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martedì 9 ottobre 2018

Siamo i nostri ricordi, veri o falsi


Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Tranquilli, non vi risponderò né io né nessun altro. Però come inizio è affascinante, no? Anche perché si tratta di dubbi che l’uomo razionale si è sempre posto: volete che non me li ponga io senza coinvolgervi? Scherzi a parte, l’argomento quotidiano verte sulla prima delle tre domande, e credo che in qualche modo vi stupirà. Si basa su considerazioni fatte dalla professoressa di psicologia Giuliana Mazzoni, ricercatrice all’università di Hull, in Inghilterra.

Qual è la nostra vera identità? Molti la stanno ancora cercando, direte. Non vi biasimo. Esiste però una certezza: si basa moltissimo sui ricordi, sulle esperienze, su come gli eventi della vita a cui abbiamo partecipato, volenti o nolenti, l’hanno modellata. I ricordi, dunque. Spesso belli, a volte tristi, peggio se traumatizzanti. Alcune ricerche però mostrano che spesso l'identità non è una rappresentazione veritiera di chi siamo, anche se la memoria va liscia come l’olio. Pare infatti che non sempre usiamo tutti i ricordi disponibili nel disco rigido dietro gli occhi. Molto spesso tendiamo inconsapevolmente a scegliere cosa ricordare.

Proviamo a spiegare. Quando raccontiamo agli altri un nostro vissuto, facciamo affidamento su un meccanismo di screening psicologico, che monitora e contrassegna certi ricordi come accettati, scartandone altri. Episodi che ci portiamo “dentro” pieni di dettagli e di emozioni, specie quelli che potremmo o vorremmo riprovare (quindi più belli), hanno maggiori probabilità di essere catalogati come veri ricordi. Successivamente, a velocità a noi inconcepibili, il sistema neurale effettua una sorta di test di plausibilità, con un altro meccanismo di monitoraggio, per avallare quegli eventi dei ricordi all’interno della storia personale generale. Ciò vuol dire che la memoria personale deve combinarsi con l'idea corrente che abbiamo di noi stessi. Non sarebbe credibile un tipo che è stato sempre ritenuto una brava persona, se raccontasse di essersi comportato di colpo in modo aggressivo verso gli altri; il vero punto è che non sarebbe credibile nemmeno per sé stesso (trascurate per un attimo i raptus, naturalmente).

Selezioniamo i nostri ricordi, quindi. Ma fosse solo questo. Ricordare è un processo altamente ricostruttivo che dipende dalla conoscenza, da come ci si vede, dagli obiettivi che ci si pone nella narrazione o nell’introspezione. Da alcuni studi di imaging cerebrale è stato ricavato che la memoria personale è diffusa in più parti dell’encefalo, basandosi su una vera e propria rete di memoria autobiografica. Cosa significa? Che molte parti del cervello sono coinvolte nella creazione di ricordi personali. Perciò, in questo bailamme di informazioni, si tende a perdere una parte della veridicità delle stesse. Non per malfunzionamenti non voluti, proprio per come è progettato il “sistema”. Morale della favola: anche quando ci affidiamo giustamente ai nostri ricordi, questi possono essere estremamente inaccurati o addirittura falsi. Spesso creiamo una memoria di eventi che non sono mai accaduti.

Tendiamo quindi ad automanipolare la nostra memoria. Fa parte della nostra natura. La plasticità del cervello, conscia o inconscia, ci consente questa operazione. Come genere umano, non facciamo una bellissima figura, eh? In passato la ricerca si era già concentrata su questo aspetto negativo. Per dirne una, con tutto il rispetto per le donne, si può arrivare a crearsi falsi ricordi di abusi sessuali, portando a false accuse. Oppure, chi soffre di problemi mentali può tendere a concentrarsi solo su eventi negativi e a ricordarli in modo peggiore di come sono accaduti davvero. Soluzione? Farsi aiutare dagli altri a recuperare il sé. Possibile, sempre che anche loro non abbiano ricordi modificati su di noi …

Poi ci sono gli scienziati che pensano sia normale un comportamento neurale di questo tipo. In altre parole, affermano che scegliere tra i ricordi, prelevarne solo alcuni dai cassetti della memoria è cosa buona e giusta. Siamo in fondo animali che tendono a preservarsi, perciò ci capita di fare delle correzioni in corsa, per riformulare e valorizzare il nostro passato in modo che assomigli a ciò che sentiamo e crediamo nel presente. Sono allora necessari dei ricordi imprecisi e smussati, derivanti dalla necessità di mantenere un senso di sé positivo e più attuale. Mi viene da pensare che gli studiosi che affermano ciò siano ottimisti, ma è solo una mia riflessione, beninteso.

