lunedì 9 febbraio 2015

La bellezza dell'obiezione


Pochi giorni fa, viaggiando in auto, ascoltavo la radio e mi ha colpito una recente e fondata scoperta: Ettore Majorana, grande fisico catanese scomparso misteriosamente nel 1938, poco prima che scoppiasse il secondo conflitto mondiale, aveva vissuto in Venezuela, giunto lì perché (e qui la certezza viene meno) forse scappava da chi voleva usare le sue scoperte di fisica nucleare (sue e degli altri “ragazzi di via Panisperna”) per disastrosi usi bellici. Il mio pensiero è andato ad una definizione: obiezione di coscienza. Seguito da un altro pensiero: anch’io sono stato obiettore di coscienza. Qualcuno mi dirà: per scansare la leva. Forse. Diciamo così, ho potuto terminare gli studi stando vicino casa, facendo comunque il servizio civile. Ma non divaghiamo.

Il concetto di massificazione si perde nella notte dei tempi. La sociologia ha cominciato ad occuparsene seriamente nella seconda metà del ‘900, da quando cioè la massa è diventata un tutt’uno importante, ha assunto un suo comportamento piuttosto omogeneo, come fosse una persona sola con sue peculiarità e particolari sensibilità. Secondo alcuni la massa ha acquisito un significato negativo quando i singoli hanno perso la loro forza, indossando la veste comoda del fare perché lo fanno gli altri, usando sempre meno il proprio pensiero. E’ successo ad esempio nel dopoguerra quando la televisione è entrata prima nei bar, nei locali affollati da chi non ne possedeva una, poi nelle case di ognuno di noi. Ora la storia si è ripetuta con Internet e i social media. Beninteso, io sono il primo ad elogiare i benefici del progresso tecnologico, ma se questo deve renderci schiavi, uniformare e in qualche modo lobotomizzare, allora mi oppongo.

La luce dell’obiezione è forte come un faro acceso nella notte. Obiezione intesa nel senso più ampio del termine, sollevare un argomento per contestare il nostro interlocutore, rispettando l’altrui pensiero ma difendendo allo stesso modo il proprio, anzi di più. Obiezione come dissentire, non bersi tutto, soffermarsi per capire, approfondire, far valere i propri principi anche se siamo una minuscola rotellina in un ingranaggio gigante, e se possibile bloccare quell’ingranaggio, perché insieme a noi si fermeranno altre rotelline, pur col rischio di essere schiacciate. Obiezione come uso della ragione, ma anche del cuore e dell’anima, delle forze al completo per lasciare intatta la nostra dignità, davanti alle continue manipolazioni mediali. Obiezione come valore, come libera scelta, di dire no oppure di acconsentire a cosa stanno cercando di propinarci, ma comprendendo a fondo il significato e le sue conseguenze, non cedendo mai alla superficialità.

Conseguenze, certo. Quelle che, vogliamo immaginare sia andata così, Majorana capì in tempo utile per fuggire, per non legare il suo nome ai nefasti utilizzi che le scoperte quantistiche avrebbero portato di lì a poco. Distruzione e morte. La sua coscienza gli suggerì un atteggiamento tale da rifiutare i successivi sviluppi al lavoro di ricerca condotto con gli altri colleghi (Enrico Fermi su tutti), invocando dentro di sé un’etica e una morale di alto rango. Obiezione di coscienza, dunque. O, almeno, questa può essere un’ipotesi.

Obiezione, vostro onore. La bellezza dell’obiezione. La bellezza di poter alzare la mano e poter dire: io non sono come voi, io la penso diversamente da te, da lui, da voi. Può essere anche uno solo. O mille. O un’intera nazione. Obiettare vi darà l’intelligenza di distinguervi, esprimere un’opinione diversa dalla massa, diversa da chi si siede perdendo la capacità di alzarsi e di affrontare la realtà anche con il proprio metro. Come disse Bertrand Russell “Siate sempre in disaccordo perché il dissenso è un’arma. Siate sempre informati e non chiudetevi alla conoscenza perché anche il sapere è un’arma. […] Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.


(si ringrazia il sito www.lasicilia.it per la gentile concessione della foto)
 


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