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mercoledì 3 agosto 2016

Libero di volare


Con il termine "tecnologia abilitante" si può far riferimento a diverse declinazioni. Ne esiste una che la ritiene fondamentale per la crescita e l'occupazione, un'altra fa pensare a come certi servizi, una volta lenti e macchinosi, oggi si possano far funzionare seduti da casa; un'altra ancora alla condivisione partecipata. Tra i tanti risvolti sociali ve n'è uno che merita davvero un posto di tutto rispetto: quello che dà la possibilità a persone con disabilità di condurre una vita comune.

Angelo è un collega di mia moglie, lavorano in un'azienda di informatica nel fermano. E' una persona che si impegna quotidianamente nell'affrontare nuove sfide. E nel vincerle. Ho fatto con lui una chiacchierata giorni fa e mi ha stupito proprio per questa sua grande voglia di vivere. L'ultima sua esperienza è stata quella con l'associazione sportiva dilettantistica Liberi nel Vento, grazie alla quale ha potuto veleggiare a metà Luglio nel mar Adriatico, usando dei comandi speciali. La barca ha infatti in dotazione un dispositivo che permette di muovere una vela ed il timone usando l'aria aspirata o soffiata dalla bocca. Dopo aver trascorso una giornata a seguire le nozioni teoriche, Angelo ha fatto una prima prova a vela bloccata, poi una seconda a timone bloccato, infine l'ultima con entrambi i comandi liberi. Ed ha provato una sensazione di libertà che solo il mare riesce a dare. Certamente superiore alle altre che ha già sperimentato.

Il team che ha progettato e realizzato l'imbarcazione viene dall'altra parte del mondo, Australia per la precisione, ed è stato rappresentato in questa occasione da due tecnici olandesi. L'azienda si chiama Hansa Sailing e propone la pratica della vela per i principianti o per chi non riesce a muoversi facilmente. Per timonare si utilizzano diverse modalità, a seconda dell'utente: si va dai comuni joystick fino a sensori di movimento, passando per la tecnica di "soffio e succhio", quella usata da Angelo, grazie alla quale l'espirazione e l'inspirazione in cannule speciali permettono di governare le funzioni principali dello scafo. L'associazione Liberi nel Vento è collegata anche al Comitato Marche Sport Paralimpici, affinché la pratica dilettantistica possa esprimersi con i caratteri dell'agonismo ufficiale e, perché no, portare a casa qualche medaglia.

Ma Angelo non è affatto nuovo alle pratiche sportive. Negli anni scorsi ha effettuato un'immersione sub in una piscina attrezzata; ha fatto il passeggero, su una bici speciale, scendendo da un sentiero con una bella pendenza; ogni tanto partecipa ad escursioni di montagna di media difficoltà e a breve ne ha programmato un'altra con il supporto del CAI di Fermo tra i monti Sibillini. Insomma non si può dire che si annoi, con la sua vita sociale pienamente vissuta. Nel 2003, poco dopo l'incidente che gli ha cambiato la vita, Angelo è venuto a conoscenza del Movimento per la Vita Indipendente delle persone con disabilità, nato negli anni '60 in California. Si tratta di una vera e propria filosofia, secondo cui tutti devono avere la possibilità di prendere decisioni circa la propria vita e svolgere le normali attività, avendo le stesse limitazioni delle persone senza disabilità. Angelo ha capito subito le potenzialità di un simile progetto, dandosi da fare per poterlo realizzare in prima persona; è riuscito quindi nel 2012 a fondare il Comitato Marchigiano per la Vita Indipendente, andando così a vivere in un appartamento suo, nei pressi dell'azienda dove lavora, per 4 giorni a settimana, insieme ad un'assistente.

In ogni società che voglia essere civile, moderna, che tutela ogni cittadino e lo rispetta senza discriminazioni, l’assistenza ai disabili non può e non deve limitarsi solo all’aspetto fisico e medico. Coinvolgere, agevolare la partecipazione, azzerare le distanze, abbattere le barriere architettoniche, sono tutte missioni da vincere. Se dall'alto non accade, o accade solo parzialmente, dal basso gli uomini, certi uomini, si organizzano per tagliare simili traguardi. Le associazioni di pratica sportiva possono essere una soluzione, un utile strumento di integrazione sociale. Ma anche gli Angelo della situazione sono fondamentali, perché lottano su due fronti, migliorare la propria condizione e promuoverne i benefici. Tra l'altro, lui ha contribuito a creare l'associazione onlus ANFFAS Fermana. Angelo è un ragazzo che vola alto. Per ora con lo spirito, un giorno, se continua così, magari lo vedremo su un parapendio.