Riepilogando, la nostra identità è davvero unica, o è soggetta ad autointerpretazioni, più o meno volute? Siamo ciò che costruiamo di noi, attraverso ricordi veri o falsi. Avete sempre considerato voi stessi modellati in base alla somma delle vostre esperienze. Ora sapete che, probabilmente, quelle esperienze le avete condizionate con ricordi poco reali. Alcuni, forse, nel mentire spudoratamente e consapevolmente, si costruiscono e ri-costruiscono ad arte. Altri lo fanno solo perché guidati da una mente umana normale. No, non è fantascienza. E’ la bellezza di una normalità imperfetta. 





martedì 1 agosto 2017

Abbiamo più memoria di quanto crediamo


Se cercate in un qualsiasi motore di ricerca sul web (lo so, usate solo Google come me, facevo per dire) le parole chiavi "DNA memoria" verranno fuori all'incirca 610.000 risultati. Scorrendo i risultati si trovano notizie interessanti, da quanta memoria può contenere il nostro acido desossiribonucleico, passando per studi di neurologia, fino all'accoppiamento strambo (ancora per poco) tra DNA e hard-disk.  In ogni caso è un binomio fino a qualche anno fa impensabile, di cui ultimamente si inizia a discutere in modo più serio.

I primi esperimenti di successo in questo campo sono stati fatti nel 2012, quando alla Stanford University sono riusciti a convertire filamenti di DNA in un sistema di memorizzazione riscrivibile. Il risultato finale è stato una struttura con diverse sezioni che possono essere tagliate e incollate chimicamente, con un procedimento di scrittura ripetibile più volte. In quella occasione gli scienziati pensarono ad un DNA riscrivibile all'interno di sistemi biologici sintetici e non come hard disk genetico. Probabilmente si sbagliavano, visto i recenti esperimenti realizzati da alcuni ricercatori di Harvard.

In questa università di Cambridge, infatti, i ricercatori hanno utilizzato il sistema CRISPR di editing dei geni per inserire un'immagine animata di tipo GIF nel DNA di alcuni batteri viventi, della famiglia Escherichia coli. Per farlo, hanno convertito i singoli pixel di ogni immagine costituente la GIF in nucleotidi, i blocchi di costruzione del DNA. è stata scelta l'immagine di un cavallo galoppante col suo cavaliere, del fotografo inglese Muybridge, che realizzò le prime fotografie animate negli anni '70. La trasformazione in immagine è stata effettuata sequenziando il DNA batterico, ossia imponendo la sequenze delle basi azotate che lo compongono. Successivamente hanno ricostruito la GIF con un'accuratezza del 90%, leggendo il codice nucleotidico dai pixel, ossia facendo il procedimento inverso.

Il metodo è specifico per i batteri ma, a detta degli scienziati, rappresenta un modo scalabile per ospitare informazioni in cellule viventi, comprese quelle umane. Pensate un po', allargando l'orizzonte temporale di questi esperimenti, un giorno potremo conservare nei geni ogni informazione su noi stessi. Vi sembra fantascienza? Il genetista di Harvard George Church afferma invece che in futuro potrebbe essere possibile. Con tutta la mole di dati digitali generati quotidianamente, gli scienziati vedono il DNA come un modo compatto e duraturo per memorizzarli. D'altro canto, le informazioni che il genoma si porta dietro provengono da centinaia di migliaia di anni fa e può ancora essere estratto e sequenziato in laboratorio.

La GIF usata ad Harvard, composta da soli 36 per 26 pixel, rappresenta una quantità molto piccola di informazioni, sia in confronto alle comuni foto (mediamente da 4000x3000 pixel in su) che se paragonata con quanto codificato nel DNA sintetico, grazie ai citati studi del 2012. Pare però che sia molto più impegnativo inserire informazioni sui generis in cellule viventi rispetto al DNA sintetizzato, perché le cellule vive sono sempre in mutamento. Naturalmente memorizzare un'immagine era il modo più semplice per testare il metodo, ma non è escluso che più avanti sarà possibile con altri tipi di file.

Quali le prospettive future? Raccogliere dati in cellule viventi come i batteri consente di proteggerli molto bene. Ad esempio, alcuni batteri continuano a prosperare dopo esplosioni nucleari, ma anche in seguito ad esposizione alle radiazioni o a temperature estremamente elevate. Inoltre la tecnica, al di là dei Giga o Terabyte che permetterà di memorizzare, potrebbe rivelarsi un utile strumento di ricerca, registrando eventi molecolari che guidano l'evoluzione di alcuni tipi di cellule, come la formazione di neuroni durante lo sviluppo del cervello. Una sinergia vincente, dunque, ottenuta grazie all'interazione tra biologia e informatica, tra il mondo analogico degli esseri viventi e quello digitale artificiale. Aumenterà la nostra capacità di memoria? Ne possederemo la parte dinamica nell'encefalo e quella statica nel DNA? Sarà forse il modo per tramandare ai nostri posteri chi siamo e da dove veniamo, specie se qualche evento catastrofico, naturale o per mano dell’uomo, dovesse spazzarci via quasi completamente.



(fonte https://www.technologyreview.com/s/608268/scientists-used-crispr-to-put-a-gif-inside-living-dna/; a questo stesso link trovate l’animazione del cavaliere a cavallo usata negli esperimenti; si ringrazia il sito https://phys.org per la gentile concessione della foto)