martedì 6 febbraio 2018

Il cervello non mente mai


Qual è l’organo del corpo umano più affascinante? Il cervello. E’ chiaramente un mio punto di vista, per voi potrebbe essere un altro. Non si può negare, però, che nella sua complessità ancora del tutto esplorata, si annidano delle prestazioni uniche con risvolti interessanti. Ma il cui uso potrebbe farci preoccupare. No, non parlo di droghe. Sto pensando ad utilizzi che permettono di scoprire pensieri reconditi del singolo individuo, perché sembra che il cervello dica sempre la verità. Partiamo da un esempio ameno. All’apparenza.

I grandi sistemi per la lettura della mente sono molto più vicini a diventare una realtà di quanto si possa immaginare. Un nuovo studio condotto presso il D'Or Institute for Research and Education, a Rio de Janeiro, ha utilizzato una macchina per la risonanza magnetica per leggere le menti dei partecipanti e scoprire quale canzone stavano ascoltando. Nell'esperimento, 6 volontari hanno ascoltato 40 brani di musica classica, rock, pop, jazz e così via. L'impronta neurale di ogni canzone sul cervello dei partecipanti è stata catturata dalla macchina a risonanza, mentre un computer stava imparando a riconoscere i modelli cerebrali provocati da ogni brano musicale. Per fare ciò, il calcolatore ha tenuto conto di parametri musicali come tonalità, dinamica, ritmo e timbro.

Il passo successivo è stato far identificare al computer i brani ascoltati dai partecipanti, in base alla loro attività cerebrale, un procedimento noto come decodifica del cervello. Di fronte a due opzioni, il computer ha mostrato fino all'85% di accuratezza nell'individuare la canzone corretta: una grande prestazione rispetto a studi simili precedenti. Lo scopo di questi "giochetti" è di aprire la strada a nuove ricerche sulla immaginazione uditiva e sul linguaggio neurale. Nel campo clinico, ciò può migliorare le interfacce cervello-computer al fine di stabilire una comunicazione con i pazienti affetti da sindrome locked-in (pseudo-coma). In futuro, gli studi sulla decodifica del cervello e sull'apprendimento automatico creeranno possibilità di comunicazione indipendentemente da qualsiasi tipo di lingua scritta o parlata.

Avevo ragione, l’esempio era ameno fino ad un certo punto. Ma cosa succederebbe se invece il cervello fosse usato per conoscere parole e frasi che una persona si rifiuta di affermare? Lo so, ora vi viene in mente la macchina della verità, presente in molti film ma anche in alcune realtà di un passato non troppo lontano. In quel caso però l'attività encefalica era poco o per niente coinvolta. Ma le tecniche neuro-scientifiche continuano ad avanzare, e comprendono l'uso di scansioni cerebrali per rilevare l'inganno di un individuo, insieme a risposte neurologiche per determinare se qualcuno ha una conoscenza dettagliata di un crimine. Tuttavia le loro applicazioni nella giustizia sollevano preoccupazioni riguardo alla minaccia dei diritti individuali. Di questo parla una recente pubblicazione sulla rivista Frontiers in Neuroscience, mettendo in discussione le implicazioni etiche che derivano dalla possibilità che una persona rilevi involontariamente una propria colpa.

"Dalle neuroscienze si potrebbero trarre informazioni rilevanti sulle capacità di un individuo, ma ci sono anche stati tentativi di impiegare metodi neuro-scientifici per ottenere intuizioni - e per informare giurie e giudici - sull'intenzione delle persone e circa la loro possibile colpevolezza" ha affermato il prof. James Giordano, coautore del lavoro. Deve essere pertanto incoraggiata la discussione sulla necessità di linee guida chiare, che prendano in considerazione sia il potenziale che i limiti della scienza del cervello nei contesti legali. Negli USA infatti le attuali regole delle prove federali forniscono criteri rigorosi, che limitano il modo in cui la scienza del cervello può essere utilizzata, ma ci sono occasioni in cui viene comunque considerato l'uso di prove neurologiche. Il problema è quindi definire un limite mentale e personale, oltre il quale vada sancito il diritto alla privacy, o in alternativa, far firmare all'imputato un consenso informato all'uso di tali prove.

Si tratta di un argomento alquanto spinoso, ma che il rapido avanzare delle neuroscienze costringe ad indagare, approfondendo le relazioni tra scienza del cervello, etica e diritto a livello internazionale. Già tempo fa avevo accennato agli intrecci tra la tecnologia e il diritto, allo scopo di rendere meno soggettivi certi giudizi; nello studio del prof. Giordano si cerca invece di capire fin dove può essere spinta la forza della tecnologia per conoscere la pura verità, entrando in contatto con particolari neurologici troppo intimi, fino a toccare ciò che si definisce coscienza. A furor di popolo si opterebbe per conoscere sempre e comunque la verità, anche prevaricando i diritti degli imputati e dei testimoni. A lume di ragione forse si avrebbe minor certezza.


(fonti https://www.eurekalert.org/pub_releases/2018-02/f-cyb020218.php ; https://www.eurekalert.org/pub_releases/2018-02/difr-isl020118.php; nella foto, un frame dello sceneggiato Rai degli anni '70 "Gamma"  - per restare in tema etica e cervello)


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