(foto tratta dalla pagina Facebook di Angelo)

martedì 5 agosto 2014

L'integrazione, questa sconosciuta




Vivo in una zona dove la presenza di extracomunitari è abbastanza estesa. Specie se guardo appena verso sud e verso l’interno, ci sono piccole e grandi comunità, cinesi e non, che lavorano da tempo senza farsi vedere, ma che negli ultimi anni sono venuti alla luce del sole con negozi, anche di dimensioni non trascurabili. Qualche settimana fa ero in macchina con mio figlio, abbiamo incrociato una di queste attività (in foto) ed io gli ho detto “vedi quell’insegna ? volenti o nolenti il futuro è quello …”. Ora, c’è quella parte di me, e molti padri certamente ce l’hanno, che vuole dare l’impressione ai figli di sapere come andrà la società in futuro: è però anche vero che la presenza di raggruppamenti non indigeni è un dato di fatto, solo che molti non lo accettano o ritengono scomodo (ingiusto ?) che questa gente si sia stabilita da noi. “Hanno un costume diverso e devono restare a casa loro”, ho sentito dire alcune volte.

Senza spolverare concetti socio-antropologici tipo il capitalismo e i flussi migratori che ha generato su tutto il globo, la storia insegna che il fenomeno dello spostamento delle masse da zone povere a regioni più ricche e con una migliore qualità della vita è pressoché inevitabile, stupido chi trascura l’argomento e lascia morire (rendendosene complice) gli immigrati sui barconi a largo delle coste siciliane. Intendo la Comunità Europea, se non era chiaro. Ma, se ci pensiamo bene, quanti degli italiani emigrati negli Stati Uniti o in centro Europa, con fatica e sacrificio, erano stati ben accetti nei primi tempi ? quasi nessuno. Gli americani ci vedevano sporchi, arretrati e scansafatiche, in Germania ci trattavano al limite dell’umano e in Svizzera facevano già allora (continuando ancora oggi) referendum per chiudere le frontiere. Perciò, le reazioni odierne di chi chiama ancora “musi gialli” i cinesi, di chi vorrebbe rimpatriare i fratelli africani o delle varie leggi Cozzi-Pini (per dirla alla Camilleri) non sono affatto nuove. Con la differenza che il luogo di destinazione dei migranti di allora funzionava forse meglio: chi accoglieva, anche se malvolentieri, aveva capacità organizzative e sapeva imporsi con la legge (e talvolta anche con la forza, purtroppo) di gran lunga meglio di come riusciamo fare nel bel paese oggi, anno di grazia 2014.

Per me è questo lo snodo, ed è triste ammetterlo da cittadino italiano. Ci manca un sistema efficace (leggasi "politica") per controllarne l’ingresso e favorirne una sistemazione decente, per non dire della pressante necessità di definire commercio ed economia che ne conseguono. A detta di taluni integralisti dovremmo sbarrargli le porte, ma allora: ci chiudiamo anacronisticamente al mondo, viviamo senza più nessuno scambio credendoci i migliori, per cui non abbiamo bisogno di nessuno ? oppure facciamo integrare queste persone con le rigide ed opportune regole (la Legge con la L maiuscola) come succede in molte altre parti del mondo? del resto, molti si sono già dovuti inserire in alcune campagne, con stipendi da fame. Ed ancora, esasperando il concetto, non è forse il caso di cambiare l’Italia a partire da noi, dai nostri pregiudizi e da quella volontà conservatrice e amorale che non riusciamo a scrollarci di dosso ? Perché il futuro sociale, quello vero, non solo quello presentato ad un figlio da un papà ironico e saccente, è fatto di popolazioni multietniche, con tutta la responsabilità che ciò significa. Ed in altri posti si tratta già di un attivo presente.

Forse le generazioni passate e la mia (diciamo dai 40 in su) non erano pronte a questo cambiamento che è soprattutto culturale, oltre che giuridico e legislativo. Ma non può più essere un alibi, specie per chi si troverà l’eredità che ne consegue negli anni venturi. Qui non c’entrano la compassione, la carità umana o cristiana, il buonismo televisivo da due soldi. Urge diffondere una forma mentis nuova in tale contesto, basata su un sentimento che si va perdendo, il rispetto. Reciproco, naturalmente.