze dei consumatori/ascoltatori di musica sono cambiate nel tempo. Mentre gli appassionati degli anni ‘50 preferivano canzoni gioiose, i consumatori di musica moderna sono più interessati a quelle che esprimono tristezza o rabbia. Non necessariamente quindi una maggiore spinta degli autori in questo senso, anche perché, senza essere banali, c’è sempre quella componente di musica che dovrebbe contribuire al sogno, alla speranza.

Sia chiaro, sono state analizzate solo le canzoni statunitensi e non è detto che questo trend sia ripetuto in altre parti del mondo. Non scordiamoci però che da noi l’influsso della musica a stelle e strisce (ma anche quella dello Union Jack) è stato forte. Dunque, possiamo credere che in generale la qualità media dei sentimenti sia peggiorata nel tempo? E’ una probabile spiegazione. Un’altra potrebbe essere la ricerca, di chi ascolta le canzoni, di conferme delle proprie negatività e di quelle sociali. In ogni caso, non proprio un bel quadretto dell’evoluzione dell’umana specie.


(fonte https://www.eurekalert.org/pub_releases/2019-01/ltu-cas012419.php; si ringrazia il sito http://www.lizmoore.net per la gentile concessione della foto)


martedì 15 gennaio 2019

Il sesso forte? Sentite la scienza



Avete presente i post che girano, su social network e affini, circa le differenze tra uomo e donna? Ve ne ricordo giusto uno. C’è un’apparecchiatura che identifica l’uomo, tipo amplificatore hi-fi per intenderci, avente 2 o 3 tasti del tipo on/off, mentre la donna rappresentata dallo stesso sistema esibisce una moltitudine di manopole e pulsanti. Al di là dell’ironia, le differenze tra i sessi esistono, non nascondiamoci dietro ad un dito. Qualche volta ci si mettono anche alcuni ricercatori ad evidenziarle. Questa di cui vi racconto oggi per alcune donne sembrerà la scoperta dell’acqua calda…

Tempo fa vi parlai di come il muscolo cardiaco maschile e quello femminile si comportino in modo differente col passare del tempo. Ecco quel post. Stavolta invece si sono “divertiti” a studiare le reazioni di genere al dolore. Apriti cielo! Già, perché anche riguardo a questo si vedono spesso fotomontaggi che confrontano mamme con 39° di temperatura come se niente fosse e papà che già a 37,1° si lamentano in modo irreale. Sarà proprio così anche scientificamente? La chiave è il ricordo del dolore stesso. Spieghiamoci meglio.

Un team di ricerca guidato da scienziati della McGill University, insieme ad altri dell'Università di Toronto, ha scoperto che uomini (e topi maschi) ricordano chiaramente le precedenti esperienze dolorose. Di conseguenza, essi sono stressati ed ipersensibili al dolore quando ritornano nel luogo precedente, dove erano già stati male. Le donne (e i topi femmina) non sembrano influenzate dalle loro precedenti esperienze di sofferenza. Si era partiti con l’esaminare a fondo l'ipersensibilità al dolore nei topi ed è venuta fuori una importante differenza nei livelli di stress tra topi maschi e femmine. E’ stata così colta la palla al balzo, decidendo di estendere l'esperimento agli umani per vedere quali fossero i risultati: quelle differenze nei ratti sono state confermate anche tra uomo e donna.

Tralasciando i dettagli dell’esperimento sui topi, soffermiamoci un momento su quello con gli umani, nella fattispecie condotto su 41 uomini e 38 donne di età compresa tra 18 e 40 anni. Ognuno di essi è stato portato in una stanza specifica, facendogli provare bassi livelli di dolore causati da calore trasmesso all'avambraccio. Dovevano valutare il livello del dolore su una scala da 1 a 100. Subito dopo, i soggetti hanno sperimentato un dolore più intenso, progettato per agire come riflesso incondizionato, in un ambiente diverso. Con un bracciale della pressione ben gonfiato dovevano fare degli esercizi per le braccia in 20 minuti: la cosa è meno semplice del previsto e può provocare grossi fastidi, tant’è che meno del 10% dei partecipanti ha dato un punteggio inferiore a 50.

Per esaminare il ruolo svolto dalla memoria nell'esperienza del dolore, il giorno seguente ai soggetti è stato nuovamente applicato il calore alle loro braccia, ossia dolore di natura lieve. Ma, se la stanza del test era la seconda del giorno precedente, gli uomini hanno valutato più alto il dolore da calore rispetto allo stesso calore trasmesso il giorno prima; tuttavia tale differenza non è stata riscontrata, a parità di condizioni, se era una donna a fare il test. Allo stesso modo, solo i topi maschi che sono ritornati nello stesso ambiente hanno mostrato una risposta acuta al dolore termico, mentre ciò non è successo se collocati in un ambiente nuovo.

"C'era qualche ragione per aspettarsi che avremmo visto una maggiore sensibilità al dolore il secondo giorno, ma non c'era motivo di aspettarsi che sarebbe stato specifico per i maschi, e questa è stata una sorpresa completa" ha detto il professor Mogil, uno degli autori della ricerca. Per confermare che il dolore è aumentato a causa di ricordi dolorosi precedenti, i ricercatori hanno interferito con la memoria dei topi maschi iniettando nel loro cervello un farmaco che blocca il ricordo a breve termine. Quando è stato rieseguito l'esperimento di memoria del dolore, i ratti maschi non hanno mostrato segni di dolore ricordato.

Si tratta di un risultato importante, perché prove crescenti suggeriscono che il dolore cronico è funzione della misura in cui lo si ricorda. Inoltre, è la prima volta che la memoria del dolore viene dimostrata usando un approccio traslazionale, passando cioè dai roditori agli esseri umani, ottenendo gli stessi risultati (pur se su un campione statisticamente discutibile – nota mia). Le ricadute principali potrebbero portare buoni miglioramenti proprio per il trattamento del dolore cronico.

Quanto alle differenze riscontrate tra uomini e donne, vi sono due possibilità: gli uomini hanno una memoria formidabile, anche nel ricordo di condizioni traumatiche, oppure le donne tendono a scordare facilmente le sofferenze. Non ci sono elementi per capire quale delle due ipotesi prevalga ma, in tutta sincerità, affermare che le donne siano propense, in generale, a dimenticare, sembra poco plausibile …


(fonte https://www.eurekalert.org/pub_releases/2019-01/mu-maw010919.php; si ringrazia il sito http://onlineincometeacher.com per la gentile concessione della foto)

sabato 22 dicembre 2018

Alternativamente, auguri



“Il Natale, quando arriva, arriva”, diceva una nota pubblicità di qualche anno fa. Cosa voleva significare, ve lo siete mai chiesto? Semplice, che mancano 3 giorni …
Su, lo sapete che in questo periodo mi diverto a scherzare con voi, pensavate che quest’anno saltassi l’appuntamento? Lo scorso dicembre vi avevo salutato solo qualche giorno prima di Capodanno, ma stavolta mi sono detto “Chissà come muoiono dalla voglia di leggere i miei auguri!”. E sono sicuro di non sbagliarmi… Che poi, sono così fondamentali questi auguri, questi scambi affettuosi e caldamente sinceri, da far scoppiare il cuore di gioia? Qui si potrebbero aprire ore di conversazione, nel bene e nel male, ma vi risparmio retorica e banalità. Oggi è il momento dell’ironia.

È anche vero che ultimamente si è persa la voglia di scherzare. Da dove cominciare con le brutte notizie? Dunque, il 2018 verrà ricordato per… provate a dirlo voi. La top ten credo sia difficile da compilare. Ponti crollati, discoteche come macelli, affogati in mare di tutte le età, compagne e mogli ammazzate senza pietà … continuo, o rischio di rovinarvi i preparativi? Il mio non è cinismo. Riporto fatti di cronaca, quotidiani purtroppo. E già, perché dal 24 dicembre a seguire, al caldo delle nostre case, oppure in esotiche località di vacanza, dove piatti e bicchieri si svuoteranno alla velocità della luce, ci estranieremo dal solito tran-tran. Beninteso, un po’ ci fa bene, ne abbiamo bisogno. Però …

Non ho volutamente citato la politica nelle righe appena sopra. Chiaro, se faccio la lista degli eventi tragici non posso accomunarli alla nuova formazione di governo. Dai, facciamo i seri, proprio non si può. Eppure, ci sarebbe da dire anche su questi insoliti amministratori, con la loro perfetta competenza, completa onestà e sacrosanto diritto di cambiare. In meglio? Lo dirà solo il tempo. Ieri ho visto bruciare una bandiera di quel movimento (parlare di partito mi sembra francamente troppo) nato quasi per gioco, che ha esaltato la voglia di rinnovamento degli italiani, soprattutto di quelli che sono i primi a non voler cambiare. Il gesto in sé per sé non è bello, e qualcosa vorrà pur dire. Quanto a chi c’era prima, è opportuno stendere un velo pietoso.

La corsa ai regali è partita da giorni, settimane, e sta arrivando il rush finale. E no, basta con il materialismo spinto, è ora di tirare fuori i sentimenti. Abbiate cura di voi stessi, dei vostri affetti, di chi vi sta vicino; vivete di più all’aria aperta e, al limite, se proprio non riuscite a farne a meno, regalate o regalatevi un viaggio. Quanto ai nemici, provate voi a fare il primo passo, starete senz’altro meglio quando vi sarete riappacificati. Sempre che ci riusciate. Abbandonate il vile denaro, i doni costosi. Dove abbandonarli? Vi lascio il mio indirizzo alla fine del post … Ve li terrò al sicuro e, giuro, non ne farò alcun uso personale.

E ora, prima di lasciarvi alle innumerevoli scorpacciate, un’anteprima da leccarsi i baffi. Fonti sicure dicono che l’anno prossimo è previsto l’arrivo di una specie aliena, i Minolli. Sono in grado di fare “cose dell’altro mondo”, ad esempio scrivere a penna in corsivo, leggere libri impegnati, parlare poco e bene. Tutto nella loro lingua, s’intende. Non conoscono le emoticon, i gruppi su Whatsapp e nemmeno Barbara D’Urso. Insomma, sono molto più evoluti di noi. L’atterraggio è previsto in Molise, per chi crede che esista. Nella regione del Di Pietro nazionale vi è una fervida attesa al riguardo. Ad Agnone, ad esempio, stanno iniziando a realizzare caciocavalli a forma di navicella spaziale; qualche chef stellato pensa ai “fusilli alla Minollo”. Lì, come in altre regioni d’Italia, i terrapiattisti hanno fatto una domanda precisa: se dovessero sbagliarsi e arrivassero dalla parte opposta, chi si affaccerà sul bordo ad accoglierli?


Abbiate sempre un pensiero per chi non sta bene e per chi non c’è più. Dimostrate i sentimenti, non solo a parole. Buon Natale, carissimi lettori, vicini e lontani.



P.S. Due note. La prima: Minollo è un omaggio a Massimo Troisi. Forse con le feste c’entra poco, ma mi è venuto così. La seconda: per chi non lo sapesse, i fusilli sono una pasta di origine molisana.



lunedì 10 dicembre 2018

L’umanità e l’eternità



Da sempre l’uomo intelligente ha volto lo sguardo al futuro, sia a quello da vivere che al tempo dopo la morte. Per chi crede in un dio si parla di vita eterna, o giù di lì. Poi c’è chi crede nella reincarnazione, con la speranza di rinascere sotto altre sembianze: non ne conosco molti, a dire il vero. L’eternità, una parola che affascina e forse spaventa, può risultare anche una sfida. Non parlo dei progetti di conservazione criogenica degli individui, quanto di chi, in vari modi, sta cercando di trasmettere nel tempo le conoscenze dell’umanità, preservandole da eventi apocalittici. Fa parte dell’umana ragione accettare la sua finitezza e allo stesso tempo lasciare un segno importante del proprio passaggio, brevissimo rispetto alla indefinitezza del tempo.

Il SETI (acronimo di Search for Extra-Terrestrial Intelligence) è un programma internazionale dedicato alla ricerca della vita intelligente extraterrestre, che si occupa anche di inviare segnali della nostra presenza ad eventuali civiltà future in grado di captarli. Scartate le capsule del tempo perché ritenute inadatte, si pensa ad altri mezzi. Il DNA potrebbe ipoteticamente memorizzare tutta la storia umana: attraverso la sua naturale replica, forse all'interno di una colonia di batteri, i dati sarebbero automaticamente copiati e preservati. Però i batteri avrebbero sempre bisogno di una fonte di alimentazione e, se non ci saremo, non è detto che se la possano procurare da soli. Inoltre, col tempo il DNA tende fisiologicamente a mutare, quindi potrebbe portare informazioni imprecise.

Alcune fondazioni private stanno provando a tornare alle origini, con la fondazione Memory of Mankind (MoM). Un piccolo gruppo di artisti, storici archeologi e ricercatori stanno incidendo testi su materiali ceramici, che verranno sepolti nella più antica miniera di sale del mondo, in Austria. Si pensa che possano rimanere intatti per un milione di anni. Il responsabile di MoM ha spiegato che questi "supporti per dati ceramici" sono resistenti a temperature estremamente elevate, prodotti chimici corrosivi e radiazioni estreme. Il loro intento non è quello di trascrivere tutto lo scibile, impensabile in tali modalità, ma provare a conservare come abbiamo acquisito tale conoscenza. Un’idea non originale, visto che già ci avevano pensato i primi ominidi, diversi millenni fa, con le incisioni rupestri, arrivate fino ai giorni nostri.

Un’alternativa più tecnologica ed efficace potrebbe essere quella di Project Natick, sviluppato da Microsoft. Questo progetto prevede la collocazione di data center sottomarini sui fondali adiacenti le città costiere. Gli hub sarebbero raffreddati dal mare e alimentati da fonti rinnovabili, fornendo alle comunità costiere un rapido accesso a Internet. Sebbene non siano stati progettati per questo, possono essere reinterpretati come capsule temporali digitali a prova di catastrofe. "Potremmo creare supercomputer galleggianti che hanno la capacità di rigenerare e archiviare i dati di tutto il pianeta", hanno affermato i ricercatori di Project Natick. Insomma, una sorta di caveau di dati sul fondo delle acque che potrebbero potenzialmente durare qualche secolo.

Indipendentemente da come scegliamo di memorizzare le informazioni sulla nostra specie, sulla Terra dovrebbero resistere a qualsiasi tipo di disastro naturale o a forze geologiche distruttive. In alternativa si può pensare di non conservarle sul pianeta azzurro. "In generale, lo spazio è un buon posto dove mettere cose che non si vogliono degradare troppo, a patto di proteggerle in modo adeguato", ha detto il dottor Shostak, ricercatore del SETI e coinvolto in prima persona su queste tematiche. Non si tratterebbe di data center a bassa orbita, col rischio di rimanere a corto di carburante e di precipitare, ma ad orbite molto alte, pronte cioè a continuare la loro corsa ciclica per tempi molto lunghi. Una possibilità a cui si va pensando da tempo è di posizionare degli hard disk (molto capienti) sulla luna, possibilmente non sulla superficie: sarebbero degradati dalle radiazioni che raggiungono la sua superficie. Andrebbero quindi seppelliti sotto uno spesso strato di crosta lunare.

Tuttavia inviare le informazioni sull’umanità ai posteri, di qualunque specie essi siano, non è sufficiente a raggiungere il risultato sperato. Dobbiamo avere un’alta probabilità che quelle informazioni possano essere comprese. Diversamente da quel che sembra, esistono oggi molti sistemi di scrittura arrivati a noi che restano indecifrati. Per i più curiosi, un caso noto è quello della lingua proto-elamita. Ma la nostra incapacità di comprendere deriva anche da una serie di concezioni moderne che possono distorcere la visione dei testi antichi. Pertanto se gli esseri futuri che fanno la traduzione non saranno nemmeno umani, il discorso si farebbe più complicato. In quale modo comunicare allora? Due “strumenti” possono tornare utili: la matematica, per spiegare concetti logici, e la musica, probabilmente per alcuni stati emotivi. Ovviamente il genere umano è fatto di tanto altro, quindi neanche essi sarebbero sufficienti a descriverci in modo esaustivo.

Secondo il dottor Shostak una soluzione potrebbe essere trasmettere tutto il web, magari depurato dalla peggiori nefandezze della nostra civiltà. Oppure lasciandole, per dare un quadro più realistico di come siamo. Se non altro, chi troverà queste informazioni non ci prenderà troppo sul serio e forse farà meglio di noi.



lunedì 26 novembre 2018

Le alghe per ridurre i gas serra di origine animale


Alimentazione e salute sono strettamente correlate. Un esempio classico è quello della carne rossa: diverse ricerche scientifiche affermano che aumenti la probabilità di ammalarsi seriamente. Queste sono implicazioni dirette. Ve ne sono poi di indirette, ma non certo meno gravi. Sto parlando della sostenibilità e dei cambiamenti climatici. Che c’azzecca, dirà qualcuno di voi, come quell’amico molisano che non si sente più. E’ presto detto. Gli animali macellati che finiscono sulle nostre tavole, durante la loro “onorata” esistenza, inquinano più di quello che credete.

Ogni anno, l’allevamento di bestiame produce gas serra in modo equivalente all’effetto di circa 7 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, praticamente come l'industria dei trasporti. Se il 60% dipende dall’indotto umano, il restante 40% viene prodotto durante la digestione: bovini ed ovini ruttano e producono metano. Ciò dipende dal processo digestivo di alcuni ruminanti, noto come fermentazione enterica. I ricercatori hanno esplorato una serie di potenziali alternative per ridurre tali emissioni gassose, tra cui la selezione selettiva, i vaccini, i trasferimenti di microbiomi, vari integratori alimentari e mangimi più efficienti, tutti con risultati poco significativi.

Ora pare che le alghe possano dare un contributo importante affinchè mucche ed affini riducano la loro impronta di carbonio. Sono infatti positivi al riguardo i risultati ottenuti da uno studio alla Università della California di Davis, guidato dal professor Kebreab. La scorsa primavera, molte  vacche da latte di tipo Holstein (comunemente quelle bianche a macchie nere) sono state coinvolte in uno esperimento. Aggiungendo una piccola quantità di alga rossa al mangime, i ricercatori hanno scoperto che potevano ridurre la produzione di metano delle mucche di quasi il 60%. In proporzione, una simile riduzione applicata a tutto il settore dell'allevamento mondiale cancellerebbe quasi 2 miliardi di tonnellate di emissioni annue. Ma Kebreab sta preparando uno studio più ambizioso nei prossimi mesi, valutando se piccole quantità di una forma diverse di alghe possono alzare la suddetta percentuale.

Nel frattempo, alcune aziende hanno iniziato a studiare la fase successiva e più complessa: passare ad un’economia di scala con la stessa efficienza. L’input al lavoro sulle alghe è stato suggerito anche dall'approvazione in California di una legge del 2016, che chiedeva di ridurre le emissioni di metano dello stato del 40%. Ciò ha posto una reale pressione sulle imprese per trovare modi efficaci ed economici di farlo, in particolare tra aziende di allevamento e produttori di latte. In realtà la legge verteva sulle emissioni provenienti dal letame, ma si è rivelata oculata e funzionante anche per altri motivi, così da portare ottimi feedback, locali e globali.

Un effetto collaterale nello studio dell’università di Davis è che il bestiame inizialmente mangia con meno voracità. Ciò è stato attribuito al gusto salato dell’alga, subito mitigato con dell’aggiunta di melassa. Per i produttori di latte e carne infatti la nuova dieta non deve assolutamente modificare i quantitativi precedente. A breve, il professor Kebreab supervisionerà un esperimento della durata di sei mesi con 24 bovini, sia per valutare che l'effetto dirompente sul metano persista nel tempo, sia per capire come l'integratore influisce sulla qualità della carne. In teoria le alghe dovrebbero aiutare ad ingrassare gli animali, perché i carboidrati che chimicamente non vengono utilizzati per formare metano costruiscono un maggior tessuto muscolare.

Nell’immediato futuro ci sono dunque diverse valutazioni da compiere. Una sarà quella di capire se l’investimento prevede un buon ritorno economico, rispetto al costoso approvvigionamento della speciale alga utilizzata. L’altro è come realmente ottenere i grandi quantitativi di queste alghe, sia per il completamento dello studio che per far passare questo prodotto su scala commerciale. E, non ultimo, ci sarà da analizzare la catena alimentare completa: la carne da questo bestiame meno inquinante ma alimentato in modo non tradizionale non dovrà essere dannosa per i consumatori finali. Nell’attesa, questi ultimi potranno continuare a tutelare, sé stessi e l’ambiente, con i mezzi attuali: mangiare carne con moderazione.


(fonte https://www.technologyreview.com/s/612452/how-seaweed-could-shrink-livestocks-global-carbon-hoofprint; nella foto, un bovino in un prato di Pila - AO)

mercoledì 7 novembre 2018

Perché certe tecnologie non hanno (ancora) successo



Una volta mi è capitato di leggere che se le auto avessero avuto lo stesso sviluppo dei computer, a quest’ora avremmo macchine volanti, velocità supersoniche, traffico decongestionato. Difatti, non si può certo paragonare la crescita più che iperbolica dei calcolatori elettronici con quella dei nostri mezzi di trasporto su strada. C’è una sostanziale differenza però. Al di là della connessione ad internet, i computer sono destinati a stare confinati in uno spazio ben preciso, fossero anche le nostre tasche; le auto invece viaggiano con loro simili e si confrontano con problematiche assai più complesse, non solo tecnologiche. Spieghiamoci meglio.

In cosa differiscono due idee innovative che devono confrontarsi con la realtà, ossia su come la loro applicazione le porterà al successo e alla completa diffusione? Molto spesso è l’esperienza la parola chiave. L’esperienza dice che se un’idea è teoricamente grandiosa, ma nessuno ha pensato a come svilupparla, oppure è stata solo prototipata, o ancora è poco appetibile per i consumatori, il suo successo, se ci sarà, è molto molto lontano. Se poi tende anche a scontrarsi con grandi problemi di natura economica e sociale, il buio su quell’idea è pressoché totale. Discorriamo di ciò perché negli ultimi anni, grazie a magnati di varie parti del mondo, o ad aziende visionarie, si sente parlare di tecnologie futuristiche e futuribili che, se da un lato ci fanno guardare con ottimismo al domani, dall’altro sembrano farsi attendere con impazienza. Ma, come dicevamo, lo sviluppo di queste tecnologie non è pensabile senza considerare il contesto, locale e globale.

Pensate per un momento alle automobili elettriche. Va bene, se ne vedono ancora poche in giro, specie se non viviamo in grandi città. Ma qual è effettivamente la leva che può favorire il loro proliferare? Il fatto che si tratti di un mezzo trasporto non nuovo, diverso solo nel tipo di propulsione. Voglio dire, esiste già da più di un secolo sia il mondo specifico del mezzo a quattro ruote, sia la infrastruttura dove farla muovere. Ne hanno anche piena consapevolezza gli individui che la usano e con cui si confrontano. Ok, ci sono delle cose da migliorare: renderle economicamente più competitive, aumentare l’autonomia, disseminare le strade di punti di ricarica, chiedere incentivi al governo, tutto giusto. Però, basandosi su un oggetto più che collaudato, non ci si aspettano grossi ostacoli per il successo delle auto elettriche.

Saltando di palo in frasca, si può parlare della fusione nucleare, considerata da moltissimo tempo la fonte di energia del futuro. Il reattore a fusione termonucleare è un esempio di un’idea vecchia nella definizione ma di poco più vicina alla realizzazione rispetto a quando è stata concepita. Si basa, per farla breve, sulle reazioni che avvengono all’interno del sole. Per la sua applicazione è necessario che si risolvano grandi problemi tecnologici, con costi di ricerca molto elevati, dovuti perlopiù alle altissime temperature in gioco e alle modalità per controllarle. Gli studi in corso hanno permesso di conseguire alcuni importanti risultati sperimentali, che fanno ritenere probabile una attesa ancora di qualche decennio per giungere alla realizzazione di un prototipo di centrale nucleare a fusione. Dunque, per questa tecnologia che funziona sulla carta, non abbiamo ancora un prototipo. Come facciamo a dire quando sarà pronta per alimentare il mondo?

Tempo fa avevamo scritto del progetto Hyperloop, la cui realizzazione sembrava imminente negli Emirati Arabi: 160 km in soli 12 minuti. Tutto molto bello e affascinante, senza dubbio. Ma si tratta di un'altra tecnologia più difficile di quello che appare. Secondo la fisica, teorica e pratica, costruire un tubo molto lungo a pressione quasi zero, attraverso il quale si possano accelerare capsule piene di persone, risulta fattibile. Da qui a realizzare il sistema però ce ne passa: il tubo deve essere a tenuta stagna per centinaia di chilometri, resistendo ad eventuali sismi, le capsule sigillate per i passeggeri necessitano di un sistema di supporto vitale interamente autonomo. Per non parlare di quali dovranno essere le procedure di emergenza nel caso si blocchi la capsula o di qualsivoglia guasti. E infine, least but not last, ci vorrà un po’ di coraggio per le persone nell’intraprendere viaggi in siffatte condizioni.

Ritornando all’esempio con cui avevo iniziato, oggi si riparla davvero di macchine volanti. Forse un po’ spinte dall’impulso pseudo-aeronautico dovuto alla diffusione dei droni, ogni tanto leggiamo o vediamo prototipi di involucri contenenti uno o due persone, che si librano in volo sorrette da 4 grandi eliche. Il tutto naturalmente alimentato con batterie. Ma siamo ancora in fase meno che embrionale. In questo caso ciò che complica la sfida è l’ibridazione di due oggetti: l’auto tradizionale e un mezzo volante. Entrambi coesisteranno difficilmente sullo stesso veicolo, poiché se si va a quattro ruote i pro e i contro sono completamente diversi da quelli di piccoli aeromobili, o di elicotteri. Forme, materiali, aerodinamica, propulsione, pesi, sicurezza, sono tutte tematiche che distinguono in modo importante gli uni dagli altri. Magari i nostri nipoti si muoveranno con dei grossi droni e non più in automobile? Probabile, anche se gli spostamenti non potranno essere su strada e per aria con il medesimo mezzo.

Per concludere, ogni idea innovativa è un seme importante e va innaffiato a dovere. Va tenuta cura però anche del terreno in cui lo si pianta. Se non lo si sceglie bene, valutando concimi, stagioni, biochimica del suolo, difficilmente vedrà la luce. Occhio dunque ai grandi propositi conditi con marketing e squilli di tromba. La realtà spesso è diversa, visto quanto descritto. Non sono divenuto di colpo un detrattore delle avanguardie tecnologiche. Mi piace pensare alle reali utilità della tecnologia, quella con i piedi per terra, specie se migliora la qualità delle vita.



lunedì 22 ottobre 2018

Ascoltare senza sentire



Una volta c’erano solo i cinque sensi. Poi arrivò il sesto e il mondo cambiò… Ops, questo non è un romanzo, è solo il mio blog. Deve esserci stata un’interferenza. Che cosa sono i sensi? Possiamo definirli gli input del nostro organismo? Direi di sì, anche se non sono gli unici. (Ecco, questo è il blog, ci siamo). Tecnicamente qualcuno potrebbe chiamarle interfacce, tra la nostra mente e il mondo esterno. Argomento affascinante, senza dubbio. Lo è anche per grosse aziende mondiali che stanno cercando di sviluppare nuove tipologie di tali interfacce. Due i personaggi in ballo sul tema: Elon Musk (che conoscerete grazie alle auto elettriche Tesla o ai vettori spaziali di Space X) e Mark Zuckerberg (la parola Facebook vi dice qualcosa?).

All’inizio del 2017 si è appreso che Facebook (l’azienda, non il social) aveva creato un gruppo di lavoro, denominato Building 8, per lavorare su progetti al limite tra realtà e fantascienza. Il primo, più di là che di qua, si avvarrebbe di una speciale chirurgia cerebrale per impiantare un piccolo computer nel cranio e trasformare i pensieri in testo. E qui ce ne sarebbe da scrivere, da molti punti di vista. L’altro, più reale e realistico, riguarda una particolare fascia da polso per "sentire" attraverso la pelle, trasformando le parole in vibrazioni comprensibili. Il dispositivo potrebbe convertire ciò che viene ascoltato, come un dialogo nei pressi di chi lo indossa oppure il parlato che viene fuori da un altoparlante, in qualcosa che si avverte sotto forma di vibrazione.

Un simile oggetto potrebbe avere moltissimi usi, come ad esempio fornire un modo alternativo ai non udenti di partecipare ad una conversazione, o anche permettere a qualcuno di "ascoltare" cose che altrimenti non potrebbe ascoltare, per legge o per altri motivi. Pensate allo spionaggio? Non vi sbagliate. Ancora, aumentare le possibilità di svolgere più attività contemporaneamente: lavorare al computer ed ascoltare un messaggio vocale attraverso le vibrazioni, senza infastidire il collega accanto. Insomma, una sorta di traduttore (o di trasduttore, per i pochi specialisti che mi leggono), con il quale evitare la lingua dei segni o altri alfabeti simbolici simili, e comprendere il discorso di un qualsivoglia interlocutore. Semplicemente con l’ausilio di questo speciale braccialetto.

Agli scienziati di Facebook si sono aggiunti medici della Stanford University. All’interno della pubblicazione, uscita settimane fa su una rivista specialistica della IEEE (Institute of Electrical and Electronics Engineers), gli autori dello studio descrivono dettagliatamente i test eseguiti su diversi partecipanti. I soggetti tentano di decifrare quali parole la fascia da polso sta comunicando attraverso dei modelli vibranti, basati su suoni predefiniti che in linguistica si chiamano fonemi. Difatti, quando parliamo, i suoni che produciamo possono essere suddivisi in piccoli insiemi, di cui ogni elemento è rappresentato da un fonema. Ciascuna parola ha quindi un proprio “modello vibratorio” unico. La fascia contiene numerosi minuscoli sensori, i quali si attivano con diverse frequenze. Ciò offre agli utenti moltissime combinazioni potenziali, dunque un vocabolario ampio, con il quale gli elettrodi che si muovono per generare la vibrazione creano le parole che arrivano al cervello, tramite il sistema nervoso.

Quattro anni fa c’era stato uno studio simile, nel quale si riusciva a riconoscere il parlato mediante analisi video di piante o oggetti che vibravano nelle vicinanze della sorgente sonora. Qui il video. Un’applicazione davvero interessante. Ora, però, la fascia da polso sviluppata dai cervelloni di “Faccialibro” ha qualcosa in più. Al di là dei possibili impatti positivi per chi ha gravi problemi di udito, è un primo passo per arrivare, chissà quando, all’integrazione piena tra tecnologia e individuo, ad una vera e propria ibridazione tra l’uomo e le macchine. Un giorno sarà il caso di rivisitare il concetto di senso propriamente umano? Può darsi. Dieci anni fa non avremmo mai pensato di passare delle ore, ogni giorno, con i polpastrelli su un freddo schermo. E’ come se mano e smartphone siano entrati in simbiosi. In futuro sentiremo anche senza usare le orecchie? Probabile. L’importante, in ogni caso, sarà continuare ad ascoltare. Tutti.





martedì 9 ottobre 2018

Siamo i nostri ricordi, veri o falsi


Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Tranquilli, non vi risponderò né io né nessun altro. Però come inizio è affascinante, no? Anche perché si tratta di dubbi che l’uomo razionale si è sempre posto: volete che non me li ponga io senza coinvolgervi? Scherzi a parte, l’argomento quotidiano verte sulla prima delle tre domande, e credo che in qualche modo vi stupirà. Si basa su considerazioni fatte dalla professoressa di psicologia Giuliana Mazzoni, ricercatrice all’università di Hull, in Inghilterra.

Qual è la nostra vera identità? Molti la stanno ancora cercando, direte. Non vi biasimo. Esiste però una certezza: si basa moltissimo sui ricordi, sulle esperienze, su come gli eventi della vita a cui abbiamo partecipato, volenti o nolenti, l’hanno modellata. I ricordi, dunque. Spesso belli, a volte tristi, peggio se traumatizzanti. Alcune ricerche però mostrano che spesso l'identità non è una rappresentazione veritiera di chi siamo, anche se la memoria va liscia come l’olio. Pare infatti che non sempre usiamo tutti i ricordi disponibili nel disco rigido dietro gli occhi. Molto spesso tendiamo inconsapevolmente a scegliere cosa ricordare.

Proviamo a spiegare. Quando raccontiamo agli altri un nostro vissuto, facciamo affidamento su un meccanismo di screening psicologico, che monitora e contrassegna certi ricordi come accettati, scartandone altri. Episodi che ci portiamo “dentro” pieni di dettagli e di emozioni, specie quelli che potremmo o vorremmo riprovare (quindi più belli), hanno maggiori probabilità di essere catalogati come veri ricordi. Successivamente, a velocità a noi inconcepibili, il sistema neurale effettua una sorta di test di plausibilità, con un altro meccanismo di monitoraggio, per avallare quegli eventi dei ricordi all’interno della storia personale generale. Ciò vuol dire che la memoria personale deve combinarsi con l'idea corrente che abbiamo di noi stessi. Non sarebbe credibile un tipo che è stato sempre ritenuto una brava persona, se raccontasse di essersi comportato di colpo in modo aggressivo verso gli altri; il vero punto è che non sarebbe credibile nemmeno per sé stesso (trascurate per un attimo i raptus, naturalmente).

Selezioniamo i nostri ricordi, quindi. Ma fosse solo questo. Ricordare è un processo altamente ricostruttivo che dipende dalla conoscenza, da come ci si vede, dagli obiettivi che ci si pone nella narrazione o nell’introspezione. Da alcuni studi di imaging cerebrale è stato ricavato che la memoria personale è diffusa in più parti dell’encefalo, basandosi su una vera e propria rete di memoria autobiografica. Cosa significa? Che molte parti del cervello sono coinvolte nella creazione di ricordi personali. Perciò, in questo bailamme di informazioni, si tende a perdere una parte della veridicità delle stesse. Non per malfunzionamenti non voluti, proprio per come è progettato il “sistema”. Morale della favola: anche quando ci affidiamo giustamente ai nostri ricordi, questi possono essere estremamente inaccurati o addirittura falsi. Spesso creiamo una memoria di eventi che non sono mai accaduti.

Tendiamo quindi ad automanipolare la nostra memoria. Fa parte della nostra natura. La plasticità del cervello, conscia o inconscia, ci consente questa operazione. Come genere umano, non facciamo una bellissima figura, eh? In passato la ricerca si era già concentrata su questo aspetto negativo. Per dirne una, con tutto il rispetto per le donne, si può arrivare a crearsi falsi ricordi di abusi sessuali, portando a false accuse. Oppure, chi soffre di problemi mentali può tendere a concentrarsi solo su eventi negativi e a ricordarli in modo peggiore di come sono accaduti davvero. Soluzione? Farsi aiutare dagli altri a recuperare il sé. Possibile, sempre che anche loro non abbiano ricordi modificati su di noi …

Poi ci sono gli scienziati che pensano sia normale un comportamento neurale di questo tipo. In altre parole, affermano che scegliere tra i ricordi, prelevarne solo alcuni dai cassetti della memoria è cosa buona e giusta. Siamo in fondo animali che tendono a preservarsi, perciò ci capita di fare delle correzioni in corsa, per riformulare e valorizzare il nostro passato in modo che assomigli a ciò che sentiamo e crediamo nel presente. Sono allora necessari dei ricordi imprecisi e smussati, derivanti dalla necessità di mantenere un senso di sé positivo e più attuale. Mi viene da pensare che gli studiosi che affermano ciò siano ottimisti, ma è solo una mia riflessione, beninteso.

Riepilogando, la nostra identità è davvero unica, o è soggetta ad autointerpretazioni, più o meno volute? Siamo ciò che costruiamo di noi, attraverso ricordi veri o falsi. Avete sempre considerato voi stessi modellati in base alla somma delle vostre esperienze. Ora sapete che, probabilmente, quelle esperienze le avete condizionate con ricordi poco reali. Alcuni, forse, nel mentire spudoratamente e consapevolmente, si costruiscono e ri-costruiscono ad arte. Altri lo fanno solo perché guidati da una mente umana normale. No, non è fantascienza. E’ la bellezza di una normalità imperfetta